Tre album per il 2021 - La selezione di Alessio Tommasoli per FRAMED
Tre album per il 2021 - La selezione di Alessio Tommasoli per FRAMED

L’anno che sta arrivando, tra un anno passerà. E noi ci stiamo già preparando, guardandoci indietro, o, meglio, “ascoltandoci dietro” per decidere cosa portarci da questo 2021 che se ne sta finalmente andando.

E anche se il cuore va istintivamente verso i Foo Fighters e Nick Cave, le vibrazioni vanno da un’altra parte: i loro nuovi dischi, attesi e fedeli a loro stessi, ci fanno dire, “belli, ma ho bisogno di altro”. Perché le vibrazioni, quelle vere che scuotono e costringono a non skippare canzone su radio, Spotify o YouTube, dicono che abbiamo bisogno di qualcosa di nuovo. Soprattutto da portarci dietro nel 2022.

E per farlo, noi di FRAMED siamo convinti che la cosa migliore sia mettere un piede nel futuro mantenendo l’altro nel passato. In qualche modo, almeno, visto che stavolta, invece, di piedi nel futuro ne mettiamo due, ben piantati su due novità di cui siamo convinti sentiremo ancora parlare, Allison Russell e i Black Country, New Road.

Certo, lo sappiamo di non avere tre piedi, e allora immaginiamoci che nel passato non ci restiamo, ma ce lo portiamo dietro sotto forma di un disco, giusto perché il passato rappresenta una certezza. E questo, forse, non lo sa nessuno meglio dei Greta Van Fleet.

E allora eccola la nostra terna vincente per questo 2021. Teniamocela stretta che qualcosa, forse, sta cambiando. Questi sono i tre album da tenere d’occhio.

1 – Black Country, New RoadFor the First Time

C’è un nuovo panorama musicale tra Londra e Dublino che sta conquistando il gusto musicale europeo, quello rock, almeno. E non stiamo parlando dei Måneskin che, al paragone, fanno una musica già vecchia di qualche anno (si sentano i primi Artic Monkeys, ad esempio), ma di qualcosa di più complesso, tra il post-rock e il post-punk: tanti “post” che portano a un “avant”, l’avant-rock.

Etichette che lasciano il tempo che trovano, soprattutto se questo tipo di musica riesce ad entrare in classifica. Segno che qualcosa sta cambiando, e non nella musica, ma nell’ascoltatore. Una controtendenza, se si pensa alla nuova fruizione imposta dai social media, dove il limite massimo dell’attenzione si staglia sulla soglia dei venti secondi (ad essere generosi). Questo genere, al contrario, richiede un ascolto attento. È nella complessità della sua struttura, infatti, che sbocciano le emozioni: ce lo dimostrano le band che lo stanno sviluppando, dai Fountain D.C. agli Idles, passando per Protonartyr e Squid. Ma più di tutti, ce lo dimostrano i Black Country, New Road: loro, sembrano avere qualcosa in più.

E non solo in fatto di strumenti (voce, due chitarre, basso, batteria, sassofono, violino e tastiere). Ma perché sanno sperimentare senza paura, con una spontaneità che ricorda la Dave Matthews Band. Un riferimento che non ha nulla a che fare con il loro genere, ma che calza perfettamente se si pensa che i Black Country sono una live band che con questo album d’esordio ha dato forma alla sua espressività, un po’ come a suo tempo fece la Dave Matthews, appunto.

E come nei loro dischi, in For the First Time, ci si può trovare di tutto: dalle chitarre acide alle dilatazioni violinistiche, da ritmi sincopati progressive a fiati jazz, da synth di pura elettronica a slanci di brit-folk. Tutto sboccia, lentamente, nei vari ascolti, come le fioriture di un giardino composito e misterioso, forse anche a colui che l’ha creato piantando semi sconosciuti. In mezzo c’è quella voce roca, a tratti potente, a tratti debolissima, quasi sul punto di spezzarsi in un pianto. Una voce che sembra aver vissuto decine di vite, anche se non è arrivata a compiere nemmeno 30 anni.

Ma se tanta complessità oggi non spaventa, è perché For the First Time è un disco sincero che si offre a chi, oggi, desidera sincerità. E siamo tutti a desiderarla, in questo momento così difficile. Perché tutti, in fondo, proviamo dentro quella tensione e quella inquietudine che crescono nelle gabbie lockdown. Ci mancano i concerti, c’è poco da aggiungere: e questo disco è sincero e diretto come solo un live riesce ad essere.

2 – Allison RussellOutside Child

Proprio a proposito di sincerità, questo album ne è senza dubbio l’emblema. Allison Russell, infatti, è una ragazza canadese di lontane origini africane. Scappata giovanissima da abusi familiari e finita in strada, a Montréal, ha dormito nei cimiteri e trovato rifugio nei caffè, senza poter sfuggire all’indifferenza e al razzismo. La sincerità sta nel suo disco, dentro il quale ha messo tutto questo. Come se raccontarlo, suonarlo, cantarlo equivalga a una liberazione, una catarsi. E, a sentire Outside Child, è davvero così, anche per chi lo ascolta.

