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Eccoci arrivati ancora una volta al nuovo Festival di Sanremo. Anche se di nuovo sembra ci sia poco, soprattutto la solita annosa domanda che lo accompagna, al suo inizio e alla sua fine: Sanremo cambia le mode o le segue?

Basta un nome, in realtà, per iniziare a rispondere a questa domanda: Luigi Tenco. Solo qualche settimana fa, abbiamo raccontato quella tragica edizione di Sanremo del 1967, con tutto il suo spietato cinismo e la sua ipocrisia.

Ma questo nome pesante rievoca anche un’altra storia, la conseguenza diretta di quella tragedia e di quell’assurda decisione di proseguire, come se nulla fosse successo. Il colpo di pistola che uccide Tenco, infatti, porta alla creazione del Premio Tenco.

Sono trascorsi ormai 54 anni da quel 1967, eppure l’eco di quel colpo di pistola che ha ucciso Tenco è ancora tanto forte da rendere impellente il bisogno di aprire una breccia all’interno stesso del Festival di Sanremo, attraverso il Premio Tenco stesso.

Un modo furbo per dare respiro al Festival, senza cambiarne l’identità. Un modo intelligente per dare riconoscimento anche a quelle voci che non s’identificano con le mode correnti. Perchè, spesso, le anticipano.  Ma il Festival di Sanremo non è soltanto un evento che amplifica le mode musicali già esistenti. Se si ascolta attentamente, tra le note e le parole di molte canzoni, si può scoprire un tesoro rivoluzionario.

La rivoluzione di Modugno

Come spesso accade, d’altronde, è il giusto equilibrio tra forma e contenuto a fondare l’anima di un brano. Un equilibrio che si può creare anche senza mandarli necessariamente nella stessa direzione. È in questo modo, d’altronde, che una rivoluzione attecchisce e si fa popolare: assecondando, in parte, la massa, nel bisogno, come nel gusto.

È così che Domenico Modugno, nel 1958, realizza la prima grande rivoluzione del Festival con Volare. O meglio, una serie di rivoluzioni.

Perché fino a quel momento, gli artisti in gara sono soltanto interpreti di canzoni scritte da altri. Modugno, invece, si presenta come interprete e autore del suo brano (insieme con Franco Migliaccio). L’idea è quella di portare sul palcoscenico più visto in Italia, un pezzo non convenzionale, fatto di versi onomatopeici e frasi al limite dell’allucinazione lisergica, cantandolo con un sorriso ammiccante, a braccia spalancate, con le mani e il viso dipinti di blu. L’idea è quella di non limitarsi cantare un canzone, ma di presentare tutto se stesso, liberamente.

Fatta eccezione per la vernice blu, che il bianco e nero della diffusione televisiva non avrebbe trasmesso, Modugno fa tutto quello che vorrebbe fare. E vince.

È bello immaginare che ciò accade perché la giuria conservatrice viene travolta dall’emozione trasmessa da Modugno. Sarebbe altrettanto bello credere che la forza innovativa abbia rotto la rigidità delle convenzioni, per una volta, facendo di Sanremo il palcoscenico in cui nasce qualcosa di nuovo. Forse però, meno idealisticamente, vince quel meraviglioso gioco estetico di equilibrio tra il contenuto e la forma: tra un testo e un’interpretazione che gridano rivoluzione e una melodia che ha la rassicurante familiarità della tradizione. 

Cambiare la storia

L’incantesimo si realizza così: sul più convenzionale dei palcoscenici, vince una canzone che grida l’insofferenza e la liberazione da quelle stesse convenzioni. 

Come l’anno successivo fa Tua di Jula De Palma. Una canzone che stravolge il puritanesimo italiano raccontando la passione di una donna per un uomo, per il suo corpo, a discapito dello spirito. Non vince il Festival, ma ci entra a gamba tesa ancora grazie a quell’equilibrio estetico: Jula utilizza la tecnica vocale tradizionale, quella della vincente casalinga Nilla Pizzi, con un tono suadente, al limite della perversione (almeno per i tempi).

Jula De Palma, web

Non a caso, poco dopo, la riprende Mina, un’artista libera e cosciente che ha sempre combattuto e giocato contro la sessualità machista italiana. 

