Toni Servillo ne Le conseguenze dell'amore
Toni Servillo ne Le conseguenze dell'amore. Medusa Distribuzione

Il sodalizio artistico tra Toni Servillo e Paolo Sorrentino non è una semplice collaborazione tra attore e regista, ma un vero e proprio prestigio cinematografico, iniziato nel 2001 e che ha dato vita ad alcuni dei personaggi più emblematici, complessi e rappresentativi del cinema italiano contemporaneo. I ruoli, realizzati con precisione e dedizione sentimentale, dalla mente e dalla penna di Paolo Sorrentino, e animati dalla maestria interpretativa ed istrionica di Toni Servillo, costituiscono un bacino umano che esplora la decadenza, il potere, il fallimento rielaborato in virtù, la solitudine e la ricerca di un’inafferrabile e indimenticabile grande bellezza.

Da L’uomo in più a Jep, un antieroe contemporaneo

Fin dal capolavoro esordio di Sorrentino, L’uomo in più (2001), Servillo si è imposto come l’alter ego perfetto del dualismo introspettivo, tipico dei personaggi di Paolo Sorrentino, interpretando una figura omonima, antitetica all’altro protagonista (Andrea Renzi) di nome Antonio Pisapia; da una parte il calciatore sul viale della fine, e dall’altra il cantante cinico e amante della libertà. Questa duplicità iniziale anticipa il tema dell’inguaribile peso dell’inadeguatezza esistenziale, che Servillo saprà incarnare in modo magistrale nel corso degli anni.

L'uomo in più - Paolo Sorrentino

Tre anni dopo, con Le conseguenze dell’amore (2004), Servillo dà forma a Titta Di Girolamo, un personaggio che si pone come massimo esponente dell’intera poetica sorrentiniana, caratterizzata dall’imperituro e innato senso di manchevolezza dell’essere umano, in continuo tormento, in affanno e alla ricerca della fantomatica chimera dell’equilibrio interiore. Titta vive in un albergo svizzero, vestito con impeccabile eleganza, e conduce un’esistenza scandita da rituali atipici e silenzi assordanti, nascondendo un passato melmoso e un ruolo oscuro nel riciclaggio di denaro. Servillo riesce a rendere visibile, e soprattutto tattile, il peso di questo segreto, trasformando l’immobilismo del corpo e l’espressione apatica in un linguaggio potentissimo, capace di comunicare una disperazione silente ed efficace nel delineare i margini di uno stato d’animo difficilissimo da restituire attraverso il grande schermo, la paura invalidante della non reciprocità: non la paura di amare, ma quella di non essere amati.

L’apice della rappresentazione del potere arriva con Il divo (2008), dove Servillo, questa volta, si trasforma in Giulio Andreotti, una delle figure più controverse e sfuggenti della storia politica italiana. L’attore non si limita all’imitazione, ma crea una maschera irrealista, fatta di tic, occhiate sfuggenti e la gobba che sembra il peso degli anni e dei segreti d’Italia; praticamente un personaggio tipico emerso da un quadro futurista, in cui il “suo” Andreotti è un androide postumano, glaciale e insonne, circondato da una corte di spettri, che incarna la permanenza inossidabile dei giochi di palazzo, in un balletto grottesco e malinconico.

Nel 2013, il sodalizio trionfa al livello mondiale con La grande bellezza, e con esso nasce Jep Gambardella, il memorabile scrittore dallo scatto breve, perennemente “scocciato”, malinconico e disilluso, grande autore di un unico romanzo di successo, e che osserva spasmodicamente il concetto dell’”indimenticabile” della grande bellezza, ma sempre con l’occhio desolato e di chi ha visto troppo del “niente” e del “bla.. bla.. bla..”. Jep è spettatore insostituibile della decadenza romana, un uomo tra gli uomini viventi nel nulla, che si aggira tra feste vacue, palazzi nobiliari, e “trenini che non vanno da nessuna parte”. L’interpretazione indimenticabile di Toni Servillo, sorniona ed elegante, ha figurato ineccepibilmente la profonda crisi esistenziale del protagonista, la sua perenne ricerca di un senso, che rende Jep un desueto antieroe contemporaneo.

