Fashion Babylon di Gianluca Matarres
Fashion Babylon di Gianluca Matarrese. MIX Festival

Al terzo giorno di festival si è ormai totalmente immersə nelle atmosfere dei film e delle storie. La prima cosa da cui si viene investitə partecipando a un festival LGBTQIA+ è questa necessità, quest’urgenza di mostrare il lato più in ombra delle relazioni umane (quello di chi appartiene a una minoranza dall’orientamento sessuale non cis-gender, e non eterosessuale) e un gran desiderio di far sì che la “norma” sia ciò che abitualmente non lo è: la minoranza al potere, il sovvertimento del diktat eterosessuale.

Al MIX, mano a mano che anche il festival entra nel vivo, i riferimenti intra ed extra-filmici delle opere mostrate hanno un più spiccato contenuto LGBTQIA+.

Nel folklore festivaliero giornaliero, poi, un omaggio all’icona gay Raffaela Carrà che nasceva il 18 giugno di 79 anni fa, con un revival delle sue canzoni apparentemente nazionalpopolari eppure, nell’Italia bigotta e cattolica che ancora ci portiamo dietro, fortemente inclusive ed egualitarie.

Qualche riferimento ai film visti il terzo giorno al MIX:

FASHION BABYLON di Gianluca Matarrese (Francia, 2021)

Matarrese, promessa del nuovo cinema italiano, è cresciuto in una famiglia che si occupava di moda e ha uno sguardo eternamente naïf sulle difformità della Babilonia più cupa e glamour dei nostri giorni: l’internazionale (e internazionalista) vetrina dell’Haute Couture. Colpisce del suo documentario sulle icone fashionistas Michele Elie, Casey Spooner (presenti alla proiezione) e Violet Chachky, la capacità del regista di non perdere mai un senso di spietatezza, di tensione nervosa, necessarie a trasmettere lo slancio (difforme) verso la resa del bello di questə tre artistə della trasformazione del sé in figure e opere d’arte. Ma come fanno pensare gli abiti meravigliosi che indossano: bisognerebbe costruirgli un altro mondo intorno perché il nostro non va bene.

COP SECRET di Hannes Þór Halldórsson (Islanda, 2021)

Il regista, e portiere della nazionale islandese, Hannes Þór Halldórsson, si prende finalmente una rivincita queer su uno dei sogni più proibiti dell’immaginario filmico gay mondiale: i Chips, i Cops, i poliziotti. In Cop Secret (Il segreto del poliziotto) finalmente è la donna a essere di troppo e chi vuole segretamente baciarsi sono i due males, tra un cazzotto, una sparatoria, un inseguimento e l’altro. Divertente e spumeggiante, con un occhio anche a una delle problematiche maggiori che incontra il riconoscimento delle coppie omosessuali: la possibilità di avere/adottare dei figli.

BALABAN di Aysulu Onaran (Kazakistan / UK / Russia / USA / Bielorussia, 2021)

Uno dei film che attendevo di più del festival (e non mi ha deluso), è la storia di una comunità di orfani infettatə in tenerissima età tramite trasfusioni ospedaliere insicure del sangue, dal virus dell’Hiv. Una delle piaghe e degli stigma peggiori della comunità gay diventa qui volano per una storia d’amore tra due ragazzine sfuggenti, incerte sia del loro orientamento sessuale che della loro personalità, entrambe infettate per sbaglio e ospiti di questo centro sperduto tra i boschi del nord della Russia. La regista Aysulu Onaran ha lavorato con una troupe quasi interamente queer.  

THE AFFAIRS OF LIDIA di Bruce LaBruce (Canada/Spagna, 2022)

Il gioco delle coppie secondo Bruce LaBruce. Uno degli autori più dissacranti del panorama cinematografico LGBTQIA+ mondiale presenta la sua ultima opera in anteprima europea al MIX  (e anche l’unica con un contenuto spiccatamente porno) registrando l’unico sold-out del festival.

Lidia è sposata con Michelangelo, che ha una “tresca” con Sandro che ha una “tresca” con Lidia che ha una “tresca” con Piero che è sposato con Michelangelo che conosce Xenia che ha una “tresca” con Sandro e con Lidia. E finirà tutto come avrebbe voluto Brian De Palma negli anni d’oro, in un un tripudio estetizzante ed erotico di corpi attorcigliati.

Bruce LaBruce gioca con la capacità dei suoi performers – in primis Skye Blue (Lidia), e poi Markus Cage (l’orso Michelangelo), Sean Ford, Pascale Drevillon, Drew Dixon – di farsi attraversare mostrandone il desiderio, ma non firma un’opera liberatoria. I corpi sono liberati, le menti ancora no, e LaBruce conduce passo passo lo spettatore a esplorare i suoi tabù. Un sold-out meritato.

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Al cinema come nella vita non credo esistano cattive storie, ma solo storie raccontate male, per questo preferisco ormai la rarefazione dei linguaggi, la sperimentazione, la visionarietà. Sarei felice che la video-arte entrasse nelle multisale, magari passando per Bill Viola e Studio Azzurro. Nel cinema europeo il mio epitome è Fassbinder, nel cinema USA mi hanno conquistato i road movies (e Wenders). Se dovessi descrivermi in una parola direi… una parola forse non è abbastanza. Blu.

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