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The Craft, diretto da Andrew Fleming (1996), CREDITS: Web

The Craft esce nel 1996, diretto da Andrew Fleming, in Italia vietato ai minori di 14 anni. Ormai cult indiscusso del genere teen/fantasy/horror, ha un’identità ben precisa, difficile da emulare. Nel 2020 viene lanciato un reboot/sequel, The Craft: Legacy, diretto da Zoe Lister-Jones. I due film non hanno niente in comune se non una tenue e forzata linea di successione tra i primi eventi e gli ultimi.

Se vi piace l’originale non apprezzerete il seguito, e viceversa, l’estetica del primo film è irriproducibile poiché frutto di anni di vampiri e streghe al cinema e nella serialità, e riferimenti dark direttamente dagli anni ’80. Ma non è solo nell’estetica che il reboot fallisce: l’operazione patinata lascia da parte topic forti per giocarsela su tematiche più mainstream a sfondo sociale che si rivelano tutt’altro che un successo.

The Craft (Giovani Streghe), 1996

La trama

Quando Sarah (Robin Tunney) arriva in città si imbatte in un trio molto particolare: Nancy, Bonnie e Rochelle la scrutano da lontano percependo una forza mai provata. La prima è una strega naturale di discendenza (lo era anche la sua vera madre, morta dandola alla luce), le altre si interessano alla magia da tempo ma sono alla ricerca di un quarto che possa stabilizzare il loro potere.

All’inizio non sono amichevoli con la nuova arrivata, considerate le reiette della scuola fanno fatica a farsi nuove amicizie. Il sodalizio però si fa in poco tempo forte, pericoloso, mettendole di fronte alla scelta su come sfruttare le capacità raggiunte. Il bene e il male si contendono la scena, rivelando un male ancora più profondo. Gli incubi diventano reali e le ragazze decidono da che parte stare, mettendosi l’una contro l’altra.

L’anima del film

Andrew Fleming credeva davvero nel potere del suo film, il quale non fu un successo travolgente quando uscì in sala, bensì si costituì tale in seguito. Diventò un film cult grazie alle generazioni successive e a quell’iconica estetica di cui parlavo poco fa, ormai associata agli anni ’90.

The Craft, diretto da Andrew Fleming (1996), CREDITS: Web

The Craft è un film sulla magia, su questo non ci sono dubbi, il regista infatti volle un consulente, seguace del culto Wicca, per assicurarsi che i riferimenti alle arti magiche e soprattutto gli incantesimi non fossero astruse invenzioni da set. All’aspetto occulto però si aggiunge la componente teen, per quanto non sia un teen movie (come invece è indubbiamente il suo reboot) Le difficoltà adolescenziali emergono evidenziando il grande dramma delle ragazze, in un mondo in cui l’unico modo per sopravvivere è credere a qualcosa di totalizzante e riparatore.

L’attrazione nei confronti della magia da parte delle quattro protagoniste nasconde una voragine di problematiche. Sarah, Nancy, Bonnie e Rochelle fuggono dalla realtà, che le fa sentire diverse, rifiutate e impotenti.

Senza didascalismi e manifesti, le giovani streghe del 1996 comunicano un senso di inadeguatezza che non è dato solo dall’essere strane, ma dal marcio del loro microcosmo sociale che le etichetta tali. Il suicidio adolescenziale e la depressione, il razzismo, la povertà e il disagio del proprio corpo sono i veri mali che le affliggono.

Il bene e il male

La magia non è mai o bianca o nera, ma racchiude in sé entrambi gli aspetti. Tutto il teen che si poteva percepire all’inizio si frantuma infatti in un’esplosione di risentimento, gelosia, e malessere.

Fleming produce un’analisi vera e crudele, che ora sarebbe impossibile da inserire in un tale contesto narrativo. Benché venga spesso criticato per non essere un film che promuova idee femministe, da parte sua lo è in maniera esasperata. Tutto ciò che fa soffrire le quattro giovani streghe viene dall’esterno, e in parte deriva dal maschile, il quale subirà tutta la rabbia e la vendetta di Nancy (portandola ad uccidere un compagno di scuola).

