Finn Wolfhard (Mike Wheeler) in Stranger Things 5. Cr. COURTESY OF NETFLIX (c) 2025
Finn Wolfhard (Mike Wheeler) in Stranger Things 5. Cr. COURTESY OF NETFLIX (c) 2025

Questo articolo contiene spoiler sul finale di Stranger Things 

Non esisterà forse più qualcosa di simile a Stranger Things, almeno non per questa generazione di giovani adulti, spettatori e spettatrici. Dopo quasi dieci anni, e cinque stagioni, la serie Netflix dei fratelli Duffer si conclude e al tempo stesso chiude l’immaginario nostalgico dei anni Ottanta di cui la cultura pop millennial si è nutrita a lungo. Ecco perché quello di Stranger Things non è soltanto un ultimo episodio, ma è un sipario che cala su un fenomeno generazionale internazionale e su un intero modo di fruire un prodotto televisivo. 

Passeranno forse anni prima che si ripeta qualcosa come Stranger Things e, anche allora, sarà diverso. Perché nel 2016, quando per la prima volta abbiamo scoperto Hawkins, è stato il passaparola a decretare il successo della serie, non l’hype dei social né la foga dei content creator.

Nel tentativo di massimizzare l’attenzione sulla quinta stagione, il finale di serie è stato pubblicato la notte di Capodanno su Netflix come un capitolo a sé stante di 128 minuti, il Volume 3. Un lungo addio che ha suscitato reazioni contrapposte, tra chi l’ha amato e chi si è sentito tradito dopo tanta attesa. E se nessun finale può essere davvero perfetto, è vero però che Stranger Things ha deciso proprio all’ultimo di tornare alle sue radici emotive, colpendo il pubblico nei sentimenti e nell’affetto per la serie, anziché sviluppare e racchiudere in modo coerente il mondo fantasy (e a tratti sci-fi) che, in tutti questi anni, ha costruito. 

Millie Bobby Brown, Stranger Things 5. Cr. COURTESY OF NETFLIX
Millie Bobby Brown, Stranger Things 5. Cr. COURTESY OF NETFLIX

L’ultima campagna: “Capitolo otto – Il mondo reale” 

“The Rightside Up”: il verso giusto, l’opposto del Sottosopra. Letteralmente è questa la traduzione del titolo dell’ultimo episodio, trasposto come “Il mondo reale”. Tutto finisce, ma non prima di un’ultima battaglia che chiude i conti e riporta ogni cosa in ordine. L’episodio si divide in due metà di circa un’ora ciascuno. La prima è il combattimento finale contro Vecna e il Mind Flayer, la seconda è un lungo epilogo. In comune hanno entrambe, mai a caso, un forte legame con D&D, il gioco che accompagna Stranger Things fin dal primo episodio.

Lo scontro finale, infatti, avviene “usando” ogni giocatore al meglio delle sue possibilità. Ogni personaggio ha un’arma diversa e un compito diverso, ma solo con un attacco congiunto è possibile indebolire il nemico e sconfiggerlo. Da qui l’impressione che la battaglia vera e propria duri solo qualche minuto, anche se in realtà inizia con l’episodio stesso, dal momento in cui il gruppo va attivamente alla ricerca di Vecna attraverso i poteri di Eleven. 

Non è inoltre così comune (anche se non impossibile) che in una campagna D&D a morire siano i giocatori/personaggi principali. Motivo per cui nello scontro apparentemente impari con Vecna e il Mind Flayer non ci sono vittime: non è lo spirito né il senso del gioco, o almeno del gioco dei Duffer. È la nostra cultura mediale, al contrario – ovvero i libri, i film e le storie a cui facciamo inevitabilmente riferimento – a suggerirci la perdita di uno o più personaggi come un passaggio imprescindibile delle narrazioni. Non è quello che però interessa agli showrunner che in fondo “hanno giocato” la loro campagna D&D per dieci anni senza mai eliminare alcun componente principale del cast, almeno fino all’ultima scena.  

