Sanremo 2021, Lo stato sociale, Francesco Pannofino

Che siate curiosi o appassionati, polemisti o sostenitori, questi cinque giorni di Sanremo vi hanno indotto almeno una volta a parlare di ciò che accade sul palco più famoso d’Italia.

I più attenti di voi avranno anche notato un simbolo piccolo e silenzioso che spunta qua e là, sulla mano di Dimartino, sulle spille di Fedez e Willie Peyote, sulle pagine Instagram dei cantanti in gara.

Un gesto forse meno eclatante del bellissimo intervento di Francesco Pannofino ed Emanuela Fanelli, ma altrettanto importante. Quel play&pause infatti testimonia, concorrente dopo concorrente, una presa di posizione, un bisogno di esserci e farsi presenza di fronte alla resa istituzionale nei confronti della cultura e dei lavoratori dello spettacolo in quest’anno di pandemia.

I diritti sono uno Spettacolo. Non mettiamoli in pausa.

Logo ufficiale della campagna I diritti sono uno spettacolo
Logo ufficiale della campagna I diritti sono uno spettacolo

Questo è il nome della campagna ideata da La musica che gira e rappresentata all’Ariston dalle spillette. Un segno evidente che il Festival non è ormai già da tempo solo una gara fra canzonette. In un recentissimo nostro articolo (qui), Alessio Tommasoli, diceva giustamente che negli anni più bui della politica e della società italiana, quando le bombe esplodevano per strada, Sanremo si copriva di fiori e dava al pubblico una parvenza di perfezione, chiudendo tutto il resto ermeticamente all’esterno.

Adesso, al contrario, la visibilità del palco può servire a lanciare messaggi importanti, può servire a far entrare la realtà in televisione. Lo si è già fatto in maniera programmatica nel 2016, con la scelta di alcuni cantanti di esibirsi con la bandiera arcobaleno a supporto della legge Cirinnà. Lo si fa oggi parlando di ciò che, semplicemente, non sta più bene a un pubblico che, ricordiamolo, grazie a Twitter è sempre più giovane, tra i 14 e i 25 anni. La stessa fascia di età che, per fortuna, ha capito che un mazzo di fiori è solo un mazzo di fiori e può essere regalato a chiunque, senza giocare a cose da maschio e cose da femmina, nonostante l’evidente fastidio di Amadeus.

Di cosa ci ha parlato Sanremo 2021

I messaggi inviati quest’anno dal Palco dell’Ariston verso l’esterno sono in realtà molti, anche se non tutti percepiti con lo stesso peso. L’appello per la liberazione di Patrick Zaki è il primo che mi viene in mente dopo quelli direttamente rivolti al mondo dello spettacolo. In un momento diplomaticamente delicato con l’Egitto, mandare in eurovisione quelle seppur brevi parole è stato un atto di giusto coraggio, ribadito anche da Amnesty International.

È impossibile poi non citare la straordinaria Loredana Bertè e tutto quello che ancora rappresenta, a 70 anni, per l’empowerment femminile (a differenza dell’anacronistico monologo di Barbara Palombelli). Al di là del fatto che sia magnificamente libera, in ogni sua espressione, Loredana Bertè ha cantato con un paio di scarpe rosse accanto, pronunciando alla fine una frase tanto semplice quanto sottovalutata. Al primo schiaffo bisogna denunciare: al primo sentore di violenza fisica e psicologica siamo tutti e tutte in pieno diritto di andare contro e andare via. Dobbiamo ricordarlo soprattutto dopo un anno di chiusura forzata che ha evidenziato ancor di più i numeri della violenza domestica in Italia.

E concludo con il monologo sincero e sentito di Elodie, il cui messaggio più forte è forse passato in sordina. È una ferita aperta nel cuore di un Paese che spesso, non riuscendo a proteggere i suoi elementi più deboli, ne alimenta la rabbia e la disillusione. Nel glamour e nello scintillio di Sanremo, in quel momento è salita sul palco un’altra Italia che lontanamente mi ha ricordato le parole di Peppino Impastato. Quando diceva che bisogna insegnare ai ragazzi la Bellezza, mi piace pensare che intendesse anche questo: la Bellezza della cosa comune, della collettività e dell’identità condivisa, che spesso viene dimenticata o distrutta da guerre intestine.

Elodie a Sanremo 2021 - ANSA/ETTORE FERRARI
Elodie a Sanremo 2021 – ANSA/ETTORE FERRARI

Elodie l’ha ritrovata nel jazz, nella musica e in una prima band che ha creduto in lei e nel suo sogno, quando i pregiudizi, suoi e altrui, le avevano impedito di perseguirlo. Migliaia di ragazzi e ragazze che quest’anno compongono il pubblico di Sanremo l’hanno (ri)trovata nei generi musicali a cui Amadeus ha attinto furbamente a piene mani nella scelta degli artisti. E non importa se i cinquantenni citati dal Corriere della Sera non lo capiscono. Non importa poi tanto se nemmeno Amadeus, da direttore artistico, non lo capisce fino in fondo ma usa tutto per l’Audience. C’è un’anima collettiva che emerge fuori dall’Ariston, fuori da quelle poltrone vuote, e che sa come leggere e ritrovarsi in tutto quello che avviene sera dopo sera. Ed è per tutti loro questo Festival.

Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies. Tra questi, solo per dirne alcuni, rientrano gli studi post-coloniali, gli studi femministi e quelli etnografici.

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