TOY STORY 5 (c) 2026 Disney/Pixar. All Rights Reserved
TOY STORY 5 (c) 2026 Disney/Pixar. All Rights Reserved

Con il finale del quarto capitolo, avevamo lasciato il cow boy giocattolo Woody alla sua nuova vita; per la prima volta aveva scelto per sé e non per il “suo bambino”, dimostrando un’interessante svolta di autodeterminazione, mentre il resto della squadra di giocattoli, Buzz Lightyear, Jessie e tutti gli altri, tornavano allo spazio sicuro della cameretta di Bonnie, la bambina che dopo Andy li aveva adottati.

Quella che sembrava una conclusione diventa un passaggio tra un prima e un dopo, perché Toy Story torna al cinema con un quinto film, presentandosi con la sua classica forma narrativa, ovvero l’arrivo di un nuovo giocattolo che scuote il microcosmo degli altri e il successivo adattamento dopo una serie di incredibili avventure. Ma a mettersi in mezzo è la tecnologia, che decreta una nuova era per i giocattoli, con aspetti sia positivi che (molto) negativi.

Per la prima volta Toy Story arriva a noi adulti in una forma inconsueta. Fa sicuramente leva sull’elemento nostalgia, radicato nel senso intrinseco che i giocattoli rappresentano per ognuno, la forza del ricordo materializzata in una bambola o in un peluche, ma ci parla anche di una sensazione, ormai parte del quotidiano, legata alla dipendenza da dispositivi, schermi onnipresenti che gestiscono una vita non tangibile ma frenetica. Quella sensazione, fatta di inadeguatezza e costrizione, a partecipare a una realtà parallela che si sviluppa solo online, invade la quotidianità di Bonnie e stravolge gli equilibri della sua realtà di bambina, ancora tutta da definire eppure in pericolo.

Un legame che va oltre il tempo

Con il passare del tempo, e con il susseguirsi dei film, quello che è diventato più interessante del mondo dei giocattoli creato nel 1995 è la loro affascinante psicologia, i loro ricordi, la profondità del rapporto che vivono durante il gioco, il momento in cui la creatività del bambino brilla e loro adempiono allo scopo per cui sono stati creati.

Toy Story 5 inizia con i ricordi di Jessie, bambola cow girl con un cavallo di peluche che non la abbandona mai, del periodo in cui era il giocattolo preferito della bambina che aveva prima di Andy, una bambina che improvvisamente è cresciuta, lasciandola da parte. Quando anche con Bonnie le cose non sono più come prima, Jessie ha paura che tutto si ripeta. Nonostante la bambina sia fortemente legata ai suoi giochi, il mondo intorno a lei sta cambiando: sempre più bambini ricevono sin da molto piccoli dispositivi di gioco e questo li relega a una serie di modalità di interazione completamente diverse rispetto a prima. La timidezza di Bonnie nel fare amicizia viene ulteriormente messa in crisi dal “sentirsi indietro”, una sensazione che la blocca e la fa sentire sola, ma soprattutto diversa.

Quando due genitori in crisi acconsentono a regalarle Lilypad, un tablet, quella solitudine non verrà curata, bensì si acuirà. E la guerra conseguente, capitanata da Jessie, che si sente nuovamente spodestata ma questa volta da una nuova generazione di giochi, sarà il paradigma di un qualcosa di molto più grande, un interrogativo pedagogico con cui ogni neo genitore viene a patti: tecnologia sì o tecnologia no?

TOY STORY 5. Photo courtesy of Disney/Pixar (c) 2025 Disney/Pixar
TOY STORY 5. Photo courtesy of Disney/Pixar (c) 2025 Disney/Pixar

Quando lo schermo toglie il respiro

La morale che porta Toy Story 5 è semplice, al limite del semplicistico, ma funziona, perché continua a rivolgersi a generazioni distanti, trovando il linguaggio più giusto per adattare la sua narrazione al presente. Ciò che non è semplice, anzi, volutamente problematico, complesso, è la difficoltà che Bonnie vive quando ciò a cui era abituata inizia a soffocarla.

La rappresentazione di quel “bisogno di esserci” si traduce nelle modalità interattive e non tangibili che caratterizzano la vita di (quasi) tutti oggi. Bonnie, una bambina abituata a usare la fantasia per creare schemi di gioco sempre più complessi e appaganti, oppure folli e gioiosamente nonsense, si rende conto improvvisamente di essere sola. Nessun altro bambino a lei vicino gioca così, poiché ognuno vive con gli occhi incollati su uno schermo che ti convince di avere degli amici quando in realtà non ne hai.

Il malessere che pervade la protagonista è un sentimento ormai fortemente radicato in noi, in un continuo alternarsi di eccesso e mancanza, di assenza e presenza, che se non viene contenuto può ledere le abitudini sociali più basilari, compromettendo le capacità di interazione con l’altro. Torna il dilemma sulla tecnologia consegnata ai bambini, sì o no? La soluzione è nella misura, ma soprattutto nella romantica visione degli autori del film, prima di tutti Pete Docter, i registi Andrew Stanton e Kenna Harris, e chiunque abbia lavorato all’idea che inventare, sognare, creare, sia ancora possibile. L’obiettivo che Pixar persegue da sempre, raggiungendolo spesso.

La doppia narrazione che diventa salvifica

Due percorsi narrativi si alternano nel film: quello di Jessie e Bonnie, e quello della squadra di Buzz, ovvero di un intero scatolone di pupazzi Lightyear di ultima generazione che viene perduto su un’isola dopo un vero e proprio naufragio e che deve ritrovare la strada di casa. Quella manciata di Buzz sarà determinante per comprendere quanto il cambiamento tecnologico sia fondamentale e importante, e non solo limitante e negativo. È anche in questa essenziale sottotrama, da scoprire in sala, che risiede l’anima della ricerca e quella voglia di divertirsi che gli artisti di Pixar hanno sempre mantenuto, resistendo ai tempi, attraversandoli, continuando a sognare.

L’avventura animata è nelle sale cinematografiche italiane dal 18 giugno 2026.

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RASSEGNA PANORAMICA
Voto
7
Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.
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