Terminata la campagna, è prassi inoltre per il Dungeon Master raccontare le sorti dei personaggi dopo la conclusione della trama, immaginandone il futuro anche in base alle loro azioni e alle loro caratteristiche. Esattamente ciò che accade con il racconto finale affidato a Mike, da sempre il Dungeon Master della serie. 

Cosa non funziona nella serie e nell’ultimo episodio 

Stranger Things, ovviamente, non è però una messa in scena del famoso gioco di ruolo e come prodotto televisivo ha bisogno di continuità e coerenza per funzionare bene fino all’ultimo episodio. Cosa che nell’ultima stagione è purtroppo mancata. Banali errori di scrittura rendono difficile credere che ci sia lo stesso team creativo dalla prima alla quinta stagione. 

Innanzitutto manca un vero aggancio tra la fine della quarta e l’inizio della quinta. La gravità della situazione che si delineava alla fine della quarta non si respira più. E per quanto sia impossibile non amare la voce narrante di Rockin’ Robin all’inizio della quinta, i suoi spiegoni fuori campo alla radio sono la prova del grande difetto di questi ultimi episodi: intere scene e situazioni narrate a parole, anziché mostrate. Il nostro Boris lo chiamerebbe il “non lo famo, lo dimo”, tuttavia in una stagione da mezzo milione di dollari è ridicolo che si opti per una soluzione del genere, comune per lo più nelle serie a basso budget. 

Gaten Matarazzo, Charlie Heaton e Joe Keery in Stranger Things 5. Cr. COURTESY OF NETFLIX (c) 2025
Gaten Matarazzo, Charlie Heaton e Joe Keery in Stranger Things 5. Cr. COURTESY OF NETFLIX (c) 2025

E le questioni non finiscono qui. Sono fin troppe le discrepanze con le stagioni precedenti. La più grave forse è quella estetica. Si è di fatto persa l’atmosfera cupa e intrigante delle prime due stagioni, arrivando adesso a un CGI spinto, esagerato e finto. Se si può poi soprassedere sull’oscillazione dell’intensità dei poteri di Eleven, soprattutto a confronto con la prima stagione, è più difficile non notare che nell’ultimo episodio spariscono del tutto i Demogorgoni; che l’idea cardine della mente-alveare fallisce nel momento in cui Will la controlla a senso unico (o forse era a questo che serviva la lunga scena del coming out?) o che l’intera sottotrama di Henry Creel, sviluppata nella quarta stagione, viene mandata al macero in attesa di un possibile spin-off, rendendo però del tutto inutili le scene dei flashback nella quinta stagione.

Un intero nuovo mondo, l’Abisso o Dimensione X, viene inoltre introdotto nel penultimo episodio in assoluto, senza mai riuscire a spiegarlo in modo lineare o utile. E tutto quello che non succede sullo schermo – come i militari che spariscono dall’epilogo senza conseguenze; Hopper che torna sceriffo, pur avendo finto per anni la sua morte o Joyce che riconosce in Vecna il suo vecchio compagno di liceo – per i fratelli Duffer avviene “fuori scena”. Buffo modo per ammettere una certa sciatteria nella scrittura.

L’unico finale possibile: cosa funziona

Sembra un disastro, eppure tutto questo non è importante, perché a modo loro i Duffer sono riusciti a vincere lo stesso. L’unica cosa che conta, infatti, è che nel momento in cui iniziano a scorrere i titoli di coda tutti i difetti, pur palesi, sono stati già dimenticati. Ogni personaggio ha avuto il suo momento per l’inchino finale – persino Eddie, che non c’è ma è presente nell’ultimo discorso di Dustin. Con una menzione speciale alla Joyce di Winona Ryder, da cui il successo di Stranger Things è partito. In questa stagione è poco presente, ma è a lei che viene riservato il momento più liberatorio, una violenza catartica che mette davvero fine all’incubo di Vecna. Senza dimenticare che è il solo personaggio a cui, in quest’ultima scena, viene permesso per l’unica volta nella serie di pronunciare la F-word (fuck). Sembra una sciocchezza, ma è un dettaglio in grado di modificare la percezione del pubblico: la serie fa sul serio, è diventata adulta e non si censura più.

