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tick, tick...BOOM! - Regia di Lin-Manuel Miranda (2021) - Credits: Netflix

tick, tick…BOOM! è il suono di quell’orologio interno che ci ossessiona e ci fa credere di dover raggiungere l’apice della nostra vita e del nostro successo entro i 30 anni. È un testo ed è uno spettacolo rivoluzionario, come rivoluzionaria era la mente da cui è nato, quella di Jonathan Larson, la cui eredità è il principale motore del film di Lin-Manuel Miranda.

Dal 19 novembre è infatti disponibile su Netflix l’omonimo adattamento, con Andrew Garfield nei panni di Larson, che rappresenta anche l’esordio alla regia di Miranda. Già conosciuto per le regie teatrali di Hamilton e In the Heights e per le numerose colonne sonore Disney degli ultimi anni (l’ultima è Encanto), Miranda ha scelto di compiere il grande passo dietro la macchina da presa celebrando uno dei suoi punti di riferimento professionali.

Un passo indietro: chi è Jonathan Larson

Jonathan Larson era un autore geniale, ma sfortunato. Nato il 4 febbraio 1960, trascorse la sua intera giovinezza (dal 1983 al 1990) a scrivere un musical mai rappresentato. Si intitolava Superbia e, riprendendo le atmosfere del 1984 di Orwell raccontava la condizione desolante dell’uomo moderno. Troppo complesso e astratto per Broadway, troppo costoso per Off-Broadway, era irrappresentabile. Si gettò così a capofitto in un altro progetto, grazie a cui attirò l’attenzione e il supporto di Stephen Sondheim in persona, iniziando a guadagnare visibilità. Si trattava di tick, tick…BOOM!, appunto: un racconto metatestuale sul fallimento di Superbia, sul processo creativo e sulla difficoltà di rappresentare un’intera generazione, quella dei trentenni nel 1990. E infatti 30/90 è il primo brano musicale, che come tutti gli altri nel film, è un brano originale dell’opera di Larson.

tick, tick…BOOM! tuttavia era uno spettacolo molto particolare e povero. Era un “monologo rock” che Larson conduceva al pianoforte, con il supporto di una piccola band. Era una confessione, nuda come la scena, quasi priva di scenografie e sovrastrutture. La vera e propria rappresentazione in toto della sua generazione avviene allora nel lavoro successivo, Rent, considerato il suo capolavoro. Larson però non ebbe il tempo di godere dell’enorme successo di Rent – rappresentato a Broadway per 30 anni – perché morì il giorno della prima per la rottura di un aneurisma. Era il 25 gennaio 1996, a pochi giorni dal suo 36° compleanno.

Il mondo del teatro musicale lo ricorda e lo celebra da allora. Ha vinto due Tony Awards e un Pulitzer per la Drammaturgia, tutti postumi. Nel 2005 Chris Columbus ha anche tratto un omonimo film da Rent, restituendo a sei degli otto protagonisti i ruoli originali.

La scelta fondamentale di Lin-Manuel Miranda, tuttavia, è quella di raccontare come Larson arriva a quel successo, cosa lo spinge, cosa lo motiva, cosa lo spaventa e lo demoralizza. Attraverso il suo sguardo cerca di parlare alle nuove generazioni e al tempo stesso di ricordare ai trentenni del 1990 quella rivoluzione culturale. È un film per chi non ha mai visto un musical e non sa che fu proprio Larson a cambiare per sempre Broadway, ma che da oggi impara a conoscerlo. Contemporaneamente è anche un film per chi sa esattamente chi era e cosa fece e desidera celebrarne il ricordo.

La regia di Lin-Manuel Miranda

Come si scopre alla fine, durante i titoli di coda, esistono numerosi video in VHS di Larson. Brevi frammenti di vita quotidiana che restituiscono al volto e alla voce di Larson un’immediatezza familiare, come di un vecchio amico.

Miranda ne incorpora l’uso prendendoli proprio come riferimento. Così vediamo spesso Andrew Garfield dentro piccoli “francobolli” quadrati che occupano solo il centro del nostro schermo. Momenti in cui il regista ci chiede con maggiore enfasi di immaginare quegli anni Novanta, a partire dalla memoria magnetica del nastro.

Li alterna, in montaggio, al tempo presente del racconto, soprattutto quando è Garfield/Larson stesso a raccontare a sua volta qualcosa, stratificando così la narrazione. Pur essendo alla sua prima regia cinematografica, inoltre, traspare la sicurezza e la consapevolezza del lavoro di Miranda. Si percepisce nella direzione degli attori e dei numeri musicali, soprattutto, senza dimenticare appunto che come regista teatrale è uno dei nomi di punta di Broadway, con tre Tony Awards, due Laurence Olivier Awards e un Pulitzer già alle spalle.

Forse proprio questa formazione lo spinge a non strafare nei movimenti di macchina, preferendo un’impostazione per lo più statica delle sequenze. È il filmico, in altre parole a muoversi davanti alla macchina, non lui a inseguirlo. E la sua bravura sta nel dirigere quel flusso anziché entrarvi dentro.

Fa una (bellissima) eccezione il numero musicale di Boho Days, che è stata anche la prima sequenza del film rivelata lo scorso giugno dal teaser trailer. La trovate qui sotto. Nello spazio stretto, disordinato e affollato di un appartamento sgangherato di artisti dell’East Village, Miranda riesce a ricreare tutta la scintilla di Larson, a cui bastava iniziare a cantare per scaldare una stanza. Ed Andrew Garfield ne completa il quadro, in uno dei suoi ruoli più belli, restituendogli volume e profondità e riportandolo tra noi.

What does it take to wake up a generation? – I temi di tick, tick…BOOM!

Nel racconto metatestuale di tick tick…BOOM! – che oscilla tra lo spettacolo in sé e tutto ciò che lo ha preceduto – si delineano progressivamente delle vere e proprie domande che confluiscono nel brano più celebre dell’opera: Louder than Words.

Garfield/Larson all’inizio del film si trova in uno stato di totale alienazione egoriferita: è così assorbito dalla sua ossessione per lo scorrere del tempo e per il fallimento da non riuscire più a guardarsi intorno. La prima metà di tick, tick…BOOM! è allora una corsa irrefrenabile e solitaria, contro il ticchettio; una paura matta e così sorda da chiudere tutto il resto del mondo fuori.

Una volta compreso come farsi guidare dall’Amore e non dalla Paura (come recitano appunto le lyrics del brano), tutto acquista una nuova luce. Diventa più chiaro, per esempio, che l’angoscia provata è condivisa da un’intera generazione e che anche il suo peso può essere distribuito, alleggerendo il singolo. Senza dimenticare, inoltre, che la paura della morte, per i giovani newyorchesi del 1990 era tutt’altro che metaforica. Come racconta anche il film, i casi di AIDS erano numerosissimi in quel periodo e gli stessi amici più stretti di Larson erano positivi all’HIV. C’era un’urgenza generazionale di divorare la vita, finché vi era il tempo. Ed è in fondo questo il messaggio ultimo che tick, tick…BOOM! vuole lasciare, mitragliandoci di domande con il suo ultimo brano.

Domande di cui non vuole nemmeno conoscere la risposta, perché è già dentro di noi mentre i titoli di coda iniziano a scorrere.

Fear or love, baby
Don’t say the answer
Actions speak louder than [Words]

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