
Il regista Mike Flanagan, noto per serie TV come The Haunting of Hill House, The Haunting of Bly Manor e Midnight Mass e per film come Oculus, ha una cifra stilistica molto precisa: utilizza l’horror e il paranormale come metafore potenti. Nei suoi film e nelle sue serie si parla di argomenti universali come l’amore, i legami familiari e, più in generale, delle relazioni fra le persone. Degli incontri anche fugaci possono assumere significati profondi e influenzare il resto della tua vita, così come affetti duraturi possono venire a mancare in un battito di ciglia e senza alcun preavviso.
La frase che meglio spiega la filmografia del regista è racchiusa in una battuta della magnifica The Haunting of Bly Manor: “non è una storia di fantasmi. È una storia d’amore”. E questo può valere benissimo anche per Life of Chuck, forse il lavoro più introspettivo e filosofico di Flanagan.
Sebbene sia tratto da un racconto (altrettanto splendido) di Stephen King, di horror ha ben poco. Si tratta in realtà di una profonda riflessione sulla vita umana e di quanto ogni persona racchiuda in sé un intero universo. Il film è in arrivo lunedì 23 febbraio alle 21:15 su Sky Cinema Uno, in streaming su NOW e disponibile on demand.
Un inizio inaspettato. (Spoiler alert)
Il primo pensiero, quando si guarda l’inizio di The Life of Chuck è: “cosa sto guardando?”. Perché davvero l’inizio sembra non avere nulla a che vedere con quello che la locandina, o il trailer, promettono. Non si parla della vita di un uomo, ma dell’apparente fine dell’umanità.
Ci troviamo catapultati in un mondo dove internet è sparito, si aprono voragini nel suolo, maremoti e altre calamità naturali stanno mietendo milioni di vittime e aumentano esponenzialmente i casi di suicidio. Eppure, c’è qualcosa di ancora più strano: per strada compaiono cartelloni che raffigurano un uomo dal sorriso gentile, con la scritta: “39 anni fantastici”. E mentre il mondo crolla, ecco che emerge la verità: quel piccolo universo che sta andando verso la fine, è nella testa di una singola persona. Si tratta di Charles “Chuck” Krantz (Tom Hiddleston), un contabile che giace su un letto di ospedale, in punto di morte a causa di un tumore al cervello. E mentre nel suo piccolo mondo le stelle si spengono, lui esala l’ultimo respiro, fra le braccia della moglie e del figlio.
Una struttura ‘al contrario’
The Life of Chuck è letteralmente ‘al contrario’: si apre infatti con l’atto terzo, per poi proseguire con il secondo e il primo. E quella che viene raccontata non è tutta la vita dell’uomo, ma i momenti più importanti, quelli che in qualche modo l’hanno resa unica e degna di essere vissuta. La narrazione è incredibilmente intelligente e segue pedissequamente il racconto di King, riuscendo a comprenderne e restituirne l’essenza.
Ed ecco che il pubblico entra in empatia e segue con interesse le vicende di un uomo ‘ordinario’, per quanto sia giusta questa definizione. Perché, di fatto, cosa rende un uomo ordinario o straordinario? Il successo economico? Il suo posto nella società? È proprio questo l’interrogativo che The Life of Chuck ci pone. Perché Charles potrebbe essere ritenuto un uomo comune, con una vita ‘ordinaria’, a un occhio superficiale. Eppure lui, come tutti, cela dentro di sé un intero universo, un animo complesso, una vita fatta di scelte, sacrifici, tragedie, ma anche momenti di gioia e poesia immensi.
Il momento che meglio mostra l’essenza del film è una scena semplice, ma potentissima. Una musicista di strada, Taylor (Taylor Gordon) sta suonando la sua batteria, annoiata. Ed ecco che sopraggiunge Chuck, di ritorno da una convention di lavoro. Agli occhi della donna, quello è un passante come tutti gli altri. Un personaggio quasi incolore, in completo da uomo d’affari. Ma ecco che quell’uomo, di punto in bianco, inizia a muovere le dita e battere i piedi a ritmo di musica. Chiude gli occhi e si estrania dal mondo, seguendo solo il suono della batteria.
Fra i due si crea un legame improvviso e inaspettato. Chuck inizia a seguire il ritmo, lei suona per lui e soltanto per lui. Il mondo scompare e loro rimangono in una bolla nella quale le parole non servono. Ma un altro personaggio sopraggiunge: una ragazza appena lasciata dal fidanzato, Janice (Annalise Basso), con lunghi capelli biondi e un vestito a fiori. Inaspettatamente, Chuck la sceglie. La trascina nella danza sfrenata, attirandola in quella bolla di magia. E una volta concluso il ballo, ecco che si ritorna alla vita di tutto i giorni, pur mantenendo un meraviglioso ricordo. Quelle tre persone non si incontreranno mai più, ma quel breve attimo rimarrà impresso nella loro mente per sempre.
The Life of Chuck: ogni istante è importante.
Il senso del film è proprio questo: ogni singola persona, ogni incontro che facciamo conta. Perché ogni persona è un essere unico che, volente o nolente, crea legami e influisce sulla vita degli altri.
L’opera di Flanagn, in perfetta sintonia con il racconto di King, ci comunica un messaggio forte e potente, accompagnato da una fotografia meravigliosa e una gestione degli attori impeccabile. Sono fin troppe le prove attoriali che andrebbero menzionate e il ballo di Tom Hiddleston nel secondo atto vale più di mille parole. Ma fra tutti, è giusto e doveroso nominare Mia Sara e Mark Hamill, rispettivamente la nonna e il nonno di Chuck: due personaggi magnifici e incredibilmente interessanti nella loro complessità. Entrambi hanno influito in modo significativo sulla vita del nipote.
La prima, facendogli scoprire l’amore per la vita, espresso attraverso la danza. Il secondo, imponendogli il raziocinio e portandolo a compiere scelte di vita sicure. Decisione discutibile? Forse, ma comunque dettata da un profondo affetto, seppur ingenuo e un po’ ‘limitato’. Anche perché nella vita di Chuck ci saranno stati sicuramente molti rimpianti, ma anche molta gioia e amore. Perché, per citare Whitman, conteniamo moltitudini.
Continua a seguire FRAMED. Siamo anche su Facebook, Instagram e Telegram.






