
È di fatto impossibile per Una battaglia dopo l’altra (One Battle After Another) fare flop, a meno che non venga per niente capito dal pubblico. Paul Thomas Anderson torna e lo fa con un testo di Thomas Pynchon, Vineland, ma non si avvicina neanche un po’ a quello che era riuscito a tradurre in immagini con Vizio di forma (Inherent Vice, 2014), perché stavolta è così contemporaneo da far paura.
Una battaglia dopo l’altra è infatti qualcosa di completamente diverso: Anderson prosegue con l’intento di sfilacciare il tessuto narrativo cucendoci sopra incisi e partiture extra, ma lo fa con un thriller che è anche un po’ western, con un film avvincente che, senza mai accostarsi troppo a nomi e fatti riscontrabili nel presente, disegna il quadro più sconcertante, malato e strampalato degli Stati Uniti. Qui, a trionfare, è l’amore di una famiglia disfunzionale e una speranza per il futuro, per quanto tale futuro appaia ancora più strampalato di Leonardo DiCaprio che corre in vestaglia come un contemporaneo Jeffrey Lebowski alla ricerca di un caricabatterie per il suo telefono obsoleto.
Una battaglia dopo l’altra è un grande manifesto rivoluzionario sviluppato attraverso la sapiente visionarietà di Paul Thomas Anderson, che non smette di ridicolizzare l’umanità e le dinamiche di potere e fascino di cui si nutre, ma anche di riprendere le azioni di chi si scontra sul campo di battaglia, a volte poveri di strumenti e progetti, altre carichi di una nuova prospettiva per salvare il salvabile.
Postdatare e attualizzare
Vineland è il quarto romanzo di Pynchon, pubblicato nel 1990 e ambientato nel 1984. I protagonisti dell’opera ricordano il loro passato, la loro gioventù negli anni ’60, l’insediamento di Ronald Reagan, la ribellione che ha comunque portato a una società che non era assolutamente quella che desideravano.
Anderson prende Vineland e, mantenendone il tono e il senso più intrinseco, lo postdata di parecchi anni, avvicinandosi agli Stati Uniti che conosciamo, iniziando dalle azioni sovversive del gruppo rivoluzionario French 75, concentrate soprattutto sulla liberazione di prigioni al confine con il Messico, dove i migranti vengono rinchiusi e ammassati disumanamente. Fanno parte dei French 75 anche Bob Ferguson (Leonardo DiCaprio) e la sua compagna afroamericana, Perfidia Beverly Hills (Teyana Taylor). Durante una delle loro azioni Perfidia minaccia il colonnello Steven J. Lockjaw (Sean Penn), esercitando su di lui un potere violento che scatena una dinamica sessuale di dominazione e reciproca attrazione.

Da qui in poi sarà una battaglia dopo l’altra, dice Bob inconsapevole di quello che sta accadendo alle sue spalle, e la battaglia non si limita a quella per cui costruisce ordigni esplosivi, ma a quella interiore che ognuno riverserà poi nella guerra.
Quando Bob e Perfidia diventeranno genitori di Charlene, la donna vivrà una dura depressione post parto, che la porterà ad allontanarsi dalla sua famiglia, aiutata proprio dal colonnello Lockjaw a sparire. La voce narrante di Perfidia rimane ancora un po’, a riempire la storia mentre passa il tempo. “In 16 anni non cambia praticamente nulla“, Bob e Charlene si nascondono e cambiano nome, il resto del gruppo si disperde continuando a reagire come meglio può. Senza riportare le vicende a un oggi che potremmo definire chiaramente, quello di Charlene (che ora si chiama Willa per non essere trovata, interpretata da Chase Infiniti) assomiglia in maniera preoccupante allo stantio e controverso presente in cui i migranti vivono gettati in prigioni comuni, senza più diritti. E mentre suo padre si strugge tra erba, alcol e vecchi film di ideali (come La battaglia di Algeri di Pontecorvo), Lockjaw torna sulle loro tracce.
Suprematisti e rivoluzionari
Il mondo mutuato, e poi attualizzato da Anderson è popolato da delusi ex rivoluzionari sotto copertura e suprematisti bianchi che si riuniscono sottoterra, nascosti dalle apparenze di una villetta bianca e dal profumo di pancake di una moglie, una a caso, in cucina per servirli. Lockjaw, con il suo taglio di capelli alla Mark Harmon in NCIS e una deriva da psicopatico pronta a fuoriuscire dalla divisa da militare, è stato invitato a unirsi al banchetto dei più bianchi e dei migliori cittadini degli Stati Uniti, che venerano in modo perturbante il Natale e Santa Claus.
In questo quadro Charlene/Willa è forse l’unico motivo per cui Lockjaw potrebbe non essere accettato dalla cricca di fascisti conservatori, quindi l’uomo decide di scovare lei e suo padre, mettendo fine a una relazione con l’altra parte della barricata iniziata 16 anni prima.
L’adrenalinica fuga della ragazza, aiutata da alcuni vecchi compagni di Bob e Perfidia, si affianca alla spasmodica ricerca del colonnello, essere umano mediocre che brama di entrare in un gruppo esclusivo di uomini migliori più di ogni altra cosa. Anche Bob abbandona la sua casetta isolata nel bosco per cercare la figlia, affiancato dal Sensei di Charlene/Willa (Benicio del Toro), il volto nascosto della lotta attuale contro il potere e le ingiustizie.

Mettere in mano le “bombe” ai più giovani
Una battaglia dopo l’altra è portatore di una grande morale, così bella e colma di speranza che sembra quasi stonare con il resto del film. C’è chi potrebbe ancora incarnare gli ideali di Bob e Perfidia, e ricominciare a combattere, ma senza l’irrequieta voglia di distruggere ogni cosa dei French 75: è Charlene, la figlia della rivoluzione fallita, l’erede di una giusta via mai attuata.
Così, in uno scenario di bugie, distruzione e morte, la speranza è mettere le “bombe”, in senso lato, in mano alle nuove generazioni, fidandosi del loro giudizio, e delle modalità in cui vorranno farle esplodere. Con una prospettiva più ampia, il film di Anderson pone l’accento su ciò che sta distruggendo davvero i diritti civili e la libertà di espressione. Il suo “involucro”, fatto di gag e battute, rende ancora più oscuro tutto il resto, le camere a gas nascoste in uffici eleganti, lo sfruttamento delle risorse militari per i propri sudici scopi personali, l’insoddisfazione umana, di non essere mai all’altezza, anche nel ruolo che ci si è creati con le proprie mani.
In breve
Una battaglia dopo l’altra (One Battle After Another) legge il presente con una lucidità che passa dall’essere esilarante, nei momenti in cui l’ex rivoluzionario Bob torna a combattere nello schifoso mondo che non è riuscito a cambiare vent’anni prima, al diventare visceralmente devastante, servendosi di immagini di crudo terrore e complottismi radicati nello spirito degli Stato Uniti che riecheggiano come marce funebri tra un inseguimento e l’altro. Ma non si smette di combattere, perché la guerra è ancora in corso, ed è il momento di dare in mano a chi è più giovane gli strumenti per combatterla (e forse vincerla).
Il film meriterebbe molteplici riconoscimenti, tra cui quello alle musiche di Jonny Greenwood, o ai costumi di Colleen Atwood (la gonna di tulle con il chiodo di pelle per Charlene la rendono un’eroina controcorrente), ma soprattutto a Sean Penn per il suo terribile colonnello, residuo di un impianto inscalfibile e marcio, ma sarebbe incredibile prendere una tale posizione, perché Paul Thomas Anderson non fa sconti a nessuno.
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