Ulisse del 1954, diretto da Mario Camerini, tratto dall'Odissea di Omero. Lux Film

Risale alla Vigilia di Natale l’annuncio del nuovo film di Christopher Nolan che, al netto di ritardi ed eventuali incidenti di percorso, arriverà nelle sale il 17 luglio 2026. Un annuncio che ha fatto esultare non solo i fan di Nolan, ma anche tutti i nostalgici del cinema epico, perché il nuovo progetto del regista inglese sarà infatti l’adattamento di una delle più grandi opere dell’antichità: L’Odissea.

E quale modo migliore di riempire questa attesa lunga un anno e mezzo se non cominciando una maratona cine-televisiva a tema?

Il poema omerico, infatti, è stato più volte riproposto sul grande e piccolo schermo, complici anche le molteplici chiavi di lettura che hanno dato vita a svariate rivisitazioni in chiave moderna. Basti pensare a film come Fratello, dove sei?, Il ritorno di Ringo, Ulysses – A dark Odyssey e molti altri.

Nella scrittura di questo articolo, però, la scelta è ricaduta esclusivamente su trasposizioni ambientate nel mondo greco antico che, pur concedendosi un certo grado di “libera interpretazione”, hanno comunque cercato di tenere fede alla natura classica del poema.

E allora preparate vino, olive e tirate fuori il vostro peplo più bello. Ecco quali titoli dovreste assolutamente recuperare per prepararvi a L’Odissea di Christopher Nolan:

1 – L’Odissea di Giuseppe De Liguoro, Francesco Bertolini e Adolfo Padovan (1911)

Prodotto da Milano Films e realizzato in occasione dell’Esposizione Internazionale di Torino per il cinquantenario dell’Unità d’Italia, con questa pellicola ci troviamo davanti a una delle prime trasposizioni del poema omerico.

Per lo spettatore di oggi resta un’opera che andrebbe guardata soprattutto per il suo valore storico ma, in un’epoca in cui il cinema era un’arte ancora agli albori e tutta da scoprire, questa Odissea era l’equivalente di un colossal d’avanguardia. Abituati come siamo al costante uso di effetti speciali, a guardarlo oggi suscita una sensazione simile alla tenerezza per quei tentativi ancora maldestri, di ricreare giganti, sirene e altre creature mitiche, ma possiamo solo immaginare l’espressione strabiliata che poteva avere un ragazzino del 1911 trovandosi davanti a una maestosa Pallade Atena che appare completamente dal nulla per trasformare Ulisse in un vecchio mendicante.

2 – Ulisse di Mario Camerini (1954)

Tra i film più costosi prodotti in Italia negli anni Cinquanta, l’adattamento di Camerini è a tutti gli effetti uno dei maggiori esponenti del cinema peplum nostrano, sebbene non si possa certo definire a basso budget come altre sue controparti.

Sacrificando quasi del tutto qualsiasi pretesa di verosimiglianza, Camerini ci fa dono di un’opera sfarzosa, a tratti perfino patinata, il cui scopo principale è quello di meravigliare. E riesce sicuramente a farlo, regalandoci un Ulisse (interpretato da Kirk Douglas) che è più assimilabile a un eroe da cinema western che a un eroe da poema epico, ma che per lo spettatore dell’epoca era quanto di più irraggiungibile potesse esserci.

3 – Odissea, miniserie Rai (1968)

Costituito da 8 episodi di 50 minuti circa, Odissea è stato uno degli sceneggiati Rai di maggior successo.

Un’opera di profondo respiro, dilatata, che si concede una lentezza che oggi, nel mondo della serialità, è praticamente un miraggio, ma che ci regala un’invidiabile attenzione al dettaglio. La sua è una lentezza solenne, come quella di un corteo regale, che non teme né il silenzio né la retorica complessa, e in cui nulla viene lasciato al caso. Del resto, Odissea incarna fedelmente un modello televisivo, quello degli anni Sessanta, la cui funzione era ancora fortemente didattica oltre che ricreativa. Non c’è da stupirsi, quindi, se è proprio da un modello come questo che è nata una delle trasposizioni del poema omerico più fedeli di sempre.

