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Stanley Kubrick: 3 film da rivedere

Il 26 luglio 1928 nasceva a New York Stanley Kubrick. In redazione lo ricordiamo con tre film scelti tra i nostri preferiti, indimenticabili, testimonianze cinematografiche di una modernità in ascesa.

Orizzonti di gloria (Paths of Glory, 1957) – Emanuele Bucci

Prima di Full Metal Jacket, la guerra e le gerarchie militari secondo Kubrick. Ordine e caos, i due poli opposti della poetica del regista, nella follia organizzata del conflitto armato vanno fatalmente d’accordo. E si traducono in carrellate angoscianti attraverso trincee reali e metaforiche, in schiere precarie di corpi che si piegano al suono degli spari. (A)simmetrie di un massacro che si consuma mentre il potere (bellico, politico e sociale) conversa, pianifica e festeggia nei suoi sontuosi palazzi.

Un racconto classico, dove il bene (sconfitto) ha il volto di Kirk Douglas, che ha difeso il film ostracizzato dalla Francia sciovinista e dall’America maccartista. Un racconto modernissimo, per come decostruisce ogni retorica dell’eroismo e del nazionalismo al cinema. Lasciando che le pedine sacrificali rubino la scena. E regalandoci nel finale uno dei brani più commoventi sull’arte che rompe steccati e distinzioni che alimentano i soprusi. Almeno per il tempo di una canzone.

Stanley Kubrick, Orizzonti di gloria
Orizzonti di gloria (Paths of Glory, 1957)

Arancia meccanica (A Clockwork Orange, 1971) – Valeria Verbaro

Esistono due tipi di reazione alla dolce melodia di I’m Singing in the Rain. C’è chi l’associa alla gioia pura e spensierata di Gene Kelly e chi prova un brivido straniante pensando ai Drughi. In quella scena e in molte altre, Malcolm McDowell nei panni di Alex DeLarge è forse l’esperimento psicologico più radicale di Kubrick sul suo pubblico. Lo sa benissimo, il grande regista, che proprio in questo film ci propone la Cura Ludovico. Come se noi stessi dovessimo disintossicarci, dopo ogni visione, dal complesso piacere che provoca Arancia Meccanica.

Eppure, sin dall’inizio, non c’è il minimo pericolo di sprofondare nell’orrore di quella violenza. Kubrick lo afferma senza dirlo, perché costruisce un mondo così alienante e alienato da tenere sempre gli spettatori al sicuro, al di là dello specchio. L’estetica dichiaratamente ispirata alla Pop Art non è che una straordinaria parte di questo schermo protettivo. Un mondo in cui possiamo affacciarci ed entrare in contatto con impulsi terrificanti, senza mai farci risucchiare del tutto: What a glorious feeling/And I’m happy again (just singing in the rain).

Stanley Kubrick, Arancia Meccanica
Arancia meccanica (A Clockwork Orange, 1971)

Eyes Wide Shut (1999) – Giulia Losi

Eyes Wide Shut posso solo definirla un’esperienza visiva e sonora, un vero e proprio viaggio attraverso la psiche umana e i sensi. La cosa migliore per gustarlo al meglio è staccare il telefono e qualsiasi altra cosa e immergersi nelle sue atmosfere cupe e incredibilmente affascinanti. Il film ti trascina nei luoghi più reconditi della tua mente, anche quelli che non vorresti esplorare. Ma è giusto così, perché Eyes Wide Shut ti insegna che puoi anche programmare ogni cosa, ma la vita può sorprenderti in qualunque momento. 

Stanley Kubrick, Eyes Wide Shut
Eyes Wide Shut (1999)

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