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Trap Game – I sei comandamenti del nuovo hip hop

Trap Game - Andrea Bertolucci

Cos’è veramente questa musica trap che fa parlare le nuove generazioni, innervosire le vecchie, disgustare quelle a metà, e di cui, in qualsiasi modo, tutti parlano?

Un fenomeno che in molti hanno provato ad analizzare e che pochi giurano di aver compreso. Critici musicali, sociologi, filosofi, giornalisti, semplici appassionati di musica: la trap spiazza tutti.

Forse perché, in fondo, c’è poco da capire e molto da ascoltare.

Per questo nessuno meglio di chi fa trap può raccontare la trap attraverso un libro.

È Andrea Bertolucci, giovane giornalista e scrittore, a riunire alcuni dei migliori artisti della scena trap italiana. Le parole di Lazza,  Vegas  Jones,  Ketama126,  Ernia, Beba  e  Maruego, sono introdotte da Emis Killa e TM88. Il tutto condito dalla partecipazione di Andrea Agostinelli e dalla copertina di Moab. Questo è Trap Game.

Un libro nel quale non si cerca di spiegare la musica trap, né di giustificare le sue regole stilistiche e morali. È piuttosto un oggetto interattivo che la presenta nel miglior modo in cui si può presentare un gioco: giocandoci.

TRAP GAME – Andrea Bertolucci, Hoepli, 2020

E per giocare a un gioco, infatti, basta avere chiaro come muoversi al suo interno, i punti cardinali coi quali orientarsi.

I trapper ne scelgono 6 e li chiamano comandamenti: i soldi,  il  “blocco”,  le sostanze,  lo  stile, le  donne  e  il  linguaggio.

Proprio quest’ultimo, il linguaggio, è forse il punto più “dolente” per chi ascolta musica trap.

Questo libro cerca di semplificarlo al massimo, parlando anche a chi fa parte di quelle generazioni che si sentono distanti e inconciliabili con questo genere. Lo fa attraverso illustrazioni e box esplicativi di citazioni, brani, aneddoti e i dissing (litigi) celebri della scena trap italiana.

Trap Game, insomma, si presenta come una vera e propria Bibbia del trap italiano.

Con soli 6 comandamenti rispetto a quanti siamo abituati. Ma abbastanza differenti da darci l’idea di come (per fortuna) i tempi cambino.

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Chiamatemi pure trentenne, giovane adulto, o millennial, se preferite. L'importante è che mi consideriate parte di una generazione di irriverenti, che dopo gli Oasis ha scoperto i Radiohead, di pigri, che dopo il Grande Lebowsky ha amato Non è un paese per vecchi. Ritenetemi pure parte di quella generazione che ha toccato per la prima volta la musica con gli 883, ma sappiate che ha anche pianto la morte di Battisti, De André, Gaber, Daniele, Dalla. Una generazione di irresponsabili e disillusi, cui è stato insegnato a sognare e che ha dovuto imparare da sé a sopportare il dolore dei sogni spezzati. Una generazione che, tuttavia, non può arrendersi, perché ancora non ha nulla, se non la forza più grande: saper ridere, di se stessa e del mondo assurdo in cui è gettata. Consideratemi un filosofo - nel senso prosaico del termine, dottore di ricerca e professore – che, immerso in questa generazione, cerca da sempre la via pratica del filosofare per prolungare ostinatamente quella risata, e non ha trovato di meglio che il cinema, la musica, l'arte per farlo. Forse perché, in realtà, non esiste niente, davvero niente  di meglio.

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