The Handmaid's Tale

Simbolo di femminismo e capacità visionarie, il romanzo distopico The Handmaid’s Tale di Margaret Atwood (1985) – scrittrice e attivista canadese – già nel 1990 ha visto il suo primo adattamento cinematografico per la regia di Volker Schlöndorff. Dal 2017 la sua versione più celebre è l’omonima serie tv Hulu, tradotta in italiano come Il racconto dell’ancella, vincitrice di quindici Emmy Awards.

Di cosa parla The Handmaid’s Tale

In un mondo contemporaneo o in un futuro non troppo lontano, che non faticheremmo ad immaginare, la Terra è stremata dall’inquinamento, spolpata di materie prime, arida, secca, morta. Gli esseri umani, di conseguenza, corrono un grave rischio di estinzione: da anni la sterilità è un problema comune. Le donne spesso non riescono a rimanere incinte oppure faticano a portare avanti le gravidanze. In questo contesto si inserisce un gruppo di estremisti religiosi, I figli di Giacobbe, che vede nella situazione un segno divino, una punizione per i peccati, per l’abbandono delle regole morali e degli antichi ruoli sanciti nella Bibbia.

Negli Stati Uniti la situazione si fa sempre più critica, fino allo scoppio della guerra civile in cui I figli di Giacobbe prendono il potere con un colpo di stato, instaurando la Repubblica di Gilead, una dittatura teocratica di ispirazione biblica. Lo scopo principale di Gilead è proteggere la procreazione e risanare il mondo. I valori su cui si fonda sono tratti da passi dell’Antico Testamento, che diventano legge.

Uno dei più importanti è quello su Rachele, la moglie infertile di Giacobbe, che pur di generare un figlio così come da volere di Dio, offre al marito la schiava Bila. Proprio da questo passo nasce la figura dell’Ancella di Gilead, una ragazza fertile che, derubata della dignità e dell’identità, diventa una schiava sessuale dei grandi comandanti, stuprata una volta al mese, durante il periodo di fertilità, per dare alla luce dei figli. Questa violenza avviene durante un rituale, sotto la supervisione delle mogli dei comandanti.

La struttura sociale di Gilead

Nei diversi livelli della società le donne sono suddivise in gruppi identificabili dal colore degli abiti. Blu sono le “Mogli”, sterili e sottomesse, dei Comandanti. Le donne a cui donne spetta il compito di portare avanti la specie, sebbene con figli partorite da altre. Rosse sono le Ancelle, una in ogni famiglia, istruite dalle “Zie” che indossano il marrone scuro. Vestite di grigio chiaro sono invece le “Marta”, donne non fertili che fungono da domestiche. Al di sotto di tutte ci sono le “Non-donne”, peccatrici (spesso omosessuali) e traditrici del governo, mandate nelle Colonie a scavare le macerie tossiche lasciate dalla guerra civile, destinate quindi alla morte. Ultimo gruppo sociale di Gilead sono gli “Occhi”, una specie di polizia segreta che controlla la popolazione e lavora per trovare i ribelli.

June, il filo da seguire per entrare a Gilead

La protagonista, June Osborne, è un’ancella, ribattezzata Difred (in inglese Offred). Il nome nuovo indica la proprietà del Comandante, in questo caso Fred Waterford e della moglie Serena Joy. La serie si sviluppa attorno alle vicende di June, intermezzata da flashback della sua vita precedente a Gilead. La sua storia è il mezzo attraverso cui il pubblico entra nello spazio di Gilead.

The Handmaid’s Tale, così come il romanzo a cui si ispira, pone al centro la condizione della donna, sempre su un piano di inferiorità e sottomissione rispetto all’uomo. Il genere femminile tutto viene privato della voce, attraverso per esempio il divieto di leggere e scrivere, e anche le figure di spicco, come Serena Joy (la moglie di Waterford e proprietaria di June) perdono il ruolo che avevano prima della teocrazia, diventando ombre del potere dei mariti. Serena Joy era uno dei volti fondatori dei Figli di Giacobbe, ne teneva i comizi mentre il marito si limitava a farle da accompagnatore. Nella nuova società che non solo lei ha aiutato a costruire, ma ha in prima persona promosso, è solo suo marito a poter esprimere opinioni e ad avere libertà di azione.