Pensato per essere distribuito su scala internazionale, fu il primo prodotto Rai realizzato interamente a colori anche se, nell’anno della sua prima messa in onda italiana, le tv dei nostri nonni trasmettevano ancora in bianco e nero. Secondo le parole di Vittorio Bonicelli (sceneggiatore e produttore esecutivo), portare l’Odissea sullo schermo era “un’impresa che si presentava come troppo grossa e troppo costosa per essere affrontata da un organismo televisivo.”

In un’ottica del genere, il risultato finale risulta ancora più sorprendente. Pur limitando i costi di produzione e pur essendo meno “spettacolare” rispetto ad altre trasposizioni, Odissea resta ancora oggi una serie di una bellezza tanto raffinata quanto austera, una vera e propria cartina tornasole per tutte le opere che seguiranno.

E poi è una delle uniche trasposizioni che hanno saputo rendere giustizia al povero Argo, quindi vince a mani basse.

4 – Nostos – Il Ritorno di Franco Piavoli (1989)

Dimenticatevi creature mitologiche, scontri sanguinolenti e passioni ardenti: in questa rivisitazione dell’Odissea non c’è nulla di epico.

Appartenente al movimento del cinema video-sinfonico (riscoperto anche in tempi più recenti da Michelangelo Frammartino), la trasposizione di Piavoli esplora una dimensione intima e impalpabile, costituita da immagini e suoni, ma che lascia poco spazio alla trama.

C’è stata una guerra e un uomo sta cercando di attraversare il mare per tornare a casa. È tutto quanto ci è dato di sapere. Il resto è fatto di sensazioni: il respiro affannato di un uomo che nuota verso terra, il frammento di pelle di una donna sconosciuta, il suono dell’acqua che gocciola in una caverna, un taglio di luce sui melograni maturi… e soprattutto il suono di una lingua che tutto potrebbe dire, ma che non ci è dato di conoscere perché non è reale, ma è “ispirata a suoni di antiche lingue mediterranee”.

Ogni tanto riconosciamo qualche termine che ci fa drizzare le orecchie (es. “mater” o “nostos”), ma poi torniamo a essere spaesati come doveva esserlo Ulisse in quelle terre ignote.

5 – L’Odissea, miniserie di Andrej Končalovskij (1997)

Come la più autentica figlia degli anni Novanta, questa trasposizione di Končalovskij non può fare a meno di strizzare l’occhio al cinema d’avventura, regalandoci un’Odissea che è più vicina al racconto fantasy che a quello epico.

Una miniserie decisamente meno solenne e meno impegnata rispetto alla sua controparte Rai, che viene però omaggiata dalla presenza di Irene Papas, che ricordiamo per aver interpretato Penelope negli anni Sessanta e qui presente nel ruolo di Anticlea, la madre di Ulisse. Per tutta la durata della serie, Končalovskij si concede diverse licenze che potrebbero far storcere il naso ai puristi del poema, ad esempio l’Ade che ricorda l’inferno cristiano, Ulisse che cerca di scappare da Calipso, le sirene che sono del tutto assenti (proprio come Argo!), ma al netto di ciò resta un’opera capace di soddisfare pienamente lo scopo che si era prefissato: quello di intrattenere.

6 – Il Ritorno di Ulisse, miniserie di Stéphane Giusti (2013)

L’epilogo dell’Odissea è ben noto: Ulisse torna in patria dopo vent’anni e fa strage dei Proci che volevano spodestarlo. I parenti dei Proci, allora, cercano subito vendetta, ma l’intervento divino sancisce la fine ogni ostilità e tutti possono vivere in pace.