Perché si sente tutto, oltre le parole, nella musica e nelle tonalità vocali, anche quando sembrano mentire dolcezza e forza: c’è un accento che le sfugge, quasi impercettibile, e che, una volta colto, echeggia trasfigurando in dolore e rabbia. D’altronde, è una febbre compositiva a produrre questo album, registrato in soli tre giorni, uno sfogo che lascia altrove la ragione e che, quindi, non pretende di parlare alla ragione di chi ascolta, ma direttamente ai suoi nervi.

Il linguaggio esteriore è quello dell’R&B con sfumature di shuffle country dentro il quale si aprono degli spazi concreti di commovente raffinatezza, attraverso ballate in francese che sembrano provenire da un altro tempo. Un tempo che riaffiora come riaffiorano i ricordi rimossi, a metà tra la nostalgia e l’inquietudine. E ciò avviene nonostante quest’ultima scalzi inevitabilmente la prima, rimuovendo la menzogna che le difese della sua mente hanno eretto per permetterle di sopravvivere. E riuscire, pian piano, a costruirsi una vita normale, incentrata sulla musica.

Allison, infatti, non è più una bambina. Ha 39 anni, un marito con cui condivide un gruppo di roots music, i Birds of Chicago. Eppure è con questo album che nasce davvero, e non solo artisticamente. Perché quello che ascoltiamo quando abbiamo nelle orecchie Outside Child è un raro gesto esplicito di autocoscienza che si fonda sulla roots music e sul suo concetto di “radici”. Significa partire dal proprio ancestrale passato familiare, da quegli antenati deportati dall’Africa originaria, per giungere ad oggi, affrontando un unico, lunghissimo dolore, con la stessa forza con cui loro lo hanno affrontato e, in qualche modo, sconfitto, permettendole di essere qui, ora, a cantarlo.

3 – Greta Van FleetThe Battle At Garden’s State

Annunciate da poco le due date italiane di Milano e Firenze (headliner al primo e spalla dei Metallica al secondo), i Greta Van Fleet presentano in tutta Europa il loro nuovo album, The Battle At Garden’s State. Un disco decisivo nell’intenzione che lo muove, al di là della riuscita. Perché la giovane band americana era chiamata a scrollarsi di dosso tutti (o gran parte) quei rimandi troppo espliciti ai Led Zeppelin, qualcosa che dal primo album non si presentava semplicemente come un’accusa, ma come un dato di fatto.

L’aspettativa non era cambiare quel sound anni ’70 o quella voce “plantiana”, ma perlomeno togliere all’ascoltatore l’idea che la canzone che stava ascoltando fosse in tutto e per tutto una cover dei Led Zeppelin. In definitiva, si sperava che i Greta Van Fleet compissero quella che può essere definita come un’evoluzione artistica. Che non significa migliorare i Led Zeppelin (quella sarebbe una rivoluzione), ma andare oltre, pur mantenendoli inevitabilmente in loro stessi.

E in questo raggiungono l’obiettivo.

Anche se già il titolo fa pensare il contrario, visto che il primo pensiero va diretto alla Battle of Evermore di Led Zeppelin IV. Ma mi piace considerarlo un riferimento al sound di quell’album, seppure davvero non ci fosse bisogno di sottolinearlo. Rispetto al loro primo disco, infatti, qui c’è un’epicità che i Greta sembrano raccogliere proprio da questo album dei Led Zeppelin, quello che contiene Stairway to Heaven, per intenderci.

Non a caso citiamo questa canzone, visto che Broken Bells, uno dei pezzi più belli di The Battle At Garden’s State, gli strizza più di un occhio. Ma d’altronde, gli stessi Led Zeppelin furono accusati più di una volta nel corso della loro carriera di plagio (dagli Spirits proprio per Stairway to Heaven) o quantomeno di riferimenti troppo espliciti ad altri artisti. Con la differenza che quei riferimenti loro li hanno elaborati, migliorandoli e compiendo un grande passo in avanti.

E allora – al di là dell’unica giustificazione che riusciamo a trovare per band come i Greta Van Fleet (ci vogliamo mettere anche i nostri Måneskin), ovvero convincersi che “meglio che le nuove generazioni ascoltino loro, piuttosto che la trap” – non ci resta che accontentarci e aspettare ancora un’altra rivoluzione. Ammesso che ci piaccia.

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Chiamatemi pure trentenne, giovane adulto, o millennial, se preferite. L'importante è che mi consideriate parte di una generazione di irriverenti, che dopo gli Oasis ha scoperto i Radiohead, di pigri, che dopo il Grande Lebowsky ha amato Non è un paese per vecchi. Ritenetemi pure parte di quella generazione che ha toccato per la prima volta la musica con gli 883, ma sappiate che ha anche pianto la morte di Battisti, De André, Gaber, Daniele, Dalla. Una generazione di irresponsabili e disillusi, cui è stato insegnato a sognare e che ha dovuto imparare da sé a sopportare il dolore dei sogni spezzati. Una generazione che, tuttavia, non può arrendersi, perché ancora non ha nulla, se non la forza più grande: saper ridere, di se stessa e del mondo assurdo in cui è gettata. Consideratemi un filosofo - nel senso prosaico del termine, dottore di ricerca e professore – che, immerso in questa generazione, cerca da sempre la via pratica del filosofare per prolungare ostinatamente quella risata, e non ha trovato di meglio che il cinema, la musica, l'arte per farlo. Forse perché, in realtà, non esiste niente, davvero niente  di meglio.

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