
Cosa cerchiamo in una serie TV? La novità? La destabilizzazione mentale e visiva? Oppure il ritorno a casa, la rassicurante rappresentazione di ciò che ci fa dimenticare il resto? In ogni caso il 2025 è stato un anno ricco di visioni, conferme e elettrizzanti novità.
Questa è la selezione delle serie TV migliori del 2025 secondo la redazione di FRAMED.
The Pitt | Da guardare su Sky e NOW
The Pitt è stata la vera sorpresa degli scorsi Emmy; non solo si è aggiudicata il premio come Miglior serie drammatica, ma il suo protagonista, Noah Wyle, di nuovo nei panni di un dottore dopo undici stagioni di E.R. – Medici in prima linea, ha ricevuto la statuetta come Miglior Attore. In più la serie si è portata a casa altri tre Emmy, tra cui quello per il Miglior casting in una serie drammatica. Come può un medical drama, del genere più duro e puro, monopolizzare la scena in questo modo? Lo si capisce dal primo episodio, perché The Pitt è un gioiello di scrittura con un cast incredibile, dove nulla è lasciato al caso.
L’autore è R. Scott Gemmill, che definì l’inizio di un genere proprio con E.R., e che adesso ne riprende le potenzialità immergendolo nei traumi del presente, nella vita post covid dove i lutti convivono con noi senza essere mai stati del tutto superati, dove la fragilità umana si scontra con ciò che significa essere un eroe. Qui il tempo è tutto, sia quello con i minuti contati durante un’operazione d’urgenza, che quello passato con i propri “simili”, danneggiati speranzosi autoironici personaggi, davanti a una birra, dopo un lunghissimo turno in ospedale.
Menzione speciale: M. Il figlio del secolo | Da guardare su Sky e NOW
M. Il figlio del secolo, serie rivelazione presentata a Venezia 81, con la regia di Joe Wright e un eccezionale protagonista, Luca Marinelli ( e tratta dal bestseller di Antonio Scurati) è uscita all’inizio di quest’anno in streaming, e forse ce la siamo dimenticata. Mi chiedo come possa essere successo, data la portata estetica, tecnica e narrativa di uno dei prodotti più lucidi, irriverenti e innovativi del panorama seriale del 2025. La serie di Wright è un’opera sfacciata, ricca di eccessi, che non ha paura di ridicolizzare il male, dandone un’immagine ancora più tagliente. Senza assumere mai uno sguardo inquisitorio, M. Il figlio del secolo fa luce su qualcosa di estremamente oscuro, parte del nostro passato, ma anche del presente.

Abbott Elementary quarta stagione | Da guardare su Disney+
Sembra il segreto meglio mantenuto della televisione contemporanea: Abbott Elementary è la serie che ha dimostrato nelle sue quattro stagioni (con una quinta già confermata) che è ancora possibile costruire un prodotto televisivo fatto per non essere divorato in binge-watching, ma pensato, scritto e curato per aderire all’attualità, di settimana in settimana.
Lo si comprende nel modo in cui il suo linguaggio si trasforma episodio dopo episodio, rispecchiando il momento presente, le notizie sociali e quelle politiche. È straordinario il modo in cui, per esempio, in sceneggiatura si è riusciti a inserire la lunga pausa forzata dello show a causa dello sciopero hollywoodiano, senza ignorarlo. Al tempo stesso, grazie al brillante talento comico dell’intero cast e soprattutto della showrunner e protagonista Quinta Brunson, Abbott Elementary è un esempio esilarante di commedia ben scritta, in cui anche alla quarta stagione funziona sempre sia lo stile mockumentary sia la precisione delle punchline e delle battute ricorrenti.
Dying for Sex | Da guardare su Disney+ e Too Much | Da guardare su Netflix – Ex aequo
Aspettavamo tutti, ormai dagli anni ’10 del duemila, il grande ritorno alla serialità di Lena Dunham e, anche se non con la potenza di fuoco di Girls, l’attesa non è stata disattesa con Too Much, mini- serie targata Netflix che forse risente di questo elefante nella stanza, ma senza perdere tutti gli elementi di comprensione e di sgradevole umanità che hanno fatto grandi i personaggi femminili dell’autrice statunitense.
E a proposito di descrizioni inusuali di personaggi femminili, parliamo di un’altra mini-serie, Dying for Sex, questa volta di casa Disney+ (prodotta da FX) e con Michelle Williams e Jenny Slate ad affrontare un argomento scomodo quale la consapevolezza della morte unito a un’altra consapevolezza scomoda, quella dei desideri sessuali, senza perdere di vista una cornice di genuina amicizia femminile, forse ancora l’aspetto più difficile da rappresentare. In entrambi i casi, il meglio della serialità del 2025 è donna.