Il Festival di Sanremo, d’altronde, è nato pochi anni prima, nel 1951. E fin dal suo esordio è stato un tentativo (riuscito) di inseguire le convenzioni, estetiche e sociali. La terza edizione, ad esempio, viene ricordata come quella dello scandalo dei plagi: moltissime delle canzoni in gara erano copie spudorate di brani del Ventennio fascista. Ancora più eclatante è la vittoria di Adriano Celentano con Chi non lavora non fa l’amore. Forse perché avviene nel 1970, un anno in cui fuori dai confini italiani si erano consumate diverse rivoluzioni, musicali e sociali. 

Mentre il mondo e l’Italia iniziano a perdere la propria innocenza, Sanremo impone il suo ritorno all’ordine stabilito, lanciando un messaggio esplicito alla società. Senza neppure più il pudore di mascherare il proprio moralismo reazionario: senza neppure più preoccuparsi di fingersi termometro della società, piuttosto che suo curatore.

Dagli anni ’70 in poi

La vittoria di Celentano inaugura un decennio reazionario di Sanremo. Continua a vincere la canzone d’amore rassicurante, mentre fuori dal suo palcoscenico esplode il terrore: le strade sono ingovernabili, le bombe, le gambizzazioni, i rapimenti, gli omicidi, gli scioperi e le guerriglie urbane.

Eppure in Italia c’è una musica che riesce a dare forma a questo caos, il rock progressive. Sebbene, nonostante fuori dai confini gruppi come Area, PFM, Banco del Mutuo Soccorso facciano scuola, il Festival di Sanremo non ne dà alcuna traccia. Nel 1977, anno cruciale nella storia della società italiana, vincono gli Homo Sapiens con Bella da morire. Un pezzo che ignora completamente tutto ciò che sta accadendo al di fuori. Un decennio che in qualche modo finisce nel 1981, quando l’eco de La voce del padrone, album rivoluzionario di Franco Battiato, fa capolino nel Festival. È scritta da lui, infatti, Per Elisa, la canzone che vince Sanremo anche grazie all’interpretazione di Alice

Finalmente sembra che il Festival apra le proprie orecchie anche agli altri mondi possibili. Ma, purtroppo, è solo un’impressione. Perché, anche se compaiono artisti di rottura come Rino Gaetano, continua a vincere la rassicurante canzone d’amore e di felicità, da Al Bano e Romina ai Ricchi e Poveri.

Forse l’errore non è nel Festival, ma nelle attese degli spettatori. È il gioco sadico dell’oblio che minaccia la memoria umana, quello che costringe la Storia a ripetersi fin troppo spesso. Come se, ogni anno, ci si aspettasse una rivoluzione e alla fine ci si accontenti di una rivolta, anche se già vista. Quella portata avanti lo scorso anno da Achille Lauro, per esempio. Niente di nuovo, appunto.

Achille Lauro – Sanremo 2020, web

E anche quest’anno l’oblio e le grandi attese, come ogni anno. Anche se fuori c’è un momento storico da raccontare. Ma Sanremo è testimonianza o intrattenimento? Poco importa, perché da stasera dimenticheremo per l’ennesima volta questo dilemma. Almeno per la durata del Festival. Nel frattempo, resteremo ancora sorpresi da Achille Lauro. E ci dovremo accontentare così.

Chiamatemi pure trentenne, giovane adulto, o millennial, se preferite. L'importante è che mi consideriate parte di una generazione di irriverenti, che dopo gli Oasis ha scoperto i Radiohead, di pigri, che dopo il Grande Lebowsky ha amato Non è un paese per vecchi. Ritenetemi pure parte di quella generazione che ha toccato per la prima volta la musica con gli 883, ma sappiate che ha anche pianto la morte di Battisti, De André, Gaber, Daniele, Dalla. Una generazione di irresponsabili e disillusi, cui è stato insegnato a sognare e che ha dovuto imparare da sé a sopportare il dolore dei sogni spezzati. Una generazione che, tuttavia, non può arrendersi, perché ancora non ha nulla, se non la forza più grande: saper ridere, di se stessa e del mondo assurdo in cui è gettata. Consideratemi un filosofo - nel senso prosaico del termine, dottore di ricerca e professore – che, immerso in questa generazione, cerca da sempre la via pratica del filosofare per prolungare ostinatamente quella risata, e non ha trovato di meglio che il cinema, la musica, l'arte per farlo. Forse perché, in realtà, non esiste niente, davvero niente  di meglio.

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