Venezia Classici, Fragments of Paradise
Venezia Classici, Fragments of Paradise

Una disperata vitalità è il titolo della poesia che Pier Paolo Pasolini aveva dedicato a quel cinema sempre schierato contro, il cinema degli anni della contestazione. Quel manipolo di  decenni tra il 1959 e il 1979 circa che portarono un’ondata rivoluzionaria nel modo di vivere, così come di intendere e interpretare la vita, e le cose della vita, ribaltandone l’ordine di importanza, i linguaggi e la stessa logica interna, in un costante interscambio tra l’immaginazione e il quotidiano, che doveva e poteva liberarsi, perdere la sua banalità. Come in un film di Godard. E Pasolini scriveva infatti in special modo pensando a Jean-Luc Godard, e al suo capolavoro À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro, 1960), credendo di poter riscoprire anche a Roma, “come in un film di Godard, […] il romanticismo in sede del neocapitalismo latino”.

La sezione Venezia Classici quest’anno dedica un ampio spazio al cinema documentario e in special modo al cinema che racconta quel periodo, con una serie di opere “classiche” nel senso di dedicate a indagare un periodo ormai classico – per non dire cult – dell’arte, del cinema e di “tutto quanto”.

Fragments of Paradise di K.D. Davison: “questa grande ossessione che mi tiene vivo”

Anche il Premio al Miglior Documentario, andato a Fragments of Paradise di K.D. Davison, giovane regista newyorkese al suo terzo lungometraggio, va in questa direzione. I frammenti di paradiso – come li chiama lui – altro non sono che gli sterminati archivi filmici di Jonas Mekas, il grande cineasta lituano trapiantato negli Usa per colpa del nazismo e scomparso a 96 anni nel 2019 nella sua New York, dopo settant’anni trascorsi a filmarsi, a filmare ogni minimo gesto e atto quotidiano, spesso collettivo, in un tripudio di amore per la vita come cinema che anticipava, con enormi dosi di poesia in più, l’epoca attuale.

Mekas era il prototipo di come un hippie intenderebbe le reti sociali, “un uomo che ha cercato di dare un senso a tutto… con una macchina da presa” come recita il catalogo della mostra del cinema di Venezia.

Il cinema come frammenti di paradiso: questa grande ossessione che mi tiene vivo.

Fragments of Paradise

Il documentario lo segue in un excursus cronologico a balzi, dai suoi esordi come critico cinematografico del Village Voice, e presto guru dell’intellighenzia metropolitana, fino al nuovo millennio, e tra i frammenti ricuciti ci sono anche spezzoni rari e inediti. Da Warhol e la sua factory, a registi come Bodganovich, Waters, Scorsese (che si ispireranno alla sua estetica radicale), ai poeti della beat generation, il teatro avant-garde, Lennon&Yoko.

Un must della cinematografia di Mekas è sempre stato quello di parlare in camera, o meglio con la camera, come se fosse una persona, come se si indirizzasse a qualcuno, perché l’esperienza di chi guarda è sempre singolare e Mekas che era un grande teorico – ma col volto e il sorriso sempre stampato e meravigliato di un bimbo – lo sapeva bene.

Nello spezzone più recente, montato all’apertura del film e poi ripreso, questa intimità con la macchina da presa diventa totale, trasparente. È il 5 febbraio del 2006, come recita il titolo a caratteri tipografici dattiloscritti – che Jonas metteva sempre, da bravo ragioniere archivista – e sta parlando con la camera in mano praticamente attaccata alla faccia. Si vedono porzioni di volto mentre il braccio altalena e l’inquadratura si perde, perché il regista sta camminando. Ha la voce alterata, come di chi ha urgenza di dire qualcosa, e la telecamera ingrandisce il suo volto segnato: trasparenza, mai finzione.

Si domanda, semplicemente “chi sono”.

Tuesday. Febr. 6, 2005

Here i am / Here is me / By my self / Here is my face / Here is my hand / Here is my hair / my heart / Here is my heart! / somewhere there / Here I am / Me / Me / Me / Where is Me! / What is Me! / What my life’s all about! / Do i still have time / to do something about my life? / I real don’t know /

Questo era il cinema di Jonas Mekas, che K.D. Davison, in 98 minuti, riesce meritoriamente a fare emergere.

Venezia Classici, Fragments of Paradise

Jerry Schatzberg, Portrait Paysage di Pierre Filmon

Un altro omaggio che Venezia Classici fa agli anni ’70 avviene attraverso gli occhi di Pierre Filmon: Jerry Schatzberg è un cineasta newyorkese, o meglio del Bronx, o ancora meglio, come dice lui stesso, dalla zona “Off Grand Concourse”, ossia oltre l’arteria metropolitana che taglia in due il quartiere, come capita a Broadway, per cui tutti vivono al di qua o al di là del Grand Concourse.

