stranger things

Il 15 luglio 2016 debutta su Netflix la prima stagione di Stranger Things. Nessuna promozione, nessun tipo di aspettativa: gli otto episodi compaiono silenziosi nel catalogo ma diventano quasi subito un fenomeno virale grazie al passaparola. Intervistati poco dopo il successo globale, i creatori ormai noti come i Fratelli Duffer affermano fin da subito di aver pensato ad almeno quattro stagioni per completare l’arco narrativo della loro eroina. E adesso, a distanza di sei anni, i tasselli iniziano a tornare tutti al loro posto, con una quarta stagione che si lega incredibilmente alla prima e svela sottigliezze e sorprese, oltre che un rapporto diretto con quei primissimi episodi che fin da subito ci hanno rivelato dettagli importanti degli sviluppi successivi.

Te lo ricordi?

1. Will e la queerness

La quarta stagione fin dai primi episodi ci ha fatto dubitare. Sarà davvero così, sarà innamorato di Mike? Fino alla straziante e commovente scena in auto. Ciò che forse può sfuggire, soprattutto a sei anni di distanza, è che il personaggio di Will è introdotto da subito come queer, seppur attraverso lo sguardo degli altri. La descrizione che fa Joyce del rapporto tra Will e il padre è molto chiara su questo: il padre è una figura assente anche per l’incapacità di abbracciare la sensibilità di Will. I tre bulletti della scuola, inoltre, si riferiscono spesso a lui usando epiteti poco gentili e alludendo alla sua queerness in modo offensivo. Proprio perché sotto forma di insulti, queste informazioni non rimangono impresse nella memoria del pubblico, ma è un indizio sufficiente per affermare che i Duffer avessero in mente un simile sviluppo per il personaggio.

2. Will e la musica

Should I Stay or Should I Go? Un brano centrale, quello dei Clash, non solo perché sigla lo stretto legame fraterno tra Will e Jonathan, ma anche perché è la canzone che Will canta fra sé e sé cercando di farsi coraggio nel Sottosopra. Suona familiare? Esatto, proprio come Max ascolta Running Up That Hill. La musica lo riporta al suo presente e gli permette di non perdersi, di restare vicino casa, vicino alla madre, anche se dall’altro lato della realtà. Se poi vogliamo specularci un po’ su, a ben vedere nel primo episodio Will sembra inseguito da una figura leggermente diversa dal Demogorgone e più simile a Vecna. Possibile che già nel 2016 i Fratelli Duffer avessero già in mente questo passaggio fondamentale della trama? Non solo il mostro, ma anche l’arma (la musica) per allontanarlo. Sembra improbabile, ma vogliamo crederci, perché renderebbe davvero perfetta una serie già straordinaria.

3. Dieci centimetri

Abbiamo pianto come delle fontane, probabilmente senza eccezioni, sia quando El legge la lettera di Hopper nel finale della terza stagione, sia quando lo riabbraccia sul finale della quarta. Impossibile non arrendersi di fronte a un sentimento così bello, così profondo, simboleggiato da un gesto semplice come la porta aperta dieci centimetri. Uno spiraglio che si fa anche metafora di una speranza di felicità che non vuole morire: l’ho tenuta sempre aperta. Eppure…eppure! Ricordate che nella prima stagione sono El e Mike i primi protagonisti di una scena simile? Eleven, appena fuggita dal laboratorio e nascosta nel seminterrato di Mike, sta per cambiarsi i vestiti di fronte ai ragazzi. Imbarazzati, loro le chiedono di andare in bagno e lei, terrorizzata dagli spazi chiusi che le ricordano le punizioni, rifiuta di chiudere la porta. È Mike allora a lasciare quella porta socchiusa di dieci centimetri, un piccolo gesto di gentilezza e di fiducia che El non dimenticherà.

E mentre ci divertiremo a cercare altre similitudini e altri riferimenti che completano il puzzle negli episodi successivi, c’è un elemento che invece rimane costante e indispensabile, senza alcun dubbio, dalla prima all’ultima puntata: Joyce Byers.

Joyce, costante di Stranger Things

Tra le più frequenti, anche se minime critiche alla quarta stagione di Stranger Things c’è purtroppo anche il ruolo di Joyce, considerata poco rilevante negli ultimi sviluppi. La sua storyline è sicuramente defilata rispetto al passato, però forse nella mole di informazioni che si accavallano in questa densissima stagione si dimentica troppo spesso la determinazione del personaggio. Joyce, ostinata e coraggiosa, riesce – con un po’ di follia e fortuna – a salvare Hopper e a prendersi il suo lieto fine (per ora). Impara dagli errori del passato, ma non si lascia cambiare. È lei la ragione principale per cui la serie è esplosa, come è grazie a Winona Ryder che l’effetto nostalgia anni Ottanta ha avuto senso al di là del pubblico a cui la serie era destinata.

Questa volta non sono state le luci di Natale ma una bambola russa a spingerla ad agire oltre la logica e oltre la razionalità. Quel che conta è che in entrambi i casi Will e Hopper sapevano di poter contare su di lei e sul suo modo strambo ma efficace di esserci e di risolvere i problemi, aprendosi al mondo e a ogni possibilità.

E a voi vengono in mente altri collegamenti nascosti fra le stagioni di Stranger Things? Fateci sapere e continuate a seguire FRAMED anche sui social, siamo su FacebookInstagram Telegram

valeria-verbaro-framed-magazine
Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies.

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