
È difficile parlare di cinema italiano senza chiedersi che cosa ne pensa Steve Della Casa: dietro l’espressione bonaria e la personalità travolgente, si nasconde probabilmente uno dei massimi esperti di cinema del Bel Paese, se non d’Europa. Una sorta di Dizionario Mereghetti in bicicletta, Della Casa mantiene nonostante la lunga carriera nella critica cinematografica, un’esuberanza e una curiosità che lo portano ancora a sperimentare nuove identità, tra cui quello di regista, attore e sceneggiatore.
Di Tradita, film crime a tinte erotiche prodotto da Mattia’s film, e per la regia di Gabriele Altobelli, firma la sceneggiatura assieme al regista e a Maria Carboni, autrice del libro omonimo da cui è tratto. Nel cast Manuela Arcuri, Fernando Lindez (giovanissimo attore della serie Netflix Élite), Giancarlo Giannini e William Levy (star delle telenovelas sexy in lingua spagnola).
Riesco a inserirmi nella fittissima agenda di Steve, per appena un’oretta con una telefonata, per lui una gradita distrazione dal momento che, racconta, la sera prima il suo amatissimo Toro ha perso 2-1 contro il Napoli.
Partiamo dagli inizi: come nasce Tradita?
È un film che è stato pensato per il mercato internazionale in lingua spagnola, tanto è vero che è stato venduto in tutto il Sudamerica, in Spagna, nelle Filippine… L’input che ci siamo dati con Alberto (Tarallo, produttore del film, ndr) era di fare un prodotto che fosse congeniale a quel mercato, in questo momento il più ricco del mondo insieme a quello cinese, un giallo sexy sulla linea di quelli degli anni ’70 fatti in Italia da Umberto Lenzi o Martino Guerrieri. In questi giorni è al festival di Malaga, una vetrina dedicata al mercato in lingua spagnola.
E in Italia?
Avrà un’uscita anche in Italia vista la presenza di star italiane, però è già abbondantemente rientrato nei costi con le vendite in Sudamerica. Questa è l’operazione a cui si è pensato, e ne seguiranno altre: a fine marzo per esempio, comincerà la lavorazione di un film che ho scritto insieme a Dario Argento, Carne della mia carne, anche questo un giallo, con Angela Molina e Monica Guerritore, e dopo sono in programma altri due film sempre con Dario, anche se non si è ancora deciso in che modo coinvolgerlo.
Mi è nuova la tua attività di sceneggiatore.
Non esageriamo. Diciamo che mi occupo della supervisione delle sceneggiature, consiglio cosa inserire, che citazione metterci, quale riferimento potrebbe starci bene…
La vendi come un’operazione commerciale, ma Tradita è anche una lettera d’amore al cinema di genere anni ’60, ’70, primi anni ’80: Dario Argento, Tinto Brass, i poliziotteschi…
Sì, esatto. Abbiamo fatto una sorta di operazione al bilancino, mettendoci un po’ di questo, un po’ di quello. È un film come si facevano all’epoca, film costruiti con quello che “avevano nell’orto”, un minestrone cucinato con ciò che avevano a disposizione secondo le richieste del committente.
Tornando al discorso sui generi, anche la scelta degli attori è funzionale al discorso citazionistico che si è voluto fare: oltre a William Levy e a Fernando Lindez, anche la scelta di Manuela Arcuri come protagonista.
Manuela Arcuri è molto legata ad Alberto Tarallo che l’ha diretta nelle fiction più importanti della sua carriera (Pupetta, Il peccato e la vergogna), e anche lei rimanda a un tipo di genere anni ’70: la sua fisicità ricorda quella delle grandi maggiorate, di cui forse lei è l’ultima rappresentante. Tradita è il ritorno al cinema della Arcuri, che sarà pure presente in Carne della mia carne, dopo una decina di anni d’inattività.

Hai detto che il film non è solo un omaggio a un certo tipo di generi, ma anche a una certa manovalanza.
