Locandina Un sacco bello 1980
Locandina Un sacco bello 1980

Non riesco a pensare al Ferragosto senza che nella mia testa risuoni il fischiettare nostalgico di Ennio Morricone, immerso nella Roma svuotata di Un sacco bello, film d’esordio di Carlo Verdone (prodotto da Sergio Leone) e metafora iconica della solitudine umana.

Come al solito le immagini dei film più amati arrivano in soccorso nei momenti in cui si fa tanto rumore per nulla, tra telefonate e liste della spesa per organizzarsi a non rimanere soli il 15 agosto, come se fosse una giornata veramente importante.  Penso a Enzo, Leo e Ruggero, tre personaggi legati da un senso più profondo di ciò che è visibile agli occhi, protagonisti dell’intreccio narrativo di un film lungo un giorno, uscito in un’epoca di crisi profonda, messa poi a tacere come una bomba che abbiamo fatto finta di non sentire.

Un sacco bello è il film di ogni mio Ferragosto, che riguardo sorridendo a denti stretti, ritrovando le espressioni gergali di mio padre, provando ogni volta un senso di malinconia tutt’altro che controversa, ma quasi piacevole, come una vecchia amica con cui si è perennemente costretti a vivere. È un’analisi ironica e poetica degli anni di passaggio che hanno portato al menefreghismo e alla disillusione politica, ragionata attraverso stereotipi umani veri come gabbie di imposizioni sociali che ancora condizionano atteggiamenti e vissuti.

Vorrei raccontarvi perché è un cult e soprattutto perché lo è a prescindere dalle battute indimenticabili, perché Un sacco bello incornicia una realtà storica e ne fa un manifesto, aiutato dallo sfondo delle strade della città e dalla musica che ne descrive gli angoli e i controsensi.

14 agosto a Roma

È l’estate del 1980 a Roma, il 14 agosto per la precisione, e la città è come viene sognata tutto l’anno da chi la abita: vuota, silenziosa, con i posti liberi in centro per parcheggiare. Ma ben presto i musei chiusi, la desolazione e il suono incessante delle cicale fanno rimpiangere la confusione e il rumore, ed emerge una sensazione di sospensione e crisi, per ciò che non è stato raggiunto, per quello che ci aspetta a settembre, ormai alle porte.

Quest’anno, dopo mesi di relegazione e cessazione di qualsiasi attività, l’estate breve che ci ha accolto prevede un 14 agosto simile a quello ripreso da Verdone, pieno di “forse” ma anche colmo di una voglia di fare che cancelli il tempo perso e i risentimenti di un momento storico in cui non esistono colpevoli ma solo approssimazioni.

Tornando al 1980, tre personaggi si muovono per le strade della città: Enzo, con gli occhiali a specchio e il look post 70s, pronto a partire per Cracovia con l’amico Sergio e una valigia piena di penne a sfera e calze di seta; Ruggero, hippie lontano da casa ormai da due anni, che incontra il padre apparentemente per caso; Leo, giovane perito elettronico, in partenza per Ladispoli ma solo su volere di sua madre, che dopo l’incontro con una turista spagnola, cambia idea in merito ai suoi programmi.

Carlo Verdone nel ruolo di Ruggero e con lui Isabella De Bernardi nel ruolo di Fiorenza, da Un sacco bello, 1980.

Sono tre uomini chiusi nella loro routine caratterizzata da un profondo senso di irrisolutezza, e, benché ognuno di loro tenti di metterla a tacere in modo diverso, essa riemerge, come una spia silenziosa che scelgono di non tenere troppo in considerazione. I loro piani per Ferragosto andranno in fumo a causa di imprevisti semi-comici: l’amico di Enzo avrà un malore durante il viaggio, il padre di Ruggero tratterrà lui e la sua “fidanzata” per 11 ore di discorsi e paternali, e Marisol, la turista che ha rubato il cuore a Leo, si rivelerà una confusa e opportunista giovane donna senza obiettivi.

