Tarzan (1999) - Credits: Walt Disney Company

Tarzan (1999) è il primo cartone animato Disney in cui la colonna sonora non esprime i pensieri dei personaggi ma fa da commento esterno. È infatti sempre e solo Phil Collins, nel ruolo di se stesso, a cantare.

Tarzan è il decimo e ultimo film del cosiddetto Rinascimento Disney, l’insieme cioè dei Classici che dal 1989 al 1999 diedero un nuovo slancio alla casa di produzione grazie all’elevata qualità musicale, artistica e tecnologica. Probabilmente è di questo decennio anche il vostro classico preferito, da La sirenetta a La Bella e la Bestia, da Aladdin a Il re leone, Mulan o Hercules.

Cosa rende Tarzan così speciale? In realtà non è un cosa, è un chi: Phil Collins, il grande musicista, ex Genesis, che firma la colonna sonora del film insieme all’orchestrazione di Mark Mancina. Phil Collins opta infatti per una serie di brani slegati dai pensieri dei personaggi e più vicini in realtà a un coro. Un ulteriore personaggio che integra e commenta la narrazione principale. Tralasciando i pochi secondi cantati da Kala (gorilla madre adottiva di Tarzan) in You’ll be in my Heart, nessun personaggio si esprime attraverso il canto.

Fu questa un’eccezione che spaventò all’inizio la produzione Disney, poiché i momenti rivelatori di tutti i cartoni animati arrivano con una “grande canzone” che conquista il pubblico. Pensiamo a Reflection di Mulan (Christina Aguilera) o Hakuna Matata nel Re Leone. Riguardo quest’ultimo, persino Can You Feel the Love Tonight, conosciutissima nella versione cantata da Elton John, nel film è comunque interpretata da Simba e Nala.

L’idea di Phil Collins: una rivoluzione

CREDITS: Walt Disney
CREDITS: Walt Disney

Phil Collins, invece, non si limita a scrivere i testi e incidere le sue versioni per un eventuale album da far uscire in concomitanza al film, come si fa di solito. Integra la sua voce alla trama e lo fa in ben cinque lingue: inglese (originale), italiano, francese, tedesco e spagnolo. Questo perché si temeva che in fase di doppiaggio potessero andare perduti alcuni elementi essenziali del messaggio o dei brani.

Ascolto spesso sia la versione italiana che quella inglese di molti classici Disney ed effettivamente sono d’accordo. I brani di Tarzan, a differenza di molti altri anche più famosi, sono ugualmente emozionanti ed efficaci in ogni versione. Provate per credere. Qui trovate prima Strangers Like Me e poi la versione in italiano Al di fuori di me.

Strangers Like Me
Al di fuori di me

Il lavoro di Phil Collins è semplicemente ineccepibile. Fu infatti meritatamente premiato con un Grammy alla Miglior colonna sonora e un Oscar alla Miglior canzone originale, You’ll Be in My Heart. In qualsiasi versione le si ascolti, queste canzoni rimangono nella testa e nel cuore perché agiscono su più livelli. Permettono immediatamente di completare il senso delle scene, ma prima di tutto aggiungono una componente emotiva. I piccoli spettatori potevano capire poco o niente del senso dei due mondi cantati o dello straniero al di fuori di me. Però venivano trascinati dalla potenza della base musicale che, non dimentichiamolo, è di uno dei più grandi artisti e batteristi del nostro tempo.

Il suono ancestrale dei tamburi, onnipresenti nel film e nelle canzoni, non solo incrementa il coinvolgimento psicofisico del pubblico ma è proprio un elemento che ci riporta al nostro stato primitivo. È la prima tipologia di suono che sentiamo, prima ancora di nascere, nel ventre materno.

E sì, provate a riguardare i video sopra adesso, dopo aver letto l’ultima frase. Sentirete solo la magnificenza della batteria.

La complementarietà fra musica e narrazione: esempio di sequenza

Tarzan inizia direttamente con una canzone: Two worlds/Se vuoi. Questo brano è essenziale alla presentazione della storia che, eccezionalmente, parte con un montage alternato. Ossia sequenze che riassumono un gran numero di eventi in poco tempo, per arrivare a evidenziare un punto di svolta. Funge da introduzione ma è inusuale che un film, in generale, inizi con una sequenza di questo genere. Tarzan poi lo fa alternando due situazioni molto diverse e apparentemente sconnesse. Da un lato i gorilla, Kala e Kerchak, giocano con il loro cucciolo nella giungla. Dall’altro una coppia con un neonato si salva da un naufragio e rifugia nella (stessa) giungla, costruendo una vera e propria casa.