Restando inoltre coerenti con quella che, probabilmente, era la conclusione che avevano detto di volere fin da subito, i fratelli Duffer “uccidono” Eleven, o meglio rendono il suo sacrificio inevitabile: è con lei che si crea il Sottosopra, è con lei che deve sparire. Eleven, come i Fratelli stessi hanno confermato, rappresenta infatti l’elemento magico dell’infanzia. È necessario che sparisca definitivamente, vivendo solo nei ricordi, per poter crescere e diventare adulti. Anche per questo motivo il lungo epilogo è un momento essenziale, distensivo e fondamentale per fare i conti con lo scomodo eppure reale senso di lutto che, da spettatori, viviamo sia immedesimandoci negli altri personaggi sia considerando che la serie ha occupato un posto importante nelle nostre vite, per quasi dieci anni. Arrivare all’ultima inquadratura è come salutare un’amica che se ne va per sempre. 

I Duffer l’hanno capito fin troppo bene, almeno questo, e hanno deciso di finire esattamente come avevano cominciato: un irrigatore in giardino, l’esterno di una casa, la voce di Mike che crea mondi di fantasia e avventure straordinarie. Persino le inquadrature nello scantinato dei Wheeler si somigliano. Tutto finisce con un’ultima campagna D&D, la più bella, la più carica di emozioni. 

Purple Rain

A proposito di emozioni, Stranger Things gioca ancora una volta la sua carta migliore con la musica. Fin dalla prima stagione la serie ha usato iconici needle drop, brani celebri che – riscoperti da nuove generazioni – hanno trovato nuova vita. È successo con Should I Stay or Should I Go (The Clash) e Running Up That Hill (Kate Bush) o con Master of Puppets (Metallica). Succederà probabilmente con altri brani di quest’ultima stagione, da Upside Down di Diana Ross a Fernando degli Abba, da Landslide (Fleetwood Mac) a Here Comes Your Man (Pixies) e The Trooper (Iron Maiden). 

Nei titoli di coda, per la prima volta, si può ascoltare Heroes nella versione originale di David Bowie, dopo due cover usate nella prima e nella terza stagione. Il colpo grosso, tuttavia, è ovviamente Prince. A dieci anni dalla sua improvvisa scomparsa, il tributo inaspettato a uno dei più grandi artisti del Novecento arriva proprio da Stranger Things, che riporta Prince in classifica e permette alla Gen Z di scoprire il suo catalogo e la sua meravigliosa Purple Rain, parte dell’omonima colonna sonora premio Oscar nel 1985. Anche questo prevedibile ritorno economico, già avvenuto per Kate Bush, è la ragione per cui solo adesso e solo per la serie Netflix gli eredi di Prince hanno autorizzato l’uso della canzone (per anni persino assente dai principali servizi di streaming musicale).

STRANGER THINGS 5. Finn Wolfhard e Millie Bobby Brown COURTESY OF NETFLIX (c)2025
STRANGER THINGS 5. Finn Wolfhard e Millie Bobby Brown COURTESY OF NETFLIX (c)2025

Nessun altro, in quarant’anni, era mai riuscito infatti ad avere il brano. I fratelli Duffer non solo sono riusciti a ottenere il permesso di usare la traccia: ne hanno avute due. E hanno saputo utilizzarle in modo perfetto. La sequenza del ritorno dal Sottosopra inizia infatti con When Doves Cry e – solo dopo che diventa ormai chiaro l’addio fra Mike e Eleven – si sentono, invece, le prime note di Purple Rain. Da qui inizia poi il montage dei momenti più significativi fra i due personaggi nel corso delle stagioni, fino all’ultimo bacio di addio. 