I tre arriveranno alla fine della giornata riprendendo il percorso intrapreso prima che tutto accadesse, facendo finta di niente, anche dello scoppio della bomba poco lontana da loro, che rievoca gli anni di piombo non ancora finiti, e lo stesso boato drammatico del 2 agosto dello stesso anno nella stazione di Bologna, dove più di 80 persone persero la vita.

La generazione a cui appartengono è stanca e delusa, e sotterra il senso di sconforto voltando le spalle anche all’impegno politico, che non vale più nulla e non fa più per loro. Sarà proprio Marisol, in una gita quasi onirica allo Zoo di Roma (oggi Bioparco) a chiedere a Leo se anche a lui capitasse ogni tanto di provare un senso di sconforto, una mancanza di entusiasmo, senza capirne il perché.

Carlo Verdone e i suoi personaggi

I tre giovani uomini al centro del film sono interpretati tutti da Carlo Verdone, ma non solo, anche gli ospiti invitati nel grande appartamento borghese dal padre di Ruggero (Mario Brega): il professore bacchettone vicino di casa, il prete, il cugino del ragazzo. In tutto sei personaggi scritti dallo stesso attore che per l’occasione si è occupato anche del soggetto e della sceneggiatura, oltre che della sua prima regia alla soglia dei 30 anni.

I “tipi” caratterizzati nel film sono la versione matura di quelli creati per il programma televisivo Non Stop, trasmesso tra il 1977 e il 1979, che vide l’esordio di giovani comici come Massimo Troisi, Enzo Decaro, Lello Arena, e molti altri.

Verdone li inserisce in una narrazione cinematografica passando dalla tv al cinema e donando loro un background che ne conferisce il passaggio da sketch comici a figure complete.

La nostalgia di Morricone

A ridipingere con disincantata malinconia i vicoli di Trastevere e gli scorci monumentali sono le note di Ennio Morricone (che collaborerà anche al secondo film di Verdone), che realizza una musica perfetta per le vicende del film, senza derisione ma con un pizzico di ironia, fischiettandone l’inevitabilità, cogliendone anche il buono.

A poco più di un mese dalla scomparsa del compositore, vorrei evidenziare l’importanza di una colonna sonora così complementare alla storia da diventarne automaticamente parte, come una voce onnisciente che sa come andrà a finire, una presenza super partes che ne abbraccia le sorti, alleggerendone il peso.

Appuntamento al palo della morte

Il 24 luglio scorso Un sacco bello ha festeggiato 40 anni e Verdone è tornato, tra centinaia di persone, in via Conti, nella zona di Vigne Nuove, a Roma, al celebre palo della morte dove Enzo aveva dato appuntamento a Sergio nelle vie roventi di cemento e silenzio. Viene posta una targa in onore del film, ma anche in memoria di una Roma che non esiste più, e di un vivere la città e i “palazzoni” cristallizzato a quegli anni. Di fianco all’attore proprio Sergio, ovvero Renato Scarpa, assieme al presidente del Municipio Giovanni Caudo, l’assessore municipale alla Cultura Christian Raimo e, come moderatore, il critico cinematografico Mario Sesti.

Immagine pubblicitaria dell’evento pubblicata sul profilo Facebook ufficiale di Carlo Verdone

Questo perché Un sacco bello non è solo una commedia, ma un esordio d’autore. È la descrizione di una nostalgia congenita ambientata tra la polvere delle macchine che accelerano nelle strade di periferia e la geometria delle abitazioni, giganti e scure come alveari vuoti.

È il film simbolo che ogni anno vedo, per commuovermi ancora una volta e ricordarmi chi eravamo, chi siamo (Verdone finirebbe la frase con “me pari tu zio”), e non sottovalutare quella mancanza di entusiasmo, che ci completa e ci serve, per analizzare il nostro tempo.

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Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.

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