
Quando uscì nel 1985, il film di Fernando “Pino” Solanas, Tangos. El exilio de Gardel, vinse il Gran Premio della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia. Da allora è diventato il capolavoro del regista, e uno dei film più importanti della storia del cinema argentino.
La Nueva Ola, il Festival del Cinema spagnolo e latinoamericano, riporta in sala questo meraviglioso film in due giornate, lo scorso giovedì 7 maggio e la domenica successiva. Lo fa per ricordare i 50 anni trascorsi dal golpe che diede inizio al Processo di Riorganizzazione Nazionale, burocratico nome che indica la sanguinaria dittatura militare che governò l’Argentina dal 1976 al 1983.
Coproduzione franco-argentina, il film è più di un musical; è un’opera d’arte totale sul significato dell’esilio come condizione umana e artistica, individuale e collettiva.
La patria negli occhi e nelle gambe
Maria (Gabriela Toscano), la narratrice del film, è una giovane ventenne argentina che vive esule a Parigi da 8 anni. Il gruppo di compatrioti che frequenta sua madre Mariana (Marie Laforêt) ha deciso di comporre e mettere in scena una tanguedia (composizione musicale frutto dell’unione di, tango + tragedia + commedia). L’opera sarà musicata da Juan Dos (Miguel Ángel Solá) e avrà come protagonista Mariana stessa.
Il film fa dialogare due generazioni di esiliati, i padri e i figli. Questi ultimi sentono più vive le radici europee che quelle argentine, ormai molto lontane. Il loro percorso di assimilazione culturale è già compiuto, mentre la generazione più vecchia si tiene stretta il passato, e ricorda con rabbia e lacrime la patria perduta.
Questo vecchio gruppo di guitti, animato da eroici furori, preda sia di un istrionismo creativo che di una disperazione abissale, attraverso il processo di lavorazione della tanguedia mostrerà l’intima e ferita anima della nazione argentina.
Chi di non non è un po’ morto in questi anni? Chi non ha perso i suoi sogni e le sue speranze?
Gerardo (Lautaro Murúa)
Triste, sensuale, sonnolento
Il film vive di una regia che bilancia formalismo e modernità. La perfezione compositiva di Solanas è riempita anche da un potente afflato socio-politico che brilla nei gesti affettuosi di questi esuli. Sullo schermo passa il destino di una nazione depredata dal fascismo. Emblema di questa desolazione, che pure è salda nella sua arte e nella sua grandezza, è il vecchio scrittore Gerardo (Lautaro Murúa), cui spetta simbolicamente la chiusura dialogico-narrativa del film (ma non il finale vero e proprio che non intendo svelare).
Solanas incornicia Parigi e questi abitanti fuori posto con una grazia stilistica che argina e doma le follie latinoamericane del gruppo di artisti. Le scene di ballo, fin dai titoli di testa, si presentano come parte di un disegno più esteso, che finisce per abbracciare tutta la realtà stessa. La conformazione particolare del film, che va oltre l’etichetta di musical o film drammatico, lo porta ad essere una pagina cortazariana con mille invenzioni, ricca di inaspettate sorprese. C’è una forza creativa dietro ogni scena che raramente ha avuto eguali nella storia del cinema.
Tango, e così sia
Anche la musica è un dialogo tra generazioni. I primi tanghi erano emozioni e dramma; erano fatti di sangue dei sobborghi messi in musica. Nel film spicca la figura di Carlos Gardel, cui la tanguedia e il film in sé fanno costante riferimento. Se il tango è la musica argentina per eccellenza, “Gardel portò il tango, non so se alla perfezione, ma certamente al suo apice”, ci dice Jorge Luis Borges nel suo saggio Tango (Adelphi, 2019). Ma questa è la vecchia generazione.