Struggente nella musica e nella parole, Purple Rain è uno dei brani che meglio descrivono la fine di una relazione e l’inizio di un nuovo percorso. L’accettazione della chiusura, anche quando l’amore e l’affetto restano intatti. Nel viola, inoltre, al di là del colore simbolo di Prince, c’è un senso apocalittico, di mondi diversi che metaforicamente si scontrano, come il rosso e il blu che lo creano. Colori che, a ben vedere, dominano l’ultimo episodio. Parafrasando poi Prince stesso, la pioggia viola si riferisce alla fine del mondo e alla possibilità di scegliere di restare con la persona amata.

I Duffer scelgono di cucire Purple Rain sul loro finale, al punto da salvare il senso dell’intero episodio con questa sola sequenza. Un miracolo (di Prince) e una carezza inaspettata ai fan. 

I never meant to cause you any sorrow, I never meant to cause you any pain

Prince & The Revolution, Purple Rain

Cos’è il Conformity Gate e perché i social hanno rovinato Stranger Things

Appurato che Prince ha salvato il finale di Stranger Things, insieme all’emozionante epilogo, facendone in fondo un episodio che i fan ricorderanno con profondo affetto, resta tuttavia il fatto che la scrittura carente dell’ultima stagione e la sua divisione in tre volumi, nel corso di oltre un mese, abbiano fatto sorgere un fenomeno a tratti esilarante e a tratti preoccupante. E purtroppo la colpa è dei social network.

Incapaci di accettare il “testo” televisivo e mediale così come è stato presentato, molti fan hanno infatti iniziato a creare teorie, scrivere possibili trame e conclusioni della serie (alcune molto più interessanti del finale reale). Anziché leggere e interpretare il testo televisivo così com’è, pur con i suoi difetti, in molti hanno iniziato a cercare indizi e messaggi nascosti, ai limiti del ragionevole. Una conseguenza, questa, della poca o inesistente educazione ai media e all’ormai pervasivo stato di “content creator” in senso lato. La nostra vita parallela sui social ci rende cioè sempre, allo stesso tempo, produttori e consumatori di contenuti, allontanandoci sempre più dalla condizione di soli fruitori, senza controllo creativo ma con capacità di analisi del testo.

Jamie Campbell Bower Stranger Things 5. Cr. COURTESY OF NETFLIX (C) 2025
Jamie Campbell Bower Stranger Things 5. Cr. COURTESY OF NETFLIX (C) 2025

Le “teorie del complotto” su Stranger Things si sono così diffuse soprattutto su Reddit e TikTok. Fra queste, vale la pena ricordare quella secondo cui i fratelli Duffer avrebbero girato una versione del tutto diversa della quinta stagione, poi bocciata da Netflix e costretta a consistenti tagli di montaggio. Da qui gli errori di continuità e i buchi di trama. Sarebbe bello se fosse vero, soprattutto perché è chiaro che Netflix, nel tempo, ha annacquato l’idea originale per renderla fruibile a un pubblico ampio (la potenza, l’oscurità e la profondità della prima stagione restano ineguagliabili, nonostante gli interpreti fossero solo bambini). Non è però qualcosa di credibile, soprattutto per ragioni di budget, né dimostrabile.

Ugualmente bizzarra – anche se quasi soddisfacente – è la teoria per cui l’ex moglie di Ross Duffer, la regista di film horror Leigh Janiak, sarebbe stata la ghost writer delle prime quattro stagioni prima di divorziare e abbandonare la sceneggiatura della quinta, diventando il pezzo mancante e prendendosi una rivincita silenziosa.

