The Weeknd, After Hours Cover

È di pochi giorni fa la notizia che The Weeknd ha ufficialmente deciso di boicottare i Grammy, come aveva già anticipato ai suoi fan. Non permetterà più alla sua etichetta musicale, infatti, di sottoporre altri brani e/o album al giudizio dell’Academy of Recording Arts in futuro. Una scelta estrema che si fa però simbolo di una lecita indignazione di fronte all’indifferenza dei Grammy verso l’enorme successo dell’artista canadese negli ultimi dodici mesi.

After Hours, il suo ultimo album in studio, è stato pubblicato il 20 marzo 2020, un anno fa, ed è rimasto saldamente nelle classifiche globali fino a oggi, trascinato dal singolo Blinding Lights. Attorno all’album in sé, inoltre, The Weeknd ha costruito tutto un complesso lavoro di immaginario visuale che lo ha accompagnato in ogni videoclip e ogni esibizione fin dallo scorso marzo. Ne abbiamo parlato di recente, qui.

Se già questo non è abbastanza per far nascere una certa curiosità, andiamo a vedere nel dettaglio che cos’è After Hours e perché, al di là di tutta la sovrastruttura intorno, avrebbe meritato almeno la nomination ad Album of the Year.

The Weeknd e il concept di After Hours

After Hours si compone di 14 tracce (più 3 bonus nell’edizione Deluxe) che costituiscono un racconto, un percorso emotivo e personale che ha un punto di partenza e un punto di arrivo. Da una prospettiva narrativa o, per usare un termine molto in voga, di storytelling, è un prodotto che ci propone innanzitutto un’esperienza da vivere e attraversare. Ogni traccia funziona cioè benissimo da sé ma è nel complesso che acquista ulteriore senso.

L’argomento di questo percorso è ovviamente l’amore. The Weeknd è in fondo diventato famoso dedicando, a turno, brani alle sue celebri ex, Selena Gomez e Bella Hadid. E come ogni break up album che si rispetti alterna momenti di rabbia e risentimento a momenti di rassegnazione, pentimento o speranza.

La track list

Molto didascalico, in proposito, è il primo brano, Alone Again, che funziona perfettamente anche come apertura musicale dell’album grazie al suo crescendo. È un’intro che sembra sempre sul punto di decollare verso un ritornello che in realtà non arriva mai. Crea tensione verso la traccia successiva, inoltre dà l’identità a tutto ciò che segue, evidenziando l’uso (spasmodico) dei sintetizzatori elettronici in contrasto con il timbro chiaro e alto della voce di The Weeknd.

Il richiamo anni Ottanta delle tastiere si mescola poi sempre di più ai beats dell’hip hop, basta ascoltare la seconda traccia, Too Late, per assaporare questa particolare commistione, di psichedelia ritmata.

Proseguendo, all’inizio il tema delle lyrics è costante: un uomo che parla della sua nuova solitudine dopo una storia finita male. Riflette sulle sue paure e sui suoi difetti, parlando soprattutto a se stesso. A differenza della seconda metà dell’album in cui invece si rivolge direttamente al suo amore perduto. Musicalmente, tuttavia, la differenza tra le stesse tracce è evidente. Il terzo brano, Hardest To Love, per esempio, ha una profondità di suono palpabile, un vuoto sensibile dietro i cori, che àncora al percorso appena iniziato. È come se adesso la musica ci risucchiasse dentro, anziché farci gravitare attorno a un colorato disegno psichedelico.

E sì, mi sembra ormai chiaro che ascoltando questo album mi è quasi impossibile separare la componente uditiva da quella visiva, in una sorta di sinestesia che forse The Weeknd ha proprio ricercato, attraverso l’attentissima cura estetica del progetto.

The Weeknd (Abel Tesfaye) nel videoclip di Blinding Lights
The Weeknd (Abel Tesfaye) nel videoclip di Blinding Lights

Continuando lungo la track list, Scared To Live, quinto brano, è anche il primo in cui The Weeknd si rivolge alla lei a cui è dedicato l’album. Lo fa con esortazioni dirette a non avere paura di vivere di nuovo, senza di lui. È in realtà una preghiera e come tale, musicalmente, si innalza. Cerca di emergere rispetto alla base e lo fa attraverso il canto, limpido e alto. È una ballad che rimane in testa, anche grazie alle interpolazioni della ben più famosa Your Song di Elton John.

Subito dopo, Snowchild sorprende con una base trap, apparentemente fuori tema eppure molto più vicina allo stile di The Weeknd che tutto After Hours in sé. Anche qui, puntuali, arrivano però le sonorità anni Ottanta a riportarla dentro il progetto. E lo stesso discorso vale per Escape L.A., che pur tornando verso lo stile pop di The Weeknd, prosegue invece il discorso dell’album a livello di senso. Non è più una preghiera, non è più un invito. Inizia a essere una rivendicazione lontana dalle ballad struggenti: un ritorno sui propri passi alla ricerca del (vecchio) sé dopo una rottura sentimentale.

Che poi è esattamente quello che afferma anche il brano successivo, Heartless, non solo con la musica ma anche con le parole:

Why? ‘Cause I’m heartless
And I’m back to my ways ‘cause I’m heartless
All this money and this pain got me heartless
Low life for life ‘cause I’m heartless

Heartless, The Weeknd, After Hours – © Kmr Music Royalties Ii Scsp, Songs Of Universal Inc.
Fotogramma del cortometraggio After Hours
Fotogramma del cortometraggio After Hours

I suoni elettronici tornano a prevalere, quindi, solo con Faith. Narrativamente è il momento di perdizione, quello che in “sceneggiatura” è il punto più basso nell’arco dell’eroe. Musicalmente si tratta di una forte spinta, di nuovo, verso le sonorità anni Ottanta. Funge infatti da seconda introduzione ai tre brani più potenti dell’album: Blinding Lights, In Your Eyes e Save Your Tears. Oltre a essere i più “commerciali”, cioè radiofonici, sono anche gli unici singoli veramente ballabili. Il che è un controsenso a pensarci bene, in un album basato interamente su un decennio musicale (’80s) di club e dance elettronica.

Infine, dopo un interludio intitolato Repeat After Me, in cui ancora una volta si rivolge alla sua lei, arrivano la title track, After Hours e Until I Bleed Out a concludere tutto. After Hours prosegue il senso letterale delle lyrics di Save Your Tears, ma musicalmente introduce un elemento di tensione, dato dalle tastiere che battono sempre sulla stessa nota. Until I Bleed Out segna allora l’epilogo, tragico, di questo percorso. Una paralisi (emotiva, s’intende) che aleggiava sin dall’inizio come un’oscurità di fondo e che ora prende forma, costringendo l’album a concludersi con un suono robotico, uno spegnimento elettronico e automatico che improvvisamente lascia il vuoto laddove c’era la musica.

E voi, avete ascoltato questo album seguendo l’ordine delle tracce? Vi ritrovate in questa proposta di analisi? E se non l’avete ancora ascoltato, guardate almeno la straordinaria esibizione di The Weeknd per l’ultimo Halftime Show del Super Bowl. Qui il video:

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Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies. Tra questi, solo per dirne alcuni, rientrano gli studi post-coloniali, gli studi femministi e quelli etnografici.

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