Delroy Lindo, Micheal B. Jordan e Ryan Coogler sul set di I peccatori (Sinners). Courtesy of Warner Bros
Delroy Lindo, Micheal B. Jordan e Ryan Coogler sul set di I peccatori (Sinners). Courtesy of Warner Bros

I peccatori (Sinners) è stato uno dei film di maggior successo di pubblico e critica nel 2025. In Italia è arrivato in sala il 17 aprile dello stesso anno, quasi in contemporanea con gli Stati Uniti, nel mese dedicato solitamente all’horror nelle nostre sale.

È un film straordinario, soprattutto per le innovazioni tecniche e per la qualità elevatissima dei reparti artistici. Ecco perché, se l’avete sottovalutato, vi diamo 7 motivi per recuperarlo al più presto. Dal 26 gennaio è disponibile su Sky e Now.

1. Il percorso di Ryan Coogler e Michael B. Jordan

La storia di I peccatori inizia molto tempo fa, con il primo incontro fra Ryan Coogler e Michael B. Jordan. Perché è il loro sodalizio artistico così saldo nel tempo il primo presupposto per la riuscita di un film così complesso. Coogler e Jordan si conoscono circa quindici anni fa con il piccolo ma significativo film indipendente che segna il debutto alla regia di Coogler: Prossima fermata Fruitvale Station, girato nel 2012 e uscito in sala nel 2013. È la storia dell’omicidio di Oscar Grant, ucciso dagli agenti di sicurezza della Bay Area Rapid Transit Distric di Oakland (California) nelle prime ore del 1º gennaio 2009. Uno dei primissimi casi che, nella violenza sistematica contro gli afroamericani, iniziò a sollevare quella coscienza popolare poi confluita nel Movimento Black Lives Matter. Non è un caso, ma è più spirito del tempo, che lo stesso film arrivi nelle sale proprio nell’anno della nascita ufficiale del movimento.

Da allora Ryan Coogler si è inserito in un filone autoriale in cui, anche quando entra nelle dinamiche hollywoodiane (Black Panther), non dimentica mai che il pubblico principale di riferimento è il pubblico nero, la cultura afroamericana. Coogler è inoltre il primo regista a intravedere nel già famoso Michael B. Jordan un potenziale da protagonista cinematografico. Prima ancora dell’uscita di Fruitvale Station, il regista aveva già infatti preso accordi con Sylvester Stallone e scelto MBJ per il suo Creed (2015). Saga di cui lo stesso Jordan diventa poi regista al terzo capitolo. Complessivamente Coogler ha realizzato “solo” cinque lungometraggi dal 2013 al 2025: Fruitvale Station, Creed, Black Panther, Black Panther – Wakanda Forever e I peccatori. In tutti, fino a oggi, Michael B. Jordan ha sempre avuto un ruolo di rilievo, quasi come un alter ego del regista stesso. O l’altra metà di una nuova coppia d’oro, sulle orme di Spike Lee e Denzel Washington.

Michael B. Jordan e Ryan Coogler sul set de I Peccatori (Sinners)
Michael B. Jordan e Ryan Coogler sul set de I Peccatori (Sinners)

2. Il cambio di proprietà (tra 25 anni)

I peccatori (Sinners) è un film di importanza storica per il cinema già nelle sue premesse produttive. Ryan Coogler, infatti, è riuscito a ottenere da Warner Bros un contratto inedito che potrebbe mettere in discussione il futuro degli Studios. Tra 25 anni, cioè, Warner Bros perderà ogni diritto sul film, che resterà di proprietà esclusiva di Coogler. In termini economici, tra 25 anni qualsiasi replica o riproduzione del film produrrà guadagno diretto per l’autore e non più per la casa di distribuzione.

Anche per questo motivo, considerata la rarità e la “pericolosità” di un simile contratto per le major hollywoodiane, non era affatto scontato il successo alle nomination degli Academy Awards e non sarà affatto semplice una eventuale vittoria nella categoria Best Picture, assegnata ai produttori e quindi alla macchina economica dei film. La vittoria di I peccatori sarebbe cioè una frattura sostanziale con il sistema produttivo attuale e un messaggio di profondo cambiamento, oltre che di rivendicazione identitaria e culturale del cinema afroamericano contro lo studio system.