Sì, assolutamente: io sono sempre stato un fan di quegli operatori che facevano miracoli sul set, dei grandi cascatori, degli scenografi… Qui, pur essendoci un grosso budget, sono riusciti a rendere abbastanza bene le scene d’azione che, sempre per la questione delle percentuali, in un film come questo vanno comunque messe. Di tanto in tanto, a cena con Tarallo, parlando del cinema di quegli anni, brindiamo a personaggi come Antonia Santilli, Ely Galleani, i fratelli Cinafriglia, Nello Pazzafini, tutti personaggi di cui noi sappiamo vita, morte e miracoli, ma che pochissime persone conoscono. Abbiamo cercato di ricreare in Tradita quel tipo di atmosfera e di valorizzare quelle professionalità.
Avete voluto parlare di un cinema che in Italia non si fa più, e questo a sua volta apre l’annosa questione del rapporto della critica italiana col cinema di genere.
Chiamatelo pure per quello che è, un rapporto di disprezzo. Assurdo, perché in realtà è stato una sorta di pietra filosofale: gli anni d’oro del nostro cinema sono stati resi possibili perché il successo dei film di genere rendeva fattibile, commercialmente parlando, il cinema più d’autore.
Alla fine degli anni’60 il cinema italiano fatturava più di quello americano, con autori come Fellini, Visconti, De Sica, ma anche con film come Maciste contro i tagliatori di teste o a 008, operazione Sterminio. C’era poi una sorta di osmosi tra il cinema d’autore e il cinema di genere. I temi alla fine erano gli stessi, tanto è vero che autori del calibro di Pasolini erano aperti a recitare in spaghetti western, attori come Enrico Maria Salerno recitavano nei peplum, c’era una specie di crossover tra queste due maniere di concepire il cinema che oggi non c’è più, e questo ci ha indebolito molto, soprattutto per quanto riguarda il mercato estero.
Eppure è un cinema che è stato adottato da grandi maestri come Scorsese, Burton, Tarantino…
Assolutamente. Senza contare che un’altra “pietra filosofale” del cinema italiano di quel periodo era che i nostri film giravano in tutto il mondo seguendo le esigenze dei compratori: gli spaghetti western sono nati perché in America non si facevano più i western nonostante la grande richiesta, e da lì sono nati autori come Leone e Corbucci.
Credo che un’industria sana debba concepire sia i prodotti sperimentali d’autore, sia avere un’apertura ad aspetti spettacolari e certi gusti del pubblico che non va guardato con disprezzo: il pubblico è il consumatore finale di quello che produci. Bisogna anche pensare ai mercati degli altri paesi: Tradita, grazie appunto a William Levy, in Sudamerica l’hanno comprato a scatola chiusa. Un film è un’opera d’arte, ma deve essere pure un’operazione commerciale.
Senza contare che non è mica vero che un film di genere non possa essere un’opera d’arte.
Infatti. Autori come Monicelli, Leone, Risi ce lo hanno insegnato.
L’impressione però è che negli ultimi anni, in maniera molto timida, gli autori italiani stiano provando a tornare al genere.
Quello che va all’estero è sicuramente il genere “malavita italiano” (Romanzo Criminale, Suburra, Gomorra…). È chiaro che devi anche essere in grado di variare autori e temi. Un altro caso è Perfetti Sconosciuti, una commedia tipicamente italiana che però sa essere global. Quando fai i film devi pensare anche a cosa possono volere fuori: la Cortellesi, con C’è ancora domani, si è data più da fare a promuovere il suo film all’estero di quanto non abbia fatto in Italia, perché ha capito che il suo film era un prodotto che poteva andare “fuori”, che raccontava l’Italia del neorealismo con un cast tutto al femminile. L’idea in Italia di uscire dal proprio guscio sta un po’ riprendendo piede, anche grazie alla poca popolarità degli americani in questo momento storico e alla bassa qualità del loro cinema attuale.
Chiudiamo con una provocazione: cosa bisognerebbe fare per tornare ai generi in Italia?
Bisogna essere umili, non pensare di avere la formula in tasca, ma confrontarsi con le richieste del mercato, sentire, vedere, copiare. Il cinema italiano ha copiato un po’ dappertutto: i peplum nascevano dai kolossal americani, gli spaghetti western dal western, il poliziottesco da Il braccio violento della legge e i film dell’Ispettore Callaghan. Altra cosa fondamentale è la creazione di un nuovo star system, che in Italia non c’è più. Qual è l’attore italiano che da solo garantisce il successo del film? Artisti bravi ce ne sono tanti, ma bisognerebbe ricostruire un po’ di mitopoietica degli attori italiani.
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