Tre ciotole Recensione
Tre ciotole (c) Vision Distribution

Con Tre ciotole di Isabelle CoixetAlba Rohrwacher ed Elio Germano si affacciano ancora una volta oltre i confini italiani, superando 1.6 milioni di euro al box office, e si confermano al tempo stesso protagonisti di uno dei maggiori successi della stagione per il nostro cinema.

Il film – prodotto da Cattleya, Ruvido Produzioni, Bartleby film, distribuito da Vision Distribution – si ispira al romanzo di Michela Murgia, ma non lo segue pedissequamente. Anzi, da un capovolgimento azzardato nasce un film straordinario, non un melodramma che enuncia la malattia in maniera crudele, ma la suggerisce, preparandoci alla tragicità in maniera lenta.

Di cosa parla Tre ciotole

Marta è una professoressa di educazione motoria, inquieta, riflessiva e spesso chiusa nella sua comfort zone, come le rimprovera il suo compagno Antonio, chef intraprendente.  Dopo un litigio e qualche accusa vicendevole, ciò che sembrava una normale discussione di coppia si trasforma in una rottura netta. Elio lascia Marta. 

Lei inizia così a cadere in una profonda disperazione, tanto da stare male fisicamente e rimettere ogni volta che mangia. Durante una disperata chiacchierata con sua sorella narcisista, è proprio quest’ultima a consigliarle una dottoressa, giusto per un controllo. Peccato però che, da questo check up, non si ritorni più indietro. Marta riceve una diagnosi terribile: cancro al quarto stadio. E significa solo una cosa, metastasi che hanno intaccato l’organismo. 

Lei chiuse gli occhi. Non voleva che le leggesse in faccia il bisogno di dar la colpa a se stessa o a qualcosa, a qualcuno, a un comportamento estremo, un cibo spazzatura, una brutta abitudine durata troppo a lungo, un trauma irrisolto, l’inquinamento da traffico della città, un’industria vicina, la maledizione di un nemico, tutto e tutti tranne l’ipotesi insopportabile dell’incidente statistico. 

Un messaggio di forza, nonostante tutto

Cosa si fa dopo una brutta notizia? Ci si chiude al mondo? Ci si dispera? Si urla? Si vuole morire? No, nessuna di queste ipotesi è contemplata da Marta. Lei accetta, e va in bici. Iniziano quindi una serie di primi piani su di lei, che in sella, gira per una Roma nostalgica, irrequieta e apparentemente silenziosa, come il suo stato d’animo, sulle note di Sant’allegria di Ornella Vanoni e Mahmood. Questo brano sembra scritto per lei: Scende e scende la sera, ma è così breve stasera, nera, nera riviera, c’è chi spera e chi va. In mezzo a un desiderio cade, cade una stella, stella, stella che cade fra le cose e le strade. Questo è quello che accade per chi viene e chi va. 

In fondo, la vita è così breve, non resta che sperare e andare nonostante tutto, in mezzo a qualche desiderio e speranza.

Come se i ruoli si fossero invertiti, Antonio vuole incontrare Marta dopo aver appreso la notizia. Durante la passeggiata lungo l’isola Tiberina, Antonio si abbandona in un abbraccio struggente con la donna che, nonostante tutto, continua ad amare e a pensare. È proprio vero: spesso ci si accorge di quanto si ama qualcuno solo quando lo si sta per perdere.

Di speranza ce n’è poca per Marta, e le viene detto poco dopo l’inizio delle cure, che tuttavia non hanno che un effetto di mantenimento, di rallentamento del tragico epilogo del suo cancro.

Siamo esseri complessi, signora… non credo si possa definire la questione in termini di sbagli suoi. Gli organismi sofisticati sono più soggetti a fare errori. È il sistema che ogni tanto si ingarbuglia, la volontà non c’entra. 

In Tre ciotole Marta rappresenta la capacità precisa dell’organismo umano di reagire. La sua mente, il suo cuore e il suo stomaco iniziano a vivere meglio di prima. Inizia a studiare il coreano, si innamora di nuovo, ma soprattutto inizia a mangiare in maniera equilibrata. 

Il cancro non è una cosa che ho; è una cosa che sono. Me l’ha spiegato bene il medico che mi segue, un genio. Gli organismi monocellulari non hanno neoplasie; ma non scrivono romanzi, non imparano le lingue, non studiano il coreano. Il cancro è un complice della mia complessità, non un nemico da distruggere. Non posso e non voglio fare guerra al mio corpo, a me stessa. Il tumore è uno dei prezzi che puoi pagare per essere speciale. Non lo chiamerei mai il maledetto, o l’alieno.

Marta dunque inizia a mangiare in maniera equilibrata…come? Con tre ciotole. Marta riparte dal cibo. Tutto questo, in maniera naturale, la guarisce dalla chiusura della sua relazione.

A cosa servono tre ciotole

Le tre ciotole rimettevano a posto tutte le gerarchie tra stomaco e cervello. Potevo prendere il cibo da una sola o da tutte, senza un ordine preciso. Potevo svuotarle in un colpo solo o consumarle a tappe all’ora che preferivo, bastava che a fine giornata tutte e tre fossero vuote, perché quello che contenevano era il minimo indispensabile.

Tre ciotole spinge a chiedersi: ma l’amore è davvero quella forza che muove tutto? Sì, lo è. Ma non sempre è soltanto quello che proviamo verso gli altri: è anche, e forse soprattutto, quello che riusciamo a donare a noi stessi. A volte, però, è proprio nel metterci in relazione con l’altro che impariamo a capirlo.

Dopo la fine di una relazione e l’inizio della malattia, Marta si riscopre, toccando con mano che l’amore per sé non sempre salva, ma almeno permette di vivere pienamente. Lei si chiede: “Dov’è finito tutto quell’amore? Dove sono finiti tutti quei momenti?”
Forse dovevano finire, per lasciare spazio ad altro, a nuovi sentimenti che lei sceglie di regalarsi.

Tre ciotole non parla solo di malattia, ma della complessità e dello scompiglio che la fine di una relazione possono portare nelle nostre vite. Può sembrare banale, ma il tessuto narrativo è molto più complesso: amore, cibo e malattia si intrecciano perfettamente, l’uno è causa e conseguenza dell’altro.

In certi momenti, il cibo svuota il corpo, lo priva di energia, come la fine di un amore. Ma quando il cibo torna a essere un atto d’amore, di ricchezza e di cura, tutto si trasforma. E anche se solo per un attimo, è bello gustare un gelato che non è soltanto un gelato.
Nella scena in cui Marta vede un gelato caduto a terra e decide di prendersene uno, è come se stesse mangiando la vita stessa, finalmente tra le sue mani. Con una voracità quasi folle, lo lecca, lo morde, lo fa cadere e lo rimette sul cono. Ritorna, per un momento, a uno stato infantile, come una bambina che ha un unico pensiero: gustare qualcosa che la renda felice.

Come la Martha protagonista de La stanza accanto di Almodóvar, anche questa Marta ha una pelle diafana e i capelli biondissimi. Sarà sicuramente una coincidenza, ma è bello pensare a due donne così forti internamente, unite dallo stesso destino, che hanno vissuto la malattia, fino alla fine, con resilienza.

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RASSEGNA PANORAMICA
Voto
8
tre-ciotole-isabelle-coixet-recensione Con Tre ciotole di Isabelle Coixet, Alba Rohrwacher ed Elio Germano si affacciano ancora una volta oltre i confini italiani, superando 1.6 milioni di euro al box office, e si confermano al tempo stesso protagonisti di uno dei maggiori successi della stagione per il nostro cinema. Il film...