La grande bellezza

Un Toni Servillo sempre più trasformista

L’esplorazione artistica prosegue con Loro (2018), in cui Servillo si cala in un altro personaggio della politica italiana, Silvio Berlusconi. Qui, l’interpretazione è divisa in due capitoli e mostra un Servillo trasformista per vocazione, capace di catturare l’energia debordante e le vulnerabilità nascoste di uno dei Presidenti del Consiglio più controversi di sempre. Un affresco di un uomo ossessionato dalla giovinezza, dal sesso e dal controllo, un’analisi del berlusconismo fatto di eccessi, spettacolarizzazione e solitudine finale.

Infine, con È stata la mano di Dio (2021), l’attore torna a vestire i panni di un uomo comune, ma importantissimo per Paolo Sorrentino, Saverio Schisa, il padre di Fabietto (l’alter ego del regista). Questo ruolo è un ritorno alle origini, alla dimensione privata e affettiva; questa volta nessun trucco, nessun orpello, solo cinema che rivaleggia con la realtà, tingendosi con i colori bluastri del golfo di Napoli, e del vuoto, dello smarrimento e del senso straziante dell’abbandono.

Saverio è un uomo gioioso, scherzoso, la cui presenza calda e protettiva della città partenopea, luminosa e caotica, rappresenta la felicità semplice e l’affetto familiare che la tragedia spazzerà via. È un Servillo più intimo, che con la sua naturalezza, e il suo ineluttabile rispetto del ruolo, offre un ritratto commovente e indimenticabile della figura paterna, (nello specifico quella di Paolo Sorrentino). Nessun altro attore avrebbe potuto interpretare il padre del regista Premio Oscar.

Sorrentino e vincitori dei David 2022
È stata la mano di Dio, Paolo Sorrentino – Netflix

In conclusione

I personaggi sorrentiniani di Toni Servillo sono capitoli necessari per lo stesso Sorrentino, nutriti, cuciti addosso, e idealizzati attraverso il grandissimo potere dell’amicizia che lega l’interprete e il regista.

Un rapporto umano, onesto, spontaneo, fondato sulla stima reciproca, la coerenza, il rispetto e che ha permesso di mettere in scena tra i personaggi più apprezzati dal grande pubblico, e indimenticabili. Rappresentazioni che fanno affidamento alla recitazione dirompente di Servillo, che è in grado di passare dal grottesco al tragico, dalla fredda compostezza all’esplosione emotiva, riuscendo sempre a mettere in primo piano la complessità dell’essere umano e la sua natura inadeguata e contraddittoria.

Ora non ci resta che attendere il nuovo film di Paolo Sorrentino, intitolato La grazia, in uscita il 15 gennaio nelle sale, in cui Toni Servillo, vincitore della Coppa Volpi a Venezia82, interpreta Mariano De Santis, un Presidente della Repubblica al termine del mandato. Vedovo e ancora profondamente innamorato della moglie, l’uomo affronterà insidiosi dilemmi morali tra due richieste di grazia e una legge sull’eutanasia, incarnando la solitudine del potere, e la potenza disarmante del dubbio.

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Annamaria Martinisi
Sono il risultato di un incastro perfetto tra la razionalità della Legge e la creatività del cinema e la letteratura. La mia seconda vita è iniziata dopo aver visto, per la prima volta, “Vertigo” di Hitchcock e dopo aver letto “Le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain. Mi nutro di conoscenza, tramite una costante curiosità verso qualunque cosa ed il miglior modo per condividerla con gli altri è la scrittura, l’unico strumento grazie al quale mi sento sempre nel posto giusto al momento giusto.