E questi “tutti” includono per esempio Stanley Kubrick, o Al Pacino, o Arthur Miller, come ricorda lo stesso Schatzberg nel film.

Pierre Filmon sceglie infatti un metodo originale per esplorare lo stile e la vita del regista statunitense, che è quasi una presa diretta: lo segue con la camera a mano (ma più ferma di quella di Mekas), mentre conversa con il critico cinematografico Michel Ciment davanti alle fotografie dell’esposizione a lui dedicata nel 2019 nelle sale dell’antico castello di Chamarande, appena fuori Parigi, e che si intitolava appunto Off Grand Concourse.

Al lettore attuale forse il nome Jerry Schatzberg potrebbe non dire granché, eppure molto del travaso dell’estetica della pop art, dall’arte alla moda, e così al grand public mondiale, è dovuta a lui. È stato infatti uno dei più importanti fotografi di moda dei decenni ’60 e ’70 – sue tantissime copertine di Vogue Usa e France – e ha girato alcune pellicole fondamentali quanto a innovatività dello stile, dei modi, tutte caratterizzate da uno studio della luce degno del suo più famoso compatriota Kubrick.

Con Panico a Needle Park (1971), la sua seconda pellicola, gira la prima injection – iniezione senza veli di eroina – del cinema classico, lanciando al cinema un altro giovane “off Grand Concourse”, Al Pacino.

Con Scarecrow – Lo spaventapasseri (1973), vincitore in ex aequo del Grand Prix al Festival di Cannes, reinventa insieme a Vilmos Zsigmond la fotografia dei grandi spazi, filmando quello che resta forse il road movie più originale di tutta la New Hollywood.

È stato un grande fotografo di musicisti e specialmente dei musicisti della contestazione, firmando alcuni dei ritratti più famosi di Bob Dylan di cui ha immortalato 400 scatti.

La sua compagna (e modella d’elezione) Faye Dunaway lo lasciò per Marcello Mastroianni. “Solo a Mastroianni potevo concederlo”, dice con imbarazzato e divertito sgomento nel film.

Non basterebbero dieci documentari per esaurire quel che ci sarebbe da dire su Jerry Schatzberg, ecco forse perché Filmon non ci prova neppure e gli lascia la parola, facendo in modo che sia lui a scegliere cosa dire. Una scelta molto sixties, molto “Off Grand Concourse”.

Il suo conversatore del resto, se pur francese, è titolato a parlare di Bronx essendo uno dei massimi esperti mondiali di Stanley Kubrick e direttore della rivista Positif (l’alternativa rilassata ai Cahiers du Cinéma, per capirci).

Filmon – anche scrittore e produttore – è alla sua seconda prova nel documentario e Jerry Schatzberg, Portrait Paysage è un ideale prosecuzione del primo, che riguardava proprio la vita di Vilmos Zsigmond, direttore della fotografia di alcuni dei più importanti film del periodo e anche dei film di Schatzberg.

Quando si dice cinema-mondo forse non si intende ciò, eppure questa semplice passeggiata attraverso le sale silenziose di una mostra è capace di aprircene uno.

Venezia Classici, Portrait Paysage

Il resto della retrospettiva dei documentari di Venezia Classici

Jean-Luc Godard, omaggiato da Cyril Leuthy con il suo Godard Seul le Cinéma (apprendiamo con sgomento della sua morte durante l’editing del pezzo).

John Schlesinger e il cast di Un uomo da marciapiede, raccontati da Nancy Buirski con il suo Desperate Souls, Dark City and the Legend of Midnight Cowboy.

Richard Harris, l’attore protagonista di Deserto rosso di Michelangelo Antonioni, nel documentario di Adrian Sibley The Ghost of Richard Harris. Infine Anselma Dell’Olio con il suo Franco Zeffirelli, Conformista Ribelle, e Francesco Zippel con Sergio Leone – L’italiano che inventò l’America.

Continuate a seguire FRAMED, siamo anche su Instagram Telegram.

Avatar photo
Al cinema come nella vita non credo esistano cattive storie, ma solo storie raccontate male, per questo preferisco ormai la rarefazione dei linguaggi, la sperimentazione, la visionarietà. Sarei felice che la video-arte entrasse nelle multisale, magari passando per Bill Viola e Studio Azzurro. Nel cinema europeo il mio epitome è Fassbinder, nel cinema USA mi hanno conquistato i road movies (e Wenders). Se dovessi descrivermi in una parola direi… una parola forse non è abbastanza. Blu.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui