
Sulla base del ricordo dei cineclub, come luoghi concepiti per ritrovarsi e per parlare di cinema, nasce The Cineclub, il punto di ritrovo in via Lidia a Roma, per appassionati, cinefili e addetti ai lavori, che ha preso vita nel 2024 grazie a Davide Manca, fondatore e organizzatore culturale pronto ad aprire le porte di un posto in cui potersi sentire a casa, ma anche dove avere modo di creare.
Dividendosi tra il set, dove lavora come direttore della fotografia, e un programma ricco di eventi, incontri, rassegne e proiezioni, ha raccontato a FRAMED perché a Roma non esiste un posto come il suo Cineclub e perché.
Come nasce l’idea di aprire il Cineclub?
Prima del Cineclub avevo già un progetto editoriale, Fabrique du Cinéma, con cui organizzavo eventi su Roma cambiando location di volta in volta, ma l’idea di trovare un posto fisso, una casa, dove poter fare più o meno le stesse cose, era nella mia testa da tempo. Con gli anni ho visto Fabrique andare avanti con le sue gambe e mi sono potuto dedicare alla ricerca di un luogo che diventasse una sorta di salotto di casa dove incontrare i colleghi, dove parlare di progetti e cinema. Ho trovato questa tipografia che si trovava proprio in una perpendicolare di via Latina, abbandonata, chiusa da 25 anni, distrutta, che spiavo dalle saracinesche. Contattai l’agenzia immobiliare che se ne occupava per poterla vedere, appena si aprirono le serrande me ne innamorai, fu proprio un amore a prima vista. Era degli anni ’50, aveva le travi di ferro, le vetrate in ferro battuto a mano, e la sua storia si legava al percorso che ho fatto; oltre al direttore della fotografia come lavoro ho sempre portato avanti l’hobby del piccolo editore.
Non ho resistito e l’ho preso, ma ci è voluto un anno per renderlo quello che è oggi, tra progettazione con l’architetto, impiantistica, strumentazione. Perché il Cineclub il suo cuore ce l’ha nella sala proiezioni, e per realizzare una sala proiezioni piccola (è sotto i 40 posti), ma che potesse competere a livello di qualità con i grandi cinema, abbiamo dovuto studiare un sistema di riproduzione audiovisiva d’eccellenza. Dopo 12 mesi di lavori partiamo con la rassegna dedicata ai film sociali italiani, film che parlano di diritti universali, e inauguriamo con Diaz di Daniele Vicari. Hanno partecipato poi negli anni Daniele Luchetti, Walter Veltroni, Matteo Garrone, Gabriele Muccino, Cristina Comencini, Andrea Di Stefano, Sydney Sibilla e Marco Risi e molti altri.
Perché proprio il cinema sociale come inizio?
Abbiamo inaugurato con quello che rispecchia la mia idea di cinema, quindi con un discorso molto personale, non a caso il mio film preferito in assoluto è Il caso Mattei di Francesco Rosi, per me un caposaldo del nostro cinema. Un cinema di inchiesta, di lavoro sul sociale che mostra alle coscienze cosa sta succedendo.
Non potevamo che iniziare con una rassegna sociale nel senso di film che parlano della nostra nazione e che fanno ragionare, come Mio fratello è figlio unico, che ripercorre un trentennio molto importante per l’italia, o Diaz che ripercorre gli anni ’00. Questo ha portato ad un immediato successo perché sia il contenuto che il contenitore piacevano a chi veniva a vedere la rassegna, diventando un po’ il punto di ritrovo per proporre idee, perché poi gli spettatori sono gli autori stessi.
Questa è una delle magie del Cineclub: l’assenza di distanza tra gli interlocutori.
La cosa fantastica che succede al Cineclub è che chi viene a vedere uno spettacolo, un evento, poi il giorno dopo magari è quello che sta sul palco per presentare il suo film. All’inizio non volevo neanche mettere il palco ma solo una cornice, poi abbiamo deciso per questo rialzo molto minimal, giusto per le inquadrature, per essere visti anche da chi è seduto in fondo ma per non mettere troppa distanza tra chi ascolta e chi parla.
Il nostro evento più riuscito è una rassegna di corti, Corto Mon Amour, dove selezioniamo tra i 4 e i 5 corti con un tema comune e dopo le proiezioni gli autori raccontano il proprio lavoro moderati da un critico cinematografico; questa rassegna piace perché il corto viene messo in un contenitore da film, a cui segue poi un racconto, un confronto, un’analisi sulla tecnica, in cui tutti partecipano.

C’è anche una grande attenzione a voci del cinema quasi mai al centro dell’attenzione, se non ai festival.
A noi quello che importa è che tutta la macchina cinema possa esprimersi ed essere accolta, e ha funzionato da subito, in un anno abbiamo fatto 4.500 tesserati, numeri altissimi se consideri che la tessera d’iscrizione annuale ha un costo, è un investimento. Invitiamo con più felicità la crew che il cast, al Cineclub vengono tanti sceneggiatori, scenografi, direttori della fotografia, casting director, è un po’ la casa di chi fa la vita del set.
Poi la cosa che funziona è che il Cineclub non è ne un cinema ne un festival, ma un cineclub vero e proprio; chi viene si beve un bicchiere di vino, mangia in compagnia, e la convivialità aiuta il dialogo, e così nascono progetti, molti ragazzi si riuniscono e creano, e per me è la massima gioia.
Come molti giovani registi che raramente hanno uno spazio dove poter raccontare il proprio lavoro.
Esatto, e ne esistono tanti, specialmente autori di corti. La nostra peculiarità è che il luogo oggi è frequentato sia da i big player che dai giovanissimi, quindi il lavoro di un regista emergente può essere visto da un produttore, un delegato Sky, un regista affermato.
Come riesci a conciliare il tuo lavoro sul set con l’organizzazione del Cineclub?
C’è un team fantastico che mi supporta, ci sono 12 persone che lavorano al Cineclub, tra social media manager, responsabili comunicazione, grafica, product manager, responsabile food e wine, chef. E c’è una grande attenzione all’aspetto food: Francesco Solano, che gestisce la parte drink e food, prima aveva un ristorante in centro a Mantova, e la nostra chef, Giorgia Casubolo, ogni sei mesi fa corsi di avanzamento al Gambero Rosso.
Quali sono i prossimi appuntamenti da non perdere del Cineclub?
Avremo due rassegne importanti, Autori italiani, a cui parteciperà anche Gabriele Mainetti, e la rassegna Cinema regionale, per cui ogni due mesi scegliamo una regione e invitiamo gli autori di quella regione abbinando il cibo tipico.
Poi ci sarà un laboratorio a cui teniamo molto dedicato alla sceneggiatura, che prevede un evento alla conclusione delle 8 lezioni dove i producer delle varie società di produzione vengono per ascoltare i pitch dei ragazzi che hanno partecipato. Abbiamo ospitato la bottega delle sceneggiature di Premio Solinas e Netflix.



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