La nuova invece, nel film come nella storia, è rappresentata da Astor Piazzolla, e dal suo Nuevo Tango, nato dal dialogo con la musica moderna e in special modo con il jazz. Il Nuevo Tango, nato negli anni ‘60, si afferma definitivamente nel mondo nel 1974, due anni prima dell’inizio della dittatura. Ernesto Sabato nel 1963 riportò la famosa definizione “[il tango] è un pensiero triste che si balla”, che però non si riferiva secondo Borges al tango tradizionale, ma proprio al nuovo stile.
Ecco dunque che nel film, la tristezza della storia diviene tristezza della musica. La nobile melanconia delle composizioni di Piazzolla trasuda saudade, che si riflette nel fervore creativo con cui tutti prendono parte alla messa in scena dell’opera, elemento catartico e collettivo che li lega alla madrepatria. La sua colonna sonora è una delle migliori mai composte nella storia del genere musicale e del cinema, insieme a quella di Gato Barbieri per Ultimo tango a Parigi (1972) di Bernardo Bertolucci, e quella di Lalo Schifrin per Tango, no me dejes nunca (1998) di Carlos Saura.
Il tango crea un torbido
passato ch’è irreale e in parte veroTango, Jorge Luis Borges
Acqueforti argentine
Lo stile espressionista del film sposa magnificamente la teatralità di molte scene coreutiche, ma è anche capace di stendere una mano nera di angoscia sulle scene più intime e collettive. La fotografia di Félix Monti lavora su dei toni freddi che sembrano riecheggiare il lavoro di Vittorio Storaro su Il Conformista (1970, Bernardo Bertolucci). L’oscurità ammorba gli esuli e incombe sulle loro vite; sono le tenebre della paura per i propri cari, per le proprie vite, e per l’impossibilità di tornare a casa. Il buio del destino dell’Argentina che li ossessiona e tormenta.
Le scenografie di Jimmy Vansteenkiste restituiscono una città cupa ed evocativa. La capitale francese, quantunque ricca di monumenti e spazi urbani molto belli, diventa un feroce non-luogo, una temporanea zona di passaggio che si è fatta prigione esistenziale. I personaggi del film vivono una logorante ed eterna attesa di qualcosa di buono, dalle notizie di parenti alle visite degli amici.
Nunca Mas
La Nueva Ola l’anno scorso portò in sala il film di Luis Puenzo, La historia oficial, uscito anch’esso nel 1985. Il film di Solanas è il suo degno controcampo europeo. Puenzo affrontava la dittatura frontalmente, raccontandola come un elemento pestilenziale e contagioso, che aveva distrutto le realtà familiari, i rapporti tra le generazioni, e le persone stesse. Solanas rende la dittatura assente ma assillante; nel film si vede poco, ma essa è l’ombra e l’anima di tutti questi argentini che si riuniscono intorno a un telefono pubblico per sentire la voce lontana dei loro cari in patria, vincendo paura e dolore.
Insieme formano un dittico meraviglioso, e sono due tra i migliori film mai realizzati sul periodo storico della dittatura. Vederli oggi, alla luce del disgustoso oblio politico con cui il governo Milei affronta questa sporca e sanguinosa pagina della storia argentina, è ancora importante, ancora tragico e insieme meraviglioso (sono entrambi disponibili in streaming su MyMovies One).
È un dovere ricordare, perché chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo diceva Santayana. Per coloro che furono rapiti e scomparvero lasciando solo volti e nomi sulle mensole dei propri cari, per tutti i desaparecidos. Il resto è silenzio Il tango è una Parigi colorata di amore e morte, come ci diceva Bertolucci. E Parigi, chiassosa e babelica città di bohémien, torna in questo film.
Ma il tango è anche patria, arte e desolazione, come invece asseriva Saura. Non per caso l’attore Miguel Ángel Solá (Juan Dos in questo film) sarà il protagonista della sua coproduzione ispano- argentina del 1998. Il film di Pino Solanas è un crocevia tra questi due film, tra vita e arte, tra storie intime e collettive, tra due continenti, due generazioni, e due stili musicali.
Il film è disponibile in streaming su MyMovies One, sezione La Nueva Ola, fino al 18 maggio.
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