La loro ricerca di indipendenza trascende il contesto sociale e si protende al divino, aspirando a vivere una vita migliore, grazie alla magia, senza risultati positivi. Il racconto cupo di The Craft si conclude nella camera insonorizzata di un manicomio, mentre fuori imperversa una tempesta.

The Craft: Legacy (Il rito delle streghe), 2020

La trama

Come l’originale, Legacy inizia con la scena delle tre ragazze, Frankie, Tabby e Lourdes, trio già formato, a cui manca un quarto per completare il cerchio e riuscire negli incantesimi. Lily, la loro quarta, si sta trasferendo in città con la madre. Le due vivranno nella casa del nuovo compagno della donna, Adam (David Duchovny), e dei suoi tre figli maschi.

Il mondo tutto al femminile della mamma single con sua figlia si innesta come un seme nella dimora rigorosa del nucleo tutto al maschile. Questa è la base che farà da padrona al film, aggiungendo poco o niente e in modo abbastanza noioso. La congrega delle quattro streghe che si andrà a formare sfrutta la magia in modo positivo, ma gli incantesimi non servono a fuggire dalla realtà, sono un passatempo come un altro, solo più divertente.

SPOILER Solo un errore da parte di Lily porterà ad una rottura tra le amiche, che sarà presto risanata per combattere, apparentemente, l’unico nemico: un baluardo invadente di mascolinità tossica. Adam, stregone a sua volta, vuole il potere di Lily per poi annientarla. Ma viene sconfitto da un girl power intriso di Wicca e tutto torna come prima.

Il legame con il film precedente si rivela nel finale: la vera madre di Lily è Nancy, la strega oscura chiusa in manicomio tanti anni prima.

Rispettare il compitino

The Craft: Legacy è un nuovo film per giovani streghe, streghe contemporanee che si fanno i selfie prima di andare alle feste (anche se con una polaroid, che è ancora più figo). La lotta alla mascolinità tossica inizia contro il bullo di turno, Timmy, al quale viene fatto un incantesimo che lo faccia diventare più sensibile. Continua con la contrapposizione al mondo di Adam, prevaricatore e manipolatore.

The Craft: Legacy, distribuito da Sony

Le quattro ragazze appaiono più piccole delle attrici di The Craft, ma anche più affabili. Le problematiche adolescenziali che nel 1996 portavano ad isolamento, omicidio e allucinazioni non fanno parte di loro. Non hanno cicatrici dolorose, né dentro né fuori, e le loro individualità non vengono approfondite. La narrazione non provoca emozioni perché alla base c’è una scrittura sfasata senza veri punti di risonanza.

Il loro legame si forma dopo uno spiacevole episodio in cui Lily inizia a perdere sangue mestruale in classe e scappa piangendo. Anche qui il messaggio è didascalico come un cartello bianco con su scritto: donna – mestruazioni-legame con madre terra.

Relegare il male

La magia qui è solo un gioco: se nel 1996 era la forza pervasiva capace di riflettere l’anima in tumulto delle ragazze, nel 2020 diventa nera solo quando è in mano al maschile.

Ma è giusto relegare “la magia nera” solo al potere maschile purificando il femminile da ogni accezione negativa? Non sembra uno scontro alla pari.

Il desiderio femminile emerge solo durante un incantesimo d’amore e, nonostante sia sbagliato rimane puro e candido. Le giovani streghe di Zoe Lister-Jones non hanno sentimenti negativi che le portano a compiere omicidi, sono solo adolescenti.

Conclusione di due storie

The Craft e The Craft: Legacy sono due film completamente diversi. I cliché del primo riguardano delle giacche di pelle ed orecchini a forma di croce, quelli del secondo intaccano una trama scadente che fa acqua da tutte le parti.

Separare il male dal bene è un’operazione fallimentare, che preclude l’emozione. Per questo i brividi provati durante l’omicidio compiuto da Nancy di un ragazzo superficiale, violento e incline alle molestie permangono, mentre il messaggino mal veicolato della lotta contro gli uomini che annientano la femminilità rimane asettico.

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.

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