SALOME-Michieletto-Rai
SALOME-Michieletto-Rai

UNO SPETTACOLO TOTALE

Dopo quasi un anno da quello che avrebbe dovuto essere il debutto scaligero, Salome irrompe in tutta la sua maestosa violenza e brutalità. Uno spettacolo certamente non tradizionale (e d’altronde la regia è di Michieletto), ma che si è dimostrato intenso e penetrante, che assume tratti rituali per come è stata usata la gestualità, lo spazio scenico e i costumi.

La regia non può prescindere dagli oggetti di scena scelti (la bambola, il calice), dai costumi di Carla Teti (con l’idea delle maschere e della sottoveste): tutto concorre a incrementare la potenza della storia e della musica, una sorta di Wort-Ton-Drama in senso lato. Ogni componente diventa funzionale alla riuscita del rito di cui Michieletto è il sacerdote.

Alla base l’idea di voler indagare le dinamiche familiari della stirpe di Erode, immaginando un passato di abusi nell’infanzia di Salome, perpetrati dallo zio-patrigno Erode Antipa. Per officiare il suo rito però Michieletto mette in secondo piano parte del libretto (tra cui l’infatuazione di Salome per Jochanaan) reinterpretando in maniera non convenzionale (e introspettiva) la danza dei sette veli e lo scandaloso bacio necrofilo.

IL VALORE SIMBOLICO E FUNZIONALE DELL’IMPIANTO SCENICO

Lo scenografo Paolo Fantin crea per questa regia uno spazio pulito e lineare: una stanza bianca, con le pareti laterali nere e due panche di vetro pulitissime ai lati. Nonostante la rigorosa perfezione della scena, all’apertura del sipario già si percepisce una situazione di tensione e ansia, complice la struttura della stanza che si restringe prospetticamente. Una sensazione di disagio dovuta anche dalle linee di luce, nette e taglienti, che sottolineano la struttura. L’intensità di questa luce led, che quasi disturba l’occhio, è però in linea con la musica degli archi della partitura, contribuendo ad incrementare la tensione scenica e musicale.

SALOME, Damiano Michieletto – RAI

Se l’eccessivo candore e pulizia della scena già tradivano una situazione ambigua, quando dal soffitto della stanza si apre una voragine, la minaccia di una tragedia che incombe si fa evidente. Una grossa sfera nera, lucidissima, scende dall’alto, inglobando nel suo riflesso la scena e i personaggi. Da lì a poco la scena si macchierà di terra, sangue, piume.

L’azione registica dello sporcare non è una novità negli spettacoli di Michieletto. Anche per La damnation de Faust dell’Opera di Roma, Fantin aveva realizzato per il regista uno spazio scenico chiaro e pulito, che si offriva per essere imbrattato. In Salome però assume un significato simbolico diverso: più che una “sporcatura” è una distruzione di quella falsa purezza con cui si erano volute coprire le nefandezze della famiglia di Erode. Jochanaan tirerà fuori (letteralmente) tutto il torbido che era stato seppellito: il delitto di Erode Filippo per mano della moglie, e il ricordo – rimosso- del passato di abusi di Salome.

SALOME, Damiano Michieletto – RAI

IL SACRIFICIO

La storia di Salome, nella rilettura di Michieletto si fa tragedia del sacrificio dove è essa stessa la vittima sacrificale. Questa tematica è sviluppata e indagata lungo tutto l’arco dello spettacolo in una serie di composizioni sceniche simboliche (a metà tra i tableaux vivants e le performance) frutto di una studiata interazione tra spazio scenico, gesto, costume. Sono immagini queste che risentono della simbologia cristiana del sacrificio- agnello immolato, la passione, il martirio.

SALOME, Damiano Michieletto – RAI

Il sepolcro del padre, portato alla luce da Jochanaan, come un altare con l’agnello sgozzato, racconta il sacrificio già compiuto. Quel sacrificio che si è consumato sul letto bianco che ritorna nei ricordi di Salome, dove era lei stessa l’agnello immolato. Salome rivive la sua passione al momento della danza dei sette veli dove, spogliata, rimane in sottoveste (bianca), come fosse l’abito di una vergine sacrificale. Quel bianco, così come il vello dell’agnello, sarà poi macchiato dal sangue versato da un calice (ulteriore allusione al sacrificio eucaristico). Salome in questo spettacolo è innalzata al livello di una vergine martire, una Santa Agnese immolata.

Apparentemente lontano dalla concezione tradizionale di spettacolo, Salome ha il pregio di far emergere la natura rituale che sta all’origine dell’azione teatrale, grazie al lavoro sinergico di tutte le professioni dello spettacolo coinvolte.

SALOME, Damiano Michieletto – RAI
Sono un ragazzo di campagna con la testa tra le nuvole immerso tra mille progetti, se fossi una canzone sarei Confessioni di un malandrino di Branduardi. Dopo la laurea in Scenografia a Brera ho intrapreso un corso di specializzazione presso i laboratori della Scala. Quello che più mi piace è raccontare punti di vista: lo faccio disegnando, scrivendo, progettando. Più che le storie mi attraggono le persone, la loro psicologia, come vengono resi sullo schermo o su un palco il loro dramma interiore e la loro personalità (fantasticando su come le renderei io).

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