3. Halo Rig: la tecnica che ha permesso il doppio ruolo di MBJ

Si può dibattere sulla trama di I peccatori o persino sul genere, poiché non è un film fatto per tutti né che deve piacere obbligatoriamente a tutti. Non fallisce, tuttavia, nel conquistare un pubblico molto ampio perché l’unica cosa che non può essere messa in discussione è l’altissima qualità tecnica e artistica della sua produzione. Una sfida enorme, già a partire dalle sua caratteristiche di base: un film girato in pellicola(!) IMAX 65mm con il protagonista impegnato nel doppio ruolo di due gemelli, spesso in scena insieme. Come si gira un film così? Inventando nuove tecniche.

Micheal B. Jordan si è scisso nei suoi due personaggi, Smoke e Stack, grazie a una speciale ma ingombrante attrezzatura a 360° chiamata Halo Rig, in grado di catturare i movimenti facciali e acquisire le immagini per il reparto di VFX. MBJ ha cioè lavorato sia con l’attrezzatura addosso sia senza, in modo da poter recitare con e contro se stesso. Il risultato finale, fluido e naturale anche grazie agli ottimi VFX, unito alla caratterizzazione dei due personaggi, crea l’illusione di guardare due persone distinte, seppur interpretate dallo stesso individuo. Si tratta di un risultato forse senza pari per il reparto di fotografia e di effetti visuali – che infatti hanno ricevuto le rispettive nomination agli Oscar – senza contare la rarità di un film del genere, girato in pellicola e con macchine IMAX e con un’oscillazione interna delle immagini tra il formato widescreen (Ultra Panavision, orizzontale) e il full frame IMAX (1:43, quasi quadrato).

A Hollywood solo un altro team lavora su una simile scala di qualità e difficoltà con macchine IMAX, quello di Christopher Nolan e del suo direttore della fotografia Hoyte Van Hoytema. Ed entrambi hanno dato il loro contributo come consulenti di Coogler e della direttrice della fotografia Autumn Durald Arkapaw.

4. Il record agli Oscar

Non stupisce, perciò, l’elevato numero di riconoscimenti e di nomination agli Oscar 2026: ben 16. È il nuovo record assoluto che batte le 14 candidature di Eva contro Eva, Titanic e La La Land. Un traguardo che, quindi, I peccatori avrebbe raggiunto anche senza considerare la nuova categoria aggiunta di quest’anno, miglior casting, in cui è comunque presente. Oltre ad aver ottenuto le maggiori nomination a Miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura originale, Sinners viene inoltre candidato appunto per miglior fotografia e migliori VFX e anche per il miglior montaggio, il miglior suono e miglior trucco e acconciature. È di nuovo candidato inoltre, il magnifico trio che già aveva vinto tre rispettivi Oscar per Black Panther: Ludwig Göransson per la musica originale, Hannah Beachler per la scenografia e Ruth E. Carter per i costumi.

Si aggiungono poi la candidatura a miglior canzone originale, “I Lied to you” – interpretata da Miles Caton nel ruolo di Sammy – e le prime candidature attoriali per Michael B. Jordan (miglior attore protagonista), Delroy Lindo (miglior attore non protagonista) e Wunmi Mosaku (miglior attrice non protagonista).

Non è però scontato veder vincere I peccatori la notte del 15 marzo né è così automatico che riuscirà a ottenere più statuette, prima di tutto perché è un black film, fatto da e per il pubblico nero, e storicamente gli Oscar non hanno grande riguardo per il filone autoriale afroamericano. Un’eccezione fu Moonlight nel 2017, chissà se quest’anno si ripeterà il miracolo. Intanto resta il secondo grande ostacolo, ovvero il genere. Sinners è un horror che usa la metafora del vampirismo per raccontare i corpi neri, il loro sfruttamento, la loro resilienza e la loro liberazione. Si tratta comunque di un genere poco amato agli Academy e quasi mai premiato, di fatto sdoganato solo lo scorso anno da The Substance. Infine resta anche la questione del futuro passaggio di proprietà da Warner a Coogler: premiare un film che sfida a tal punto lo status quo degli Studios potrebbe scuotere dalle fondamenta una Hollywood già abbastanza provata dalle acquisizioni da parte delle piattaforme, Netflix-Warner fra tutte.

