Summertime, Netflix - CREDITS: Stefania Rosini/Netflix

Lo ammetto, Netflix Italia non mi ha ancora conquistata. Baby è intollerabile già dal concept, La luna nera ha deluso ogni possibile aspettativa, Skam non è che un adattamento. L’ultima mia speranza era Curon, ma magari di quello parleremo un’altra volta. Su questa scia avevo volontariamente tralasciato il teen drama adattato da Tre metri sopra il cielo. Parlo naturalmente di Summertime e, benché non abbia ancora capito per quale motivo dissotterri la storia di Moccia, devo dire che ha almeno oltrepassato le mie aspettative.

Come Summertime costruisce il suo appeal

Summertime è chiaramente una storia per ragazzi, un racconto del primo amore, delle prime cotte, delle avventure estive. Qualcosa che tutti prima o poi abbiamo vissuto e a cui, generalmente, associamo bei ricordi, di spensieratezza e tenerezza. È un aspetto da non sottovalutare, perché tocca subito le corde dell’emotività. Aggiungiamo poi una splendida fotografia da videoclip, protagonisti molto instagrammabili, una playlist aggiornatissima di indie e trap ed è fatta. La formula magica acchiappa-millennials è pronta!

Nell’insieme funziona tutto anche se niente è perfetto. Summertime trova il suo equilibrio fra i temi cari ai teenager e gli archetipi delle commedie romantiche e semplicemente piace così. Infatti è stata rinnovata per una seconda stagione già un mese dopo il lancio. Fra i suoi pregi c’è sicuramente il tentativo di svecchiare la fiction italiana. 

Si riconosce una precisa scelta estetica e ideologica che rifiuta la retorica intorno all’omosessualità e alla multiculturalità.  Sofia è lesbica, Summer è nera, sono dati di fatto che influenzano in minima parte la trama, “normalizzando” personaggi che siamo abituati a ingabbiare in fastidiosi stereotipi. Ciò non toglie che sarebbe stato preferibile un maggiore approfondimento psicologico, soprattutto per quel che riguarda Summer e una parte consistente della sua identità.

Summertime, Netflix - CREDITS: web
Summertime, Netflix – CREDITS: web

Tanti difetti in una bella confezione

A dire il vero questa superficialità psicologica si riscontra in molti altri personaggi, creando una serie di effetti a cascata. Primo fra questi è la risoluzione frettolosa delle storyline che risultano incomplete o prive di uno sviluppo lineare. Una seconda conseguenza è la recitazione fuori misura, troppo intensa o troppo piatta. Probabilmente è un problema di inesperienza dei giovani attori (a eccezione di Andrea Lattanzi, un talento che tengo d’occhio già da Manuel). O si potrebbe azzardare anche a dire che sia un problema di regia. 

A volte la direzione sembra infatti debole, poco attenta agli scambi meccanici di battute e troppo innamorata dei primi piani muti, da copertina. A questo si aggiunge il mix caotico di cadenze regionali, strascicate e marcate, che può risultare fastidioso. Non tanto in sé ma perché nel tentativo di restituire una presunta immediatezza della quotidianità finisce, invece, per appesantire il tutto. 

Nel complesso, tuttavia, non si tratta di questioni irrisolvibili. Summertime ha anzi un buon margine di miglioramento da sfruttare al massimo sul piano internazionale. Bisogna forse scommetterci un po’ di più, creare dinamiche e personaggi più credibili. Una volta constatato l’interesse del pubblico, è il caso di riempire questa bella confezione con sceneggiature solide e dialoghi più realistici. Se riuscirò a guardare la seconda stagione senza alzare gli occhi al cielo quando gli adolescenti parlano fra loro, il risultato sarà già più che ottimo.

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Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies.

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