Scissione (Severance) seconda stagione | Da guardare su Apple TV+
Il 2025 è stato un bell’anno per la fantascienza sul piccolo schermo, aperto non a caso dal prosieguo di uno dei più brillanti e angoscianti affreschi distopici sull’alienazione e lo sfruttamento del lavoro al tempo di un capitalismo tecno-finanziario che si è fatto nuova religione e grottesca gabbia infernale. Ma la seconda stagione di Scissione è andata ben oltre le pur già promettentissime premesse della prima, dimostrando che l’attesa è valsa la pena.
Il word-building della serie ideata da Dan Erickson si mostra ancora più complesso, disorientante e oscuramente affascinante, i personaggi più vivi e sfaccettati (diremmo tridimensionali, se tre dimensioni qui bastassero…), permettendo agli interpreti di mantenere e superare i livelli delle loro prove precedenti (menzione d’onore a John Turturro in uno dei ruoli della vita). Soprattutto, però, la problematizzazione e stratificazione dei dilemmi etico-filosofici e dei conflitti socio-politici (non solo tra la Lumon e gli impiegati “scissi”, ma tra “esterni” e “interni” di questi ultimi) va di pari passo con la discesa in un enigma che apre squarci, visionari e allucinati, ai confini del narrato e narrabile cinetelevisivo. Insomma, se Black Mirror non ha già incontrato Twin Peaks, ormai ci manca davvero poco.
Sirens | Da guardare su Netflix
Sirens è una miniserie che seduce lentamente, proprio come il canto a cui allude lo stesso titolo. Creata da Molly Smith Metzler a partire dall’opera teatrale Elemeno Pea, la serie ci conduce in un microcosmo dorato e profondamente malsano: un’isola del New England dove il lusso diventa strumento di potere e le relazioni umane si fondano su equilibri fragilissimi. Al centro della storia ci sono due sorelle, Devon e Simone, divise da un passato irrisolto e da scelte che le hanno portate su strade opposte. Il loro incontro non è un tentativo di riconciliazione, ma l’innesco di un confronto doloroso tra identità negate e verità scomode.
La scrittura di Metzler riesce a fondere satira sociale e dramma psicologico con un costante senso di inquietudine. Il fulcro emotivo della serie è il triangolo femminile composto da Devon, Simone e Michaela detta Kiki, figura magnetica e disturbante interpretata da una Julianne Moore volutamente sopra le righe. Meghann Fahy dà vita a Devon, una protagonista ruvida e disperata, segnata da dipendenze e senso di colpa, mentre Milly Alcock interpreta Simone, incarnando l’ambiguità di chi ha scelto di reinventarsi a costo di perdersi. Visivamente elegante e attraversata da dialoghi affilati e silenzi carichi di significato, Sirens non offre risposte facili né veri colpevoli, ma riflette sul prezzo dell’appartenenza e sul bisogno di essere accettati.

Il Baracchino | Da guardare su Prime Video
“Spero che lo rifaranno presto ‘sto Baracchino, perché così almeno non resto a casa a pensare quanto la vita sia una parentesi di dolore da quando nasci a quando muori… Prima di essere dimenticato per sempre“ (Donato la ciambella)
Amarezza, compromesso, lutto, imbarazzo per procura, la viralità del tormentone come metro di successo, l’attrito della vecchia guardia che si rifiuta di morire e della nuova guardia che cerca uno spazio dove definirsi, una caratterizzazione del personaggi che non rifugge la complessità – ma senza pedanteria, con ironia leggera. Il Baracchino è una miniserie animata che racconta la stand-up comedy a partire da un suo elemento cruciale: ridere e far ridere rispondono all’esigenza di superare un trauma socializzandolo. I personaggi? Un’occasione felice per far dialogare le singole personalità con quella dei performer che prestano loro la voce (Pilar Fogliati, Lillo, Salvo Di Paola, Edoardo Ferrario, Luca Ravenna, Stefano Rapone, Daniele Tinti, Michela Giraud, Yoko Yamada, Pietro Sermonti, Frank Matano). L’animazione? Dettagliatissima, creativa e piena di minuscoli (ma esilaranti) easter egg.

Pluribus | Da guardare su Apple TV+
Con Pluribus non ci sono più dubbi. Vince Gilligan è una delle penne più importanti e abili della serialità americana. Lontano dal fenomeno Breaking Bad e dallo spin-off Better Call Saul, scritto e diretto ancora meglio della serie madre, Gilligan fa un ulteriore passo in avanti portando il suo magnetico storytelling verso la fine del mondo.
Per quanto la serie ricalchi e si ispiri, anche dichiaratamente in alcune scelte, al cinema e alla letteratura di genere fantascientifico e post-apocalittico degli anni ’50-’60, affronta in modo del tutto originale, e filtrato attraverso la lente dei su citati generi, importanti temi come la posizione dell’individuo all’interno della società, il rapporto con l’altro e con sé stessi, la lotta tra egoismo e altruismo e tanto altro. Pluribus riesce a parlare di questo con una regia geometrica, che si prende il suo tempo con delle magnifiche inquadrature sempre originali, soffermandosi più che sul quadro d’insieme, sui dettagli, le espressioni, gli sguardi di sottecchi, il sopracciglio aggrottato. Anche i particolari più banali assumono un peso enorme nella narrazione: una partita a golf contro sé stessi è un mero strumento per sottolineare il senso di isolamento sociale oppure il decollo di un aereo di linea vuoto descrive in una sequenza una nuova normalità.
Tramite questi dettagli la narrazione e l’empatia da parte dello spettatore esplodono. Questo è merito non solo della scrittura e della regia ma anche di prove attoriali di altissimo livello, prima tra tutti quella di Rhea Seehorn, che potrebbe essere definita una delle migliori attrici viste quest’anno in una serie TV.
Pier Francesco Lo Conte

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