5. Il successo al botteghino e il bias della stampa statunintense

La particolarità del successo de I peccatori è stata la sua capacità di portare centinaia di migliaia di persone al cinema solo con il passaparola. Ha giocato a suo favore la possibilità, almeno negli Usa, di uscire su tutti gli schermi IMAX del Paese, poiché il formato di proiezione contribuisce alla spettacolarità del film stesso, ma la questione principale è che il pubblico l’ha chiesto e richiesto al cinema. Negli Stati Uniti, cioè, è uscito ad aprile 2025, ma anche di nuovo a fine ottobre e ancora adesso a gennaio 2026: spettatori e spettatrici vogliono vedere il film al cinema, non in streaming, e continuano a riempire le sale.

È così che, probabilmente, il box office totale di 368,3 milioni di dollari, di cui 279 negli Stati Uniti, è persino destinato a crescere.

Eppure la stampa statunitense, anche per i motivi elencati nel punto precedente, si è dimostrata fin troppo cauta, quasi restia a riconoscere il successo del film. Emblematico è diventato il caso di Variety che ad aprile, di fronte a un weekend di apertura straordinario per un film originale (né sequel né parte di un franchise), pari a 60 milioni di dollari globali, ha preferito orientare il titolo del suo articolo sulla dubbia profittabilità del film. «Profitability remains a question mark» erano le parole esatte del titolo, poi modificato. Il sottotesto fin troppo facile da intuire era quello per cui, dopo la spinta iniziale, un film diretto da un regista nero per il pubblico nero e con il cast prevalentemente nero non avrebbe potuto reggere la curva di successo necessaria, nelle settimane successive, a riguadagnare il budget speso e poi ottenere i primi ricavi effettivi. Non solo molte star di Hollywood, tra i primi Ben Stiller, hanno denunciato il bias della testata e di diverse altre (anche il New York Times), ma sono stati i fatti stessi, il successo di pubblico e critica del film, a smentire le premesse dell’articolo.

Da sinistra: Jayme Lawson, Wunmi Mosaku, Michael B. Jordan, Miles Caton e Li Jun Li
Da sinistra: Jayme Lawson, Wunmi Mosaku, Michael B. Jordan, Miles Caton e Li Jun Li. Courtesy of Warner Bros

Il bias tuttavia trova conferma nel fatto che, in maniera un po’ meschina, Variety abbia escluso Sinners dalla sua annuale lista dei migliori film dell’anno e nei toni trionfali con cui, invece, il giornale ha spinto e ingigantito il successo al botteghino diMarty Supreme, definendo Timothée Chalamet “il re del box office natalizio”. Peccato che nessuno dei quattro film di Chalamet usciti negli ultimi quattro anni a fine dicembre abbia mai raggiunto il primo posto al botteghino, nonostante i buoni risultati.

6. La musica e il “Surreal Montage

C’è un aspetto di I peccatori di cui forse non si parla abbastanza: è un film musicale. Un horror in giri di blues. Oltre la colonna sonora scritta da Göransson, infatti, i personaggi cantano le loro canzoni, esprimono emozioni e sofferenze attraverso classici di quel Delta Blues che sembra un pianto trasformato in estasi. Ma cantano anche brani originali, scritti da diversi autori. “I Lied to You”, per esempio è scritta da Göransson insieme a Raphael Saadiq. Ma “Dangerous”, cantata Hailee Steinfeld (Mary nel film) è scritta dall’attrice stessa insieme a Sarah Aarons e il bellissimo brano “Last Time (I Seen the Sun)” è co-scritto da Göransson ma scritto e interpretato da Alice Smith e Miles Caton.

Quella del blues è una scelta precisa da parte di Ryan Coogler, oltre che molto personale. È una scelta legata a un suo lutto e all’idea di poter evocare lo spirito delle persone amate accanto a sé, attraverso la musica. «Conjuring the spirit» è l’espressione che spesso usa Coogler nelle interviste, e ha totalmente senso, guardando Sinners, dove la musica diventa uno strumento del sovrannaturale, che unisce bene e male, passato e futuro, vivi e morti, antenati e discendenti. Lo si comprende bene nella scena del “Surreal Montage”.

Esiste un prima e un dopo il “Surreal Montage” di Sinners. E soprattutto non c’è nulla in tutto l’anno appena passato paragonabile alla potenza di questa sequenza cinematografica. Quella che vi si avvicina di più, senza raggiungerla, è solo la sequenza dell’inseguimento finale in Una battaglia dopo l’altra.