Due mondi paralleli sono destinati a incontrarsi. Ce lo dice il montaggio, ovviamente, che li unisce con una serie di bellissime associazioni. Ma ce lo dice soprattutto la musica, poiché spetta proprio alla canzone spiegare cosa stiamo guardando nei primi minuti. E cioè, letteralmente due mondi, due famiglie la cui quiete sta per essere interrotta per sempre ma che, proprio per questo, si uniranno in una nuova forma.

Tarzan (1999) - CREDITS: Walt Disney
Tarzan (1999) – CREDITS: Walt Disney

Il feroce Leopardo Sabor, infatti, uccide prima il cucciolo dei gorilla e poi l’uomo e la donna, connettendo indirettamente il destino del neonato a quello del branco di gorilla. Lo sappiamo bene, ma il punto è che lo dice la canzone:

Two worlds, one family/Trust your heart/Let fate decide/To guide these lives we see

Questa voce fuori campo, senza un Altrove, parla all’imperativo e dice: fidati del tuo cuore, lascia che sia il fato a decidere per queste vite che vediamo. Proprio quando Kala sente il pianto del bambino e corre a salvarlo. Il bambino diventa così Tarzan, nome che significa “pelle bianca” nel linguaggio dei gorilla inventato da Edgar Rice Burroughs, autore dei romanzi originali.

Tarzan “pelle bianca”

Questo appellativo apre una serie di considerazioni forse ritenute superflue dai più, ma per me doverose. Riguardare Tarzan oggi, dopo ventun anni dalla prima volta, mi pone infatti in una condizione di ambivalenza. Da un lato è il primo film che ricordo di aver visto in sala, a soli sei anni, quindi un pezzo inestimabile della mia vita, soprattutto in quel dicembre del ’99. Dall’altro lato, con il bagaglio che ho costruito negli anni, devo ammettere che è l’ennesimo film razzista tratto da una storia razzista. Con l’eccezione che qui, rispetto ad altri adattamenti dei romanzi, le popolazioni africane nemmeno compaiono!

Tarzan (1999) - CREDITS: Walt Disney
Tarzan (1999) – CREDITS: Walt Disney

La Disney rappresenta uno stralcio imprecisato di Africa, senza africani, disabitato e scoperto invece solo dagli esploratori britannici, che nell’800 però erano imperialisti e colonialisti. Bisogna ricordarlo, anche se il film non può o non vuole farlo. Decide di eliminare qualsiasi “problema” escludendo a priori la rappresentazione delle popolazioni locali. Persino le voci dei personaggi sono esclusivamente di attori bianchi, tra cui Glenn Close (Kala). È un mondo primitivo e selvaggio in cui gli uomini bianchi che arrivano sono tutti convinti della propria superiorità (anche il Professore e Jane, in fondo) e per questo pericolosi. Tutti tranne Tarzan, perché lui è visto come un anello di congiunzione delle civiltà.

Un personaggio ottocentesco arrivato fino a noi

Il Tarzan Disney è quello favolistico di un uomo cresciuto da primati ma che in realtà può reimparare a essere uomo in breve tempo, perché non può dimenticare chi è, in fondo. È come se il film dicesse: è figlio di due lord britannici, non può essere sparita quella superiorità che aveva alla nascita. Deve essere speciale. E infatti è un individuo eccezionale, se si fa caso: forte, coraggioso, straordinariamente intelligente. Plasmato, poi, in questo caso, sulle sembianze e le movenze di un qualsiasi ragazzo degli anni Novanta che sfreccia su un tronco anziché su uno skateboard (gli animatori dissero proprio di aver preso spunto dagli skater).

Il personaggio in quanto tale, tuttavia, è un superuomo, un eroe dell’Ottocento, che può essere capito e compreso solo in relazione al mondo di allora. E se la versione Disney è forse una delle meno offensive viste in circolazione in oltre un secolo (terribile, per esempio quella di David Yates del 2016), bisogna chiedersi se oggi Tarzan sia ancora una storia che vogliamo raccontare. Se la risposta è sempre sì, forse dovremmo imparare a raccontarla comunque con occhi molto diversi.

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Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies.

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