Il culmine, tuttavia, è stato raggiunto con il cosiddetto Conformity Gate. Alcuni utenti social, cioè, hanno iniziato a raccogliere indizi totalmente arbitrari, sia dalle foto ufficiali di Netflix sia all’interno degli episodi, per dimostrare l’esistenza di un nono episodio segreto, il vero finale, che sarebbe dovuto uscire a sorpresa la notte del 7 gennaio. Perché il 7 gennaio? Perché è il Natale ortodosso e i Duffer avevo promesso un “Natale cupo”, che il Volume 2 non ha rispecchiato, e perché “la verità” nella prima stagione di Stranger Things si scopre sei giorni dopo la scomparsa di Will. Traslato nel mondo reale: sei giorni dopo la messa in onda del finale di serie. 

Sempre secondo questa teoria, l’ottavo episodio, dal momento in cui è udibile il suono di un ticchettio di orologio, sarebbe solo un’allucinazione, il racconto della trance di Mike, intrappolato nella mente di Vecna. Nessuno, quindi, secondo il Conformity Gate – ricordiamolo, inesistente – si sarebbe salvato nella battaglia. 

La forza con cui questa teoria si è diffusa in pochissimi giorni è stata tale da costringere i fratelli Duffer a dichiarare di non aver girato altre scene oltre quelle mostrate e, soprattutto, tale da convincere Netflix a chiarire che non esistono altri episodi: tutte le bio dei canali social della piattaforma sono state cambiate in “ALL EPISODES OF STRANGER THINGS ARE NOW STREAMING”. Sì, in caps lock. 

Se la prima fase del lutto è la negazione, questo addio a Stranger Things è più complicato del previsto. 

I Believe: accettare la fine e andare oltre

C’è un motivo preciso, tuttavia, per cui il Conformity Gate è diventato così popolare e ha a che fare con la voluta e ricercata ambiguità del finale. I fratelli Duffer creano due possibilità, ciascuna imperfetta e quindi in teoria possibile. Da un lato esiste ciò che, da spettatori, vediamo: Eleven è uscita dal Sottosopra insieme a tutti gli altri e, per salvarli dall’intervento dei militari, è tornata indietro, sacrificandosi e sparendo insieme al mondo che accidentalmente ha creato. Come sia riuscita a farlo, nonostante le armi specifiche dell’esercito contro di lei, resta il vero mistero. E infatti resta fuori campo fino al momento decisivo.

Dall’altro lato, tuttavia, esiste anche ciò che racconta Mike: il piano segreto di El per salvarsi, l’aiuto di Kali e una via di fuga, verso un luogo lontano con tre cascate, dove Eleven vivrà per sempre lontana dagli amici, ma almeno salva e libera. Nulla di quello che dice Mike ha una corrispondenza nelle scene mostrate in precedenza, eppure niente può dimostrare che sia impossibile.

L’analisi del testo suggerisce che il finale alternativo è solo il modo attraverso cui Mike sceglie di affrontare la dolorosa perdita di El, per andare avanti. A un livello ulteriore, però, la scelta dei fratelli Duffer racconta anche qualcos’altro. Mike afferma di credere nella sua storia (“I Believe”) e con lui anche Dustin, Will, Lucas e Max. È questa la forza, la potenza di una narrazione nel messaggio meta-testuale che la serie dà nella sua conclusione.

Alcune storie cioè, come per dieci anni è stato per Stranger Things, servono per capire e capirci meglio, per crescere, lasciando comunque libera l’immaginazione, per imparare a vivere e guardare al futuro. Accoglierle, anche quando si è razionalmente consapevoli che siano solo storie (o romanzi o film), è un modo per fare i conti con il mondo reale.

Non è un caso che mentre Mike si lascia alle spalle una porta chiusa, nello scantinato un nuovo gruppo di bambini e bambine(!) ricomincia a giocare a D&D. E a scrivere tutta un’altra storia in cui credere. 

STRANGER THINGS 5. COURTESY OF NETFLIX (c) 2025
STRANGER THINGS 5. COURTESY OF NETFLIX (c) 2025

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