
Con “The Invite – Il piacere è tutto nostro”, Olivia Wilde riadatta lo spagnolo “Sentimental”, trasformando una cena tra vicini in un’anatomia emotiva a quattro voci. In uscita nelle sale il 16 settembre 2026 e distribuita da I Wonder Pictures, l’opera unisce rimandi al cinema di Woody Allen a un uso quasi claustrofobico dello spazio, rivelandosi un film poliedrico capace di spaziare dal design d’interni ai tabù sessuali più espliciti
In un panorama cinematografico in cui la commedia viene troppo spesso confinata alle piattaforme di streaming come prodotto commerciale, Olivia Wilde decide di scommettere sul grande schermo. Presentato al Sundance Film Festival 2026 e prodotto da Searchlight Pictures, The Invite – Il piacere è tutto nostro arriva nei cinema italiani dal 16 settembre 2026. L’opera segna il ritorno alla regia della regista e attrice a quattro anni da Don’t Worry Darling, confermando la sua capacità di orchestrare un racconto feroce, divertente e sfacciatamente umano.
Il gioco delle parti: di cosa parla The Invite
La vicenda segue Joe (Seth Rogen), un ex musicista punk ripiegato sull’insegnamento del jazz, e Angela (Olivia Wilde), artista che ha accantonato le proprie ambizioni per fare la madre e la casalinga. Il loro matrimonio galleggia in un mare di inespressi e rancori sopiti, ma a far traboccare il vaso sono le notti insonni causate dai vicini del piano di sopra, Piña (Penélope Cruz) e Hawk (Edward Norton), i cui rumorosi amplessi scuotono il soffitto.
Per cercare un contatto e spezzare la solitudine, Angela li invita a cena. Quella che doveva essere una serata di cortesia scivola rapidamente in una spietata resa dei conti: la libertà sessuale e l’atteggiamento disinibito dei due ospiti fungono da catalizzatore per le insicurezze e le bugie su cui Joe e Angela hanno edificato la propria vita di coppia.
Scenografia di una crisi: l’illusione di un nido accogliente
Entrare nel mondo di The Invite è come varcare la soglia dell’appartamento di un’amica che ha appena finito di arredare casa con oggetti scovati nei mercatini dell’usato o in qualche negozio vintage. L’ambiente comunica un senso di accoglienza immediata, quasi come un abbraccio avvolgente che, tuttavia, man mano che la serata procede si stringe sempre di più fino a togliere il fiato.

Sebbene la storia sia ambientata a San Francisco, l’appartamento è stato interamente ricostruito ai Sunset Las Palmas Studios di Los Angeles dalla scenografa Jade Healy e girato in pellicola 35mm. Questa architettura domestica, fatta di modanature, specchi, corridoi e finestre usati dalla regia per separare e riavvicinare i personaggi, smette di essere un semplice sfondo per trasformarsi in un vero e proprio quinto protagonista. Un’impostazione dello spazio che richiama da vicino quanto visto in Sentimental Value (2026) di Joachim Trier, dove la casa diventa la cassa di risonanza fisica ed emotiva delle nevrosi di chi la abita.
La palette del desiderio
Sotto il profilo stilistico, il film costruisce un’atmosfera avvolgente declinata nelle tonalità del blu petrolio, che virano progressivamente verso i toni più freddi dell’incertezza. Il punto di svolta arriva quando nell’aria risuonano le note calde ed eleganti di By Your Side di Sade, traccia musicale che accompagna un ballo sensuale tra una travolgente Penélope Cruz e un impacciato Seth Rogen. In questo clima carico di tensione, brilla il dirompente magnetismo di Penélope Cruz: la sua Piña emana un’energia magnetica, capace di mandare in cortocircuito i padroni di casa.

È proprio attraverso il contrasto tra la totale disinibizione degli ospiti e le rigide barriere di Angela e Joe che il film trova la sua carica propulsiva, passando con disinvoltura da conversazioni leggere sul colore di una parete fino a confronti diretti e privi di filtri su tabù come la doppia penetrazione.
Mascolinità tossica in bilico
Oltre all’intesa di coppia e al gioco di seduzione, The Invite trova una delle sue chiavi di lettura più interessanti nella decostruzione della figura maschile contemporanea. Seth Rogen regala qui una delle interpretazioni più sfaccettate e mature della sua carriera, dando voce e corpo a un uomo schiacciato dal peso del fallimento professionale e da una sottile insicurezza sentimentale. Il confronto con l’insopportabile equilibrio zen di Edward Norton diventa lo specchio in cui la mascolinità tradizionale di Joe si frantuma, rivelando tutte le sue fragilità.
Rogen riesce a far ridere senza mai trasformare il proprio personaggio in uno stereotipo, restituendo con profonda umanità l’immagine di un uomo smarrito di fronte alla libertà del mondo contemporaneo.
L’eredità di Woody Allen e l’illusione dell’amore
Sul piano della scrittura, il film dialoga apertamente con la grande commedia analitica americana, richiamando l’irresistibile comicità dialogica e l’ipocondria relazionale tipiche del cinema di Woody Allen. Come in Mariti e mogli o Io e Annie — e sulla scia di quanto fatto in Italia da Paolo Genovese con Perfetti sconosciuti — i dialoghi diventano armi affilate con cui i protagonisti mascherano le proprie insoddisfazioni croniche, finendo per addossare al partner la responsabilità dei propri fallimenti personali.
D’altronde, il film si apre con una celebre citazione di Oscar Wilde che ne riassume perfettamente lo spirito: “Bisogna essere sempre innamorati. Questa è la ragione per cui non ci si dovrebbe mai sposare”. Sotto la superficie della commedia sexy si cela dunque una domanda scomoda e profonda: quanto siamo disposti a sacrificare e a perdere di noi stessi pur di preservare lo status quo della persona che abbiamo scelto di avere accanto?






