
C’era una volta Hollywood in sciopero. Mesi e mesi di stop che hanno fermato produzioni e tour promozionali per una ragione, fra tante, in particolare: il rifiuto dell’intelligenza artificiale in ogni ambito dell’industria cinematografica. Un breve salto in avanti: di fronte a The Brutalist, uno dei più complessi e grandi film degli ultimi anni, quello stesso rifiuto minaccia di trasformarsi in qualcosa di più, a poco tempo dagli Oscar 2025.
Tutto è iniziato da un’intervista di RedShark News al montatore del film, l’ungherese Dávid Jancsó. L’articolo, pubblicato in realtà l’11 gennaio 2025, è diventato virale solo una decina di giorni dopo, a causa delle dichiarazioni di Jancsó riguardo “l’uso responsabile dell’IA”.
Qual è il problema?
Tra i diversi – e tutti interessanti – argomenti trattati dal montatore, ad accendere il dibattito è stata la confessione riguardo l’uso dell’IA soprattutto nei dialoghi in ungherese. Aspetto che potrebbe danneggiare la corsa di Adrien Brody agli Oscar, dopo la vittoria dell’attore ai Golden Globes dello scorso 5 gennaio.
Una buona parte dei dialoghi del film è in ungherese, lingua che – vale la pena ricordarlo – è una delle più complesse in Europa, appartenente al ceppo ugrofinnico insieme al finlandese e all’estone. Nel film è stato fatto tutto il possibile affinché i dialoghi fossero accurati anche per gli spettatori di madrelingua ungherese. Questo ha incluso un “uso giudizioso” dell’intelligenza artificiale tramite il software Respeecher.
Cosa dice Dávid Jancsó nell’intervista
Jancsó nello specifico ha dichiarato a RedSharks News di essere consapevole della complessità della pronuncia della lingua, essendo lui stesso ungherese. Adrien Brody (che è in parte di origine ungherese) e Felicity Jones hanno però studiato a lungo e Respeecher è stato usato solo per migliorare la pronuncia di specifici suoni o vocali che i madrelingua anglosassoni non possiedono. In post-produzione la classica ADR (Automatic Dialogue Replacement) non è bastata, così Jancsó ha dato in pasto a Respeecher alcune registrazioni della voce degli attori e alcune sue registrazioni per correggere la loro pronuncia.
Tutto qui. Le performance non sono state alterate né è stato fatto qualcosa di troppo distante da metodi di post-produzione già noti. Non solo. In un post su Facebook la stessa Respeecher, ha fatto riferimento alla collaborazione con un altro film front-runner degli Oscar, Emilia Pérez. Il software sarebbe stato utilizzato nei numeri musicali, per migliorare le voci.
In un’ondata di forte rigetto dell’IA (ancora), c’è chi propone la squalifica dei film dalla corsa agli Oscar e chi si sta convincendo che, in ogni caso, dopo queste dichiarazioni ogni possibilità di vittoria è sfumata. Ma davvero si riduce tutto a questo?
La risposta di Brady Corbet
In seguito agli attacchi online, Brady Corbet è intervenuto con una sua dichiarazione, ribadendo ancora una volta che le performance di Adrien Brody e Felicity Jones sono totalmente originali, frutto di un lungo lavoro con la vocal coach Tanera Marshall. Il regista ha confermato perciò che Respeecher è stato usato solo nella post-produzione dei dialoghi in ungherese, ma anche in questo caso si è trattato di un lavoro manuale, controllato dal team del montaggio sonoro. Una scelta fatta per preservare l’autenticità e la credibilità delle interpretazioni in una lingua diversa, non per sostituirle.
Perché Adrien Brody, semplicemente, non deve perdere l’Oscar
Già dalla prima prima proiezione a Venezia è stato chiaro che The Brutalist è un film destinato a lasciare un segno, per la sua complessità, per i suoi temi, per la bravura degli interpreti.
Dalla nostra recensione direttamente dal Lido, Silvia Pezzopane scriveva di Adrien Brody: “Il suo László Tóth è assediato dai ricordi, imprigionato in una nostalgia che non riesce a scrollarsi di dosso, vittima di una vocazione che era possibile esprimere solo prima della guerra, e che dopo diventa una condanna, soprattutto per la sua sfera psicologica”.
E ancora: “La storia che racconta, attraverso un ventaglio di emozioni strazianti, è quella di chi ha perso la propria casa, e non riesce a costruirne una che si adatti a ciò che conserva nei suoi ricordi. Non riesce a ritrovare dopo tanti anni di distanza il rapporto che aveva con sua moglie, e neanche la soddisfazione di creare qualcosa con le sue mani. Rincorrendo quel sogno di cambiamento, László perde se stesso”.
Dopo la discussione sull’IA è cresciuta la previsione di Timothée Chalamet vincitore dell’Oscar al posto di Brody, ancor prima dell’annuncio delle nomination. Ed è tornata l’attenzione su Colman Domingo in Sing Sing. Quella che sembrava perciò la vittoria più certa, adesso sente la minaccia di una lotta esterna che ha poco a che vedere con la performance stessa di Adrien Brody.
La ricostruzione degli edifici in IA
Un po’ diversa è la questione degli edifici brutalisti del film, riprodotti interamente dall’intelligenza artificiale generativa, poiché né il protagonista né i progetti sono mai esistiti nella vita reale, ma sono così verosimili da far sorgere il dubbio di star guardando un biopic. È vero che l’intera sequenza dell’epilogo negli anni Ottanta è la meno potente del film ed è anche quella in cui l’IA è usata con maggiore necessità.
Si entra però qui in un campo liminale tra scenografia e animazione digitale, in cui niente di ciò che è stato fatto con l’IA non era stato già fatto in precedenza, solo che con tecnologie più costose e meno efficienti. Prosegue Jancsó: “Abbiamo usato l’IA per creare quei minuscoli dettagli per cui non avevamo né il tempo né i soldi per girare”.
E forse è questo che fa scoppiare il caso, dimenticando che ci vuole talento e visionarietà anche per scrivere il prompt che dà forma alla propria idea e a minuscoli dettagli di un film enorme come è The Brutalist.
In attesa dei prossimi sviluppi degli Oscar, il film di Brady Corbet resta comunque uno degli imperdibili in sala. In Italia arriva il 6 febbraio. Un’esperienza di 215 minuti in pellicola 70 mm: materiale, nel cemento che racconta e nel tempo di attenzione che richiede al corpo e alla mente, e di fatto analogica, nonostante tutto.
Questo articolo è scritto da Valeria Verbaro. La recensione di The Brutalist è di Silvia Pezzopane.
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