La violenza di Gilead

La violenza è il mezzo principale su cui fonda la repubblica di Gilead, soprattutto quella nei confronti del sesso femminile, che viene perpetuata a tutti i livelli della società. Sono ovviamente le ancelle a personificarne la massima espressione. Private non solo delle libertà, ma della stessa individualità esse non sono più persone, ma oggetti usati per procreare e a cui viene negato anche il ruolo di madre. La negazione della figura femminile è totale, aggravata anche dall’odio delle donne per le donne: un sessismo interiorizzato e messo in atto tra simili, che è espressione del patriarcato.

Sebbene siano i Comandanti quelli che governano realmente e che, come uomini, perpetuano la violenza di genere a livello strutturale, spesso sono infatti le donne a metterla in atto in maniera più forte. È particolare come gli unici personaggi che si pentano del loro ruolo cercando di aiutare June siano infatti due uomini, un Occhio e un Comandante. Le donne, tutte vittime di una società totalitaria, sembrano intente a mantenere il poco di pace che si sono guadagnate, magari solo per fortuna. Non appaiono disposte alle solidarietà e alla ribellione alla dittatura sui loro corpo. È June a diventare paladina della riappropriazione della sessualità femminile e della maternità. Il suo motto, Nolite te bastardes carborundorum – una frase in latino maccheronico traducibile con “Non lasciare che i bastardi ti annientino” – diventa il mantra della protagonista e della serie stessa.

Una metafora essenziale

Le ancelle di Atwood, anche nella versione televisiva, rappresentano da circa quarant’anni una delle più forti trasposizioni letterarie delle vittime di violenza sessuale e di tutte le donne che lottano per la riappropriazione del proprio corpo. È questa la ragione per cui la serie tv, rinnovata per una sesta e ultima stagione, è diventata negli anni il veicolo di un messaggio sociopolitico fondamentale, negli Stati Uniti e non solo. È una netta presa di posizione nel dibattito femminista attuale. Al momento dell’uscita della prima stagione (2017) c’è chi vi ha letto un parallelismo con il contemporaneo movimento #MeToo. C’è anche chi, allargando l’orizzonte, vi ha visto un parallelismo anche con il clima generato dalla politica trumpiana.

Uno degli aspetti più interessanti è quanto The Handmaid’s Tale sia entrato nell’immaginario comune, diventando simbolo riconoscibile delle manifestazioni di piazza per i diritti delle donne. Già nel 2017, alle prime avvisaglie delle limitazioni ai diritti di interruzione della gravidanza negli Stati Uniti (Senate Bill 145), le donne in protesta indossavano vestaglie rosse e copricapi bianchi, la divisa delle Ancelle. Identici gli abiti utilizzati in altre manifestazioni contro leggi proposte da repubblicani o, come avvenuto più tardi nel 2020, contro la nomina della ultraconservatrice Amy Coney Barrett a giudice della Corte Suprema.

Per molte attiviste, per molte donne, il messaggio di The Handmaid’s Tale è più attuale che mai, specialmente in un momento storico in cui è sempre più chiaro che i diritti ottenuti vanno protetti con lotte costanti.

La quinta stagione da non perdere

Dopo quattro stagioni in cui i personaggi rimangono sempre fedeli al ruolo che rivestono sin dall’inizio, in quest’ultima le cose vengono stravolte, spesso anche i personaggi principali, che per la prima volta vediamo cambiare realmente. Sembra infatti che il tema centrale di queste ultime 10 puntate sia la consapevolezza della propria situazione e di quella che è la realtà di Gilead. Diventa quindi necessario prendere una posizione e lottare per un cambiamento fondamentale alla propria salvezza. L’ultima scena si chiude in maniera diametralmente opposta a come era iniziata la serie: una coppia da sempre nemica si trova a diventare alleata. Quella che poteva essere la vista come una fine in realtà è solo l’inizio della chiusura di questa serie che si concluderà con la sesta stagione.

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Martina Ucci Author
Cresciuta in una piccola comunità di tre famiglie che hanno deciso di condividere la vita nella campagna bolognese, mi è sempre stato vietato guardare i Simpson, perché “diseducativi”. Piena di passioni e incapace di coltivarne davvero una, ho sviluppato sin da piccola una passione per il teatro e il cinema, dei quali, non capendone nulla, amo la bellezza e le emozioni che sono in grado di suscitarmi.

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