Nella miniserie diretta da Stéphane Giusti, però, c’è ben poco spazio per le divinità. Cosa sarebbe successo, quindi, se il ciclo della vendetta non fosse stato spezzato? E se Ulisse, traumatizzato dalla guerra, avesse cominciato ad avere manie di persecuzione? E cosa succede quando torni a casa dopo vent’anni e tutti, attorno a te, sembrano essere cambiati?

Sono le domande a cui cerca di rispondere questo adattamento italo-francese che, pur essendo ben poco ortodosso (per non dire inventato di sana pianta), ha il pregio di mostrarci un Ulisse del tutto inedito, ma plausibile, che veste i panni di un eroe ormai decaduto. Fra intrighi di palazzo, giochi di potere e forse un po’ troppo romance, Il Ritorno di Ulisse resta una fiction godibile, ideale per una serata all’insegna del dramma epico, ma senza prendersi troppo sul serio.

7 – Itaca – Il Ritorno di Uberto Pasolini (2024)

È di una bellezza decadente la Itaca che ci racconta Uberto Pasolini. Una bellezza che sa di fame e di sconfitta.

Come nella miniserie di Giusti, anche qui il focus narrativo è incentrato esclusivamente sul rientro di Ulisse in patria, con tutto ciò che ne consegue, omettendo quasi del tutto ogni riferimento alla gloria passata, che suona ormai come un’eco lontana. Anche qui ci troviamo di fronte a un uomo stremato dal viaggio e dalla guerra, la cui sfida più grande è ora quella di ri-conoscere i suoi affetti.

A differenza del suo predecessore, però, Pasolini ci offre una prospettiva molto più intima, costellata di sguardi e non-detti, in cui l’azione bellica serve più da pretesto per raccontare l’animo umano invece che la riconquista di un trono. Forte di un soggetto già estremamente solido e di un cast di tutto rispetto (che comprende un Odisseo interpretato da Ralph Fiennes, con la sua Penelope che ha il volto di Juliette Binoche), Itaca – Il Ritorno aveva tutti i presupposti per poter diventare un’amara riflessione sull’insensatezza della guerra, peccato che questa riflessione si perda in una sceneggiatura forse un po’ troppo monotona e che stenta a decollare. Punto a favore: finalmente rivediamo Argo dopo quasi sessant’anni!

What next?

E ora, dopo aver osservato da vicino tutte queste versioni del Poema per eccellenza, non possiamo far altro che domandarci una cosa: ma quindi Nolan che farà? Riuscirà a mantenersi all’altezza delle aspettative?

E soprattutto: ha senso avere aspettative? Perché riuscire a stupire gli spettatori, quando un caposaldo della letteratura antica è stato già esplorato così a fondo, è un’impresa veramente ardua.

Quel che è certo, però, è che indipendentemente dal risultato, il progetto di Nolan è già una bellissima notizia perché segna il ritorno di un genere cinematografico che mancava dai primi anni del 2000 e che ci ha regalato progetti come 300, Troy, Il Gladiatore e Alexander. Perché quel che manca sui nostri schermi, prima ancora di un bel film, è un film epico.

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Cassandra Enriquez
Classe 1993, diplomata in Sceneggiatura presso la Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti di Milano. Il mio imprinting col cinema è avvenuto all’età di dieci anni, facendo zapping alla TV e capitando casualmente sulla versione estesa de La Compagnia dell’Anello. Tutto ciò che è capitato dopo è in qualche modo legato a quella sera di zapping: il desiderio di lavorare col cinema, la voglia di imparare le lingue (dopo tutto Tolkien era un linguista), la smania di viaggiare, la passione per le belle storie… Sono affascinata da tutto ciò che riguarda l’arte dello storytelling e il mio sogno più grande è quello di vivere la mia vita dividendomi tra una bozza di Final Draft e una manciata di biglietti aerei di sola andata.