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Trend – The Collector: l’abisso della violenza di genere

Giorgio Lupano e Beatrice Arnera in "The Collector".

Un’esperienza tra le più estreme e disturbanti che ci abbia riservato la rassegna Trend (online per il Teatro Belli di Roma) di quest’anno. È The Collector, dal testo di Mark Healy (a sua volta tratto dal romanzo di John Fowles) per la regia di Francesco Bonomo. Parabola angosciosa di una prigionia in cui gli spettatori sono sequestrati non meno della co-protagonista Miranda (Beatrice Arnera), rinchiusa in uno scantinato dal disturbato Frederick (Giorgio Lupano). È lui il “collector”, collezionista di farfalle e ora anche di donne, di esseri viventi da cui è attratto e che ostinatamente gli sfuggono. Perché è solo attraverso la morte che Frederick riesce a relazionarsi con la vita, e forse è solo la morte l’oggetto del suo desiderio.

Vita, morte e parole senza sbocchi in The Collector

Frederick infatti uccide due volte ciò che sostiene di amare, prima ingabbiandone l’immagine in un’idealizzazione distorta, poi forzandone il corpo e la mente in una spaventosa messa in scena di quella prigione. Più che uno scontro tra la ragione di Miranda e la follia dell’altro, allora, è un dualismo tra due opposte razionalità, quello del dramma. Da un lato, la razionalità vitale della giovane pittrice che rifiuta e teme tutto ciò che sia riconducibile alla fissità della morte. «Odio tutto ciò che toglie la vita, ogni tipo di vita». Dall’altro, la razionalità mortifera, distruttiva del sedicente entomologo che va per classificazioni ossessive, feticizzazioni necrofile, riduzioni a un controllo che è negazione di ogni autonomia e dignità al di fuori della propria.

Ambiguo strumento di attacco e (auto)difesa di entrambi, non a caso, è la parola: utilizzata da Frederick per giustificarsi di fronte a un pubblico invisibile («di ogni storia esistono due versioni», dichiara in apertura dello spettacolo) e da Miranda per tentare, ora assecondando il carceriere ora mettendolo di fronte alla sua inadeguatezza (dis)umana, di aprirsi una via d’uscita. Ma sono dialoghi senza veri sbocchi, quelli tra Miranda e Frederick, che in fondo continuano a parlare da soli come durante i rispettivi monologhi. Tanto irriducibili sono le loro prospettive, quelle della vita e quelle della morte che non possono, anche se vorrebbero (lei per desiderio di liberazione, lui per la sua idea malata di amore), accettare compromessi.

Allegorie di una tragedia

Foto di scena: Giorgio Lupano e Beatrice Arnera in The Collector. Credits: Teatro Belli.

Sono due figure allegoriche, Miranda e Frederick, che nelle intenzioni del regista dovrebbero rappresentare «la guerra di genere che in ambiente domestico è causa di morte o maltrattamenti perpetrati dagli uomini sulle donne». Al punto che per «rendere questi personaggi degli archetipi, tutto il lavoro è stato impostato a spogliare il testo di connotazioni temporali o geografiche trasformando la scena in un non-luogo dove si combatte una battaglia senza tempo».

E però questa tensione metaforizzante a volte pesa sui personaggi, che invece hanno proprio nella focalizzazione del contesto sociale da cui promanano alcuni degli spunti più interessanti. Per esempio, la relazione tra la psicosi di Frederick (neo-arricchito grazie a un fortunato biglietto della lotteria) e la febbre consumista che vede nel possesso e nell’accumulo di oggetti (o di persone ridotte a oggetti) l’unica via di auto-realizzazione. O le contraddizioni della stessa Miranda, ragazza colta e alto-borghese che nel mondo esterno si trovava invischiata nel rapporto con un altro “collezionista”, il maturo insegnante-dongiovanni George.

Lo spettacolo, comunque, non perde in tensione drammatica né si perde mai troppo in cliché sui maniaci, pur rimandando a volte Frederick ai tanti Norman Bates della fiction che rielabora la cronaca (con tanto di figure femminili oppressive nel vissuto biografico). Il merito va anche e soprattutto alla forza dei due interpreti, nel caleidoscopio di toni ed emozioni attraverso cui passa Arnera e nella maschera destabilizzante di Lupano (anche traduttore del testo). Nel sorriso del suo Frederick c’è l’idealizzazione mistificatoria di certi spot e programmi tv, quelli che occultano gli orrori quotidiani delle dinamiche di genere dietro una collezione di figurine senz’anima. E nella terribile conclusione, la negazione di ogni possibile catarsi. Perché la tragedia, fuori dalla scena-prigione, è ancora in atto e ci riguarda tutti.

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Tag:, , , , , , , Last modified: 13 Dicembre 2020
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