Surreal Montage è il nome con cui Ryan Coogler, il cast e la troupe chiamavano sul set la complicatissima ripresa che accompagna il brano “I Lied to You”. A cantare è lo stesso Miles Caton che interpreta Sammy, il Preacherboy. A dire il vero è proprio la sua voce che ha convinto Ryan Coogler a sceglierlo per un ruolo di rilievo nel film, nonostante il giovane Caton di mestiere faccia il cantante e non l’attore. La sua è una voce eterna, quasi divina nel senso che è fuori dal tempo. Sembra arrivare dal passato e, insieme, dal futuro. Da un luogo intimo e profondo che ha a che fare con la spiritualità. È la voce perfetta per il blues del film, tanto che Caton ha imparato a suonare la chitarra in soli tre mesi per il ruolo, ma è soprattutto la voce perfetta per questa sequenza in cui è racchiusa l’anima de I peccatori.

Dal blues degli ex schiavi e poi dei mezzadri dell’America delle leggi Jim Crow, infatti, nasce ogni altro genere musicale contemporaneo: le chitarre in stile Prince, il mixer dei dj anni Novanta, il r&b, il rap e la trap. Al tempo stesso, andando alle radici, ascoltando i beat, il cuore di questa musica è nell’Africa lontana e mai dimenticata, nelle sue danze sacre e mascherate e nelle sue culture.

La musica, che attraversa l’intero film, nel Surreal Montage si rivela e si rende esplicita come forza creatrice, come metafora di un potere ancestrale che si trasforma e che resiste. Ed è questo il colpo di genio della sceneggiatura di Ryan Coogler e della sua regia, in grado di creare il senso di meraviglia attraverso il movimento nello spazio.

7. Le due scene post-credit che completano il finale

Non vi venga in mente di alzarvi – dalla sala, dal divano o ovunque guardiate il film – senza prima aver aspettato la scena mid-credit e la scena post-credit. Non si tratta infatti di scene bonus, ma di segmenti che arricchiscono un finale già perfetto. La prima è a tutti gli effetti un epilogo, poiché con un salto temporale agli anni Novanta racconta cosa è rimasto di quella notte in cui si è danzato lottato contro il Diavolo. Se non volete spoiler, vi basti sapere che sono due, aspettatele.

Micheal B. Jordan e Miles Caton in I peccatori (Sinners). Courtesy of Warner Bros
Micheal B. Jordan e Miles Caton in I peccatori (Sinners). Courtesy of Warner Bros

Se volete saperne di più, serve andare più a fondo nel messaggio del film. La grande battaglia de I peccatori, infatti, non è quella contro Remmick (Jack O’Connell), il diavolo-vampiro, il cui obiettivo è creare un’alleanza tra emarginati. È quella contro il KKK. Lo si comprende bene da alcuni piccoli dettagli all’inizio e alla fine del film: all’alba del nuovo giorno non ci sarebbe stato comunque scampo per nessuno dei personaggi, sarebbero stati tutti linciati o uccisi. Ciò non avviene solo perché Smoke, da solo, riesce a proteggere ciò che resta della vita raccontata e vissuta in quella notte nel Juke Joint, l’unica notte in cui “per poche ore siamo stati liberi”.

A dire queste parole, però, è Stack, nel ruolo che secondo Viola Davis (l’ha detto durante una presentazione con MBJ) è addirittura il terzo interpretato da Jordan in questo film. Trasformato infatti in vampiro ma risparmiato dal gemello, adesso è libero di vivere il suo amore con Mary, ma confinato con lei nelle notti eterne. Stack e Mary, 60 anni dopo, tornano a trovare Sammy, ormai uomo anziano e una leggenda del blues (interpretato da Buddy Guy). Sul viso Sammy porta ancora le cicatrici di quella notte, il marchio del diavolo che ha contribuito alla sua fama, ma i suoi ricordi sono dolci: “Fino a quando non è calato il sole, quello è stato il giorno più bello della mia vita”. E la stessa cosa risponde Stack, sulle note della canzone che forse avrebbe meritato la 17ª nomination a questi Oscar: «Last time I seen my brother, last time I seen the sun. And for a few hours we was free».

Nonostante l’orrore vissuto quella notte, il blues resta ciò che è più vicino a Dio, alla pienezza di una spiritualità quasi inafferrabile per chi non la prova in prima persona, o una salvezza che avviene ai propri termini e alle proprie condizioni. È per questo che Coogler sceglie di concludere il suo film di nuovo nel 1932, con Sammy il Preacherboy che, nella sua chiesa canta “This Little Light of Mine” così come avrebbe sempre voluto. Facendo vibrare il blues.

V.V.

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