Un padre - Fatherhood - credits: Netflix

Kevin Hart in Un padre – Credits: Netflix

A volte il piacere di un film sta nel trovare sullo schermo esattamente quel che ci si aspetta, come accade per Un Padre (Fatherhood). La nuova regia di Paul Weitz per Netflix mantiene infatti la promessa di una storia emozionante ma anche piuttosto semplice, totalmente prevedibile.

Protagonista è Kevin Hart nel ruolo di Matt, un giovane vedovo totalmente impreparato al ruolo di padre single. Al di là delle sue insicurezze e della sua generica immaturità, a condizionarlo però è soprattutto la condiscendenza e la sfiducia nei suoi confronti, da parte delle persone più care.

Gravato da questo senso di solitudine e dal peso di un lutto che aleggia ma che non viene mai scavato nel profondo, Matt crea quindi un microcosmo padre-figlia, in cui a nessuno è permesso entrare. Con difficoltà costruisce un equilibrio fragile, basato unicamente sulla piccola Maddy e sui suoi bisogni, annullando i propri. Quindi un equilibrio destinato a spezzarsi.

E puntualmente questo accadrà poco dopo la metà del film, seguendo un modello di sceneggiatura che solitamente funziona per le commedie romantiche – in cui tutto sembra perduto poco prima del lieto fine – non per i drammi familiari.

Un padre – Una storia a strati, tra dramma e commedia

Cos’è quindi Un padre? Dramma? Commedia? L’ennesimo film inclassificabile di Netflix? Se ci si basa sulla quantità di lacrime che vi farà versare non può che definirsi drammatico. Se si fa caso alla parabola positiva della narrazione, è letteralmente una commedia. Forse non romantica, ma sicuramente inondata d’amore incondizionato, quello tra Matt e Maddy. Se poi, infine, ci si sofferma sulla scelta degli attori si va persino nella direzione della commedia in senso stretto.

Kevin Hart e Lil Rel Howery sono infatti due fra i più celebri comici statunitensi del momento. In questo caso il loro umorismo a volte funziona come un fendente, interrompendo i momenti emotivamente troppo intensi, dove il film non vuole arrivare. Altre volte, però, è così estemporaneo da rafforzare, per assurdo, l’esplosione emotiva di alcune scene.

Perciò sì, in effetti è un film inclassificabile, ma non in accezione negativa. È semplicemente una stratificazione di situazioni e stati d’animo in grado di attivare con facilità l’empatia del pubblico. Come suggerisce il titolo, sia italiano sia inglese, è solo la storia di un padre, con i suoi alti e bassi, con momenti di gioia, rabbia, tristezza, paura, entusiasmo…tutto, come la vita stessa.

Un padre è cioè il film da guardare se, anche rischiando un bel pianto davanti allo schermo, avete bisogno di una coccola a lieto fine.

Bonus: un motivo in più per guardarlo

Senza pretese, Un padre mette in scena una famiglia di soli uomini: Matt e i suoi due amici più stretti, Jordan e Oscar. Il loro poker della domenica, con il premio in biscotti, fa sorridere ma è un espediente efficace per spiegare come Matt abbia nel tempo creato le sue regole della paternità.

In questo rappresentazione della paternità, l’accudimento per convenzione femminile viene rifiutato con fermezza. Persino quando si prospetta un interesse romantico per il protagonista (DeWanda Wise), la donna non è mai visto con sostituzione della madre, al massimo come compagna di giochi e di avventure.

Inoltre, non è forse il primo aspetto su cui soffermarsi, parlando a un pubblico italiano, però Un padre ha anche il pregio di rappresentare in maniera estremamente positiva la paternità nelle famiglie afroamericane. È infatti stereotipo comune, tramandato anche dai media, che il black father sia un padre assente, o perché in carcere o perché del tutto disinteressato al rapporto con i figli.

L’impegno e l’amore di Matt (Kevin Hart) nei confronti di Maddy, ma anche quello degli altri personaggi maschili neri, è un chiaro segno di decostruzione dell’immaginario comune. E come tale va molto apprezzato.

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Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies.

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