
Quando la giovane Ruthye Marie Knoll (Eve Ridley) fa il suo ingresso in una bettola popolata dai peggiori criminali del suo pianeta offrendo una taglia sulla testa di Krem delle Colline Gialle (Matthias Schoenaerts), l’uomo che ha sterminato la sua famiglia, non può immaginare che, tra quegli sporchi banconi stia festeggiando il suo compleanno una delle donne più forti dell’universo, e che il suo destino sarebbe cambiato per sempre.
Avevamo fatto per la prima volta conoscenza con Kara Zor-El (Milly Alcock) nella sua breve e rocambolesca comparsata negli ultimi cinque minuti del Superman di James Gunn, e la ritroviamo un anno dopo, pressoché invariata: la cugina di Clark Kent è una sboccata e irascibile meteora vagabonda alla ricerca di grosse bevute sotto i cieli di mondi dal sole rosso, in fuga dalla responsabilità dei suoi poteri e del suo ruolo di supereroina.
Ma quando la violenza di Krem la coinvolgerà in prima persona, Kara si troverà costretta a unire le forze con Ruthye e partire al suo inseguimento, con la speranza di riportare la pace nel cuore della giovane ragazza, e forse anche nel suo.
Verità, Giustizia e un Domani Migliore
Seconda opera cinematografica dell’universo cinematografico condiviso del DCU prodotto da James Gunn e Peter Safran, Supergirl è liberamente ispirato all’acclamata serie limitata Supergirl: La Donna del Domani, scritta da Tom King e illustrata da Bilquis Evely.
Della sua controparte cartacea, Supergirl recupera il canovaccio di partenza: una caccia all’uomo cosmica, al confine tra una questione di vendetta e una missione eroica. Una reinterpretazione degli archetipi de Il Grinta di Charles Portis, con una Supergirl che ricopre la carica dell’attempato veterano e Ruthye quella della giovane inesperta in cerca della resa dei conti.
L’opera del DCU, però, si allontana decisamente dai colori accesi e dalle atmosfere liriche delle tavole a fumetti, puntando a un umorismo più blando e inflazionato, con citazioni tangenziali a film di culto come The Princess Bride e a un immaginario pulp sci-fi sporco e analogico che strizza l’occhio proprio allo stesso James Gunn e al primissimo Guardiani della Galassia. Non mancano, successivamente, una serie di citazioni fin troppo generose alla saga di Mad Max di George Miller, nello specifico Fury Road e Furiosa.
La sensazione che si ha arrivati al terzo atto è di un film che prova a giocare facile su un’estetica già rodata, ma che non aggiunge nulla di veramente nuovo nè al genere nè al suo universo condiviso.
I, Kara
Dietro la macchina da presa troviamo Craig Gillespie, già autore di film come I, Tonya e Crudelia, che si trova nuovamente a cimentarsi con personaggi «danneggiati», che cercano di ricostruire la propria identità e a trovare un proprio posto nel mondo dopo gravi eventi traumatici. Ma è forse nella regia di Gillespie che risiede il più grosso interrogativo del film; nel suo interesse per l’elemento umano e il valore delle performances dei suoi attori che però non è assolutamente accompagnato da un montaggio adeguato, né da un occhio di riguardo ai tempi delle scene, sia di quelle «di performance» che di quelle d’azione.
Milly Alcock mostra particolarmente il suo talento nei segmenti più drammatici del film (come, ad esempio nella sequenza flashback di Argo City, dove sono degni di nota anche gli ottimi David Krumholtz ed Emily Beecham nei panni dei genitori di Kara Zor-El), così come la giovane Eve Ridley (al suo primo lungometraggio), ma non sono sempre supportati dalla sceneggiatura del film, e sembrano crescere come personaggi e dare il meglio di loro più nelle scene in cui sono separate che in quelle cardine dell’intreccio della storia, dovrebbe essere risaltato maggiormente l’evoluzione del loro rapporto.
Nota dolente del film è sicuramente il personaggio dell’antagonista principale Krem, interpretato brillantemente da un Matthias Schoenaerts istrionico e sopra le righe, ma che non lascia assolutamente nessuno spazio per un approfondimento complesso della sua natura malvagia né per una disamina più approfondita dei crimini terribili da lui commessi (che, evitando spoiler, toccano temi molto delicati, ma trattati in modo superficiale).
Poche parole, infine, sul Lobo di Jason Momoa, grezzo e divertente ma poco più che una chiassosa comparsa che riempie lo schermo in un paio di scene, quasi un «diavolo sulla spalla» della protagonista che sussurra alla parte più violenta delle due protagoniste.

In breve
Nonostante l’ora e quaranta di Supergirl scivolino relativamente senza particolari intoppi, specie soprassedendo su eventuali limiti negli effetti speciali o ingenuità di sceneggiatura, alla fine della visione si rimane comunque con la sensazione di un film che non ha osato quando avrebbe potuto, offrendo invece uno spettacolo frutto di una formula matematica sfruttata mille volte.
Mentre il futuro del DCU (nonostante gli interrogativi dell’imminente fusione tra Warner Bros. e Paramount) sembra promettere prodotti filmici e televisivi numerosi e diversificati, quello di Supergirl è stato un passo pavido verso una direzione non proprio precisa, e può solo sperare che i personaggi che ne fanno parte abbiano più spazio in altri prodotti per brillare di più.
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