"Un eroe", Asghar Farhadi ©Amirhossein Shojaei

Rahim (Amir Jadidi) è in prigione per non essere riuscito a ripagare un debito. Durante due giorni di permesso cerca di convincere il suo creditore (ed ex cognato) a ritirare la denuncia, ma niente andrà secondo i piani.

Questo è in breve ciò che accade nel nuovo film di Asghar Farhadi, già Grand Prix di Cannes 2021 – a pari merito con Scompartimento N.6e adesso in corsa per i maggiori premi statunitensi. Una storia semplice ma tutt’altro che lineare, complicata dall’imprevedibilità delle relazioni e delle reazioni quotidiane. Una commedia umana amara che riflette sul confine labile tra verità e menzogna attraverso un protagonista meravigliosamente ambiguo, tanto nelle espressioni quanto nel comportamento. Fino all’ultimo si ha il dubbio che sia la persona più buona e ingenua al mondo o la più cinica e calcolatrice.

Il motore della storia ruota attorno a una borsa di monete trovata per caso dalla fidanzata di Rahim ed essenziale al piano di liberazione dell’uomo. Nelle poche ore che ha a disposizione fuori dalla cella, egli prova infatti a rivenderle, ma il prezzo instabile dell’oro non gli permette di ripagare il debito, come aveva pensato. Decide così di restituire la borsa a chiunque la reclami, sperando in una ricompensa. Il gesto, gonfiato dai media e dalle guardie del carcere, che mirano a ottenere buona pubblicità, presto scivola via da ogni controllo, ingigantendo sempre più l’equivoco in cui ormai è coinvolta anche la famiglia di Rahim, dalla sorella al dolce figlio balbuziente.

Dettaglio, quest’ultimo, da non sottovalutare. Il piccolo, all’inizio freddo e distaccato, forse ferito da quella che viene accennata come una turbolenta separazione dei genitori, lentamente ricomincia a vedere Rahim come l’eroe che ai suoi occhi di bambino dovrebbe ancora essere. La disillusione lascia spazio a una nuova idealizzazione della figura paterna e a un carico di tenerezza che colpisce alla sprovvista.

Sono propri i momenti con il figlio quelli in cui si empatizza di più con Rahim, altrimenti sempre sfuggente ed enigmatico. È propria questa tuttavia l’origine del suo fascino come protagonista.

Un eroe
©Amirhossein Shojaei

Il sorriso di Rahim

Uscendo dalla sala la cosa che rimane più impressa per ore è il sorriso di Amir Jadidi: una maschera indecifrabile, attraente e respingente allo stesso tempo. È sempre lì, fisso e sornione, a ricordarci che forse non stiamo capendo nulla del personaggio o che forse non c’è niente da capire.

Rahim è un uomo di strada, che vive come può e sopravvive ingannando gli altri. La sua gentilezza, a tratti melliflua, contrasta con lo sguardo disperato di chi deve solo salvarsi e andare avanti, non importa come o a quale costo.

Da solo regge così una buona metà del film, di cui non riveliamo oltre. L’altra metà la fa tutta l’inconfondibile e stupenda regia di Farhadi, che speriamo di vedere fino agli Oscar 2022, in cui potrebbe rappresentare per la terza volta l’Iran. Scopritelo al cinema dal 3 gennaio.

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Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies.

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