Il concerto-spettacolo di Viridis Ensemble a Roma

Ritornare alla musica, al teatro, alla cultura in presenza, tra corpi e strumenti che respirano, (ri)suonano e si (ri)mettono in gioco nel qui e ora: non si può parlare del concerto inaugurale di Viridis Ensemble, tenutosi il 17 giugno nel cortile del liceo Righi di Roma, senza prescindere da questo dato di contesto, dal momento di rinascita dell’arte come esperienza sociale in cui questo progetto ha preso vita.

Ma l’evento può dirsi tanto più significativo e riuscito, avendo messo non uno ma più linguaggi dello spettacolo in contatto e a confronto, tra loro e con un altro mondo pesantemente segnato dai tempi difficili che viviamo, la scuola. Opera lirica e teatro in prosa, orchestra e lettura hanno interagito a vicenda, contaminando e facendosi contaminare positivamente (anche) dal luogo in cui si è svolto lo spettacolo.

Viridis Ensemble – Una scommessa al confine tra i codici

L’attrice Maria Caterina Catroppa durante uno dei brani in prosa dello spettacolo. Foto di Didier Simorre.

Viridis Ensemble ha scelto La traviata di Giuseppe Verdi e Le nozze di Figaro di Wolfgang Amadeus Mozart per dare il battesimo a questo progetto, nato dall’incontro tra la pianista e direttrice d’orchestra Giordana Rubria Fiori e la soprano Alessia Thais Berardi. L’obiettivo, divulgare, oltre i confini fin troppo ristretti del pubblico e degli spazi di esecuzione abituali, i capolavori del teatro d’opera. Una (bella) scommessa affine, in questo, ad esperimenti come la recente Opera Camion, nei quartieri periferici di Roma.

Il lavoro del team di Viridis Ensemble punta però, da un lato, sulla sintesi, con un corpo vocale e strumentale snellito all’essenziale e una selezione di momenti chiave delle opere proposte, dall’altro sull’incontro tra i codici della lirica e quelli della prosa: con brani originali (letti e interpretati dall’attrice Maria Caterina Catroppa) che non sono semplici intervalli tra un passaggio operistico e l’altro, ma uno dei fondamentali volti di questa formula plurivoca. E sono (anche) ideali introduzioni, in forma di contrappunto metatestuale, alle atmosfere e ai personaggi che i due capisaldi del teatro musicale mettono in campo.

Due anime e tradizioni diverse dello spettacolo si (ri)scoprono allora complementari, nell’evocare l’atmosfera di «luci, risate e tintinnii di calici colmi e vuoti» del celeberrimo brano Libiamo ne’ lieti calici della Traviata. O nel mostrarci un Beaumarchais che presenta ironicamente, mentre compone allo scrittoio, la commedia di quella Folle giornata da cui prenderà le mosse la grandiosa opera mozartiana. La sorellanza tra le arti è nel passato ma anche nel presente di una rappresentazione che crea cortocircuiti già nella disposizione delle figure nello spazio: la direttrice d’orchestra Giordana Rubria Fiori diventa a tratti elemento meta-rappresentativo, attrice-regista dentro e fuori la messa in scena, tanto è ridotta la distanza fisica con i quattro cantanti (oltre a a Alessia Thais Berardi e al tenore Simone Di Giulio, il baritono Giuseppe Esposito e la mezzosoprano Virginia Guidi).

La fluidità dello spettacolo nelle sue varie anime è rafforzata dalla felice scelta delle due opere – figlie di epoche diverse ma entrambe dirompenti rispetto ai pregiudizi del loro tempo – e dal percorso che conduce dall’una all’altra: dalla critica antiborghese e dal connubio di amore e morte della prima, all’esplosione di allegria antiaristocratica della seconda, in un sentiero che procede a ritroso nel tempo ma in crescendo nel ritmo, ricongiungendosi circolarmente alll’oggi nell’universalità dei temi e delle forze morali e pulsionali messe in gioco.

Rientrare nella realtà

Simone Di Giulio, Alessia Thais Berardi e Giordana Rubria Fiori durante il concerto-spettacolo di Viridis Ensemble. Foto di Didier Simorre.

Ma, come detto all’inizio, non possiamo prescindere (non più, finalmente) dalle specifiche caratteristiche del qui e ora in cui tutto si svolge. Perché portare Verdi e Mozart entro i confini di un liceo, con una facciata dell’edificio e un canestro come scenografia e i rumori di una grande città nel tardo pomeriggio a fare da imprevedibile e irriverente contorno, vuol dire compiere un’ulteriore e ulteriormente coraggiosa scelta di campo.

Significa, cioè, accettare di sporcarsi, mani, petti, gola, occhi, archi, fiati, corde, in quella realtà che, al contempo, si vuole proiettare in un mondo altro. Qui l’idea di contaminazione tra contesti alla base di Viridis Ensemble si conferma quasi totale (manca solo la rottura della quarta parete: perché non provare, in futuro?).

Vuol dire, in ogni caso, accettare almeno in parte la caduta benjaminiana dell’aura, la necessità di rinunciare a ogni orpello di prestigio, dissacrare la propria stessa arte mentre la si risacralizza su basi diverse. È allora che la bellezza salverà il mondo se con quel mondo si (ri)mescolerà, mettendosi (sempre) in discussione. Così la musica e il teatro ripartono per davvero, senza facili compromessi, dalla realtà. Da quella realtà che non ha mai avuto così tanto bisogno di loro.

La foto in copertina è di Didier Simorre.

Segui FRAMED su Instagram e Facebook!

Gettato nel mondo (più precisamente a Roma, da cui non sono tuttora fuggito) nel 1992. Segnato in (fin troppo) tenera età dalla lettura di “Watchmen”, dall’ascolto di Gaber e dal cinema di gente come Lynch, De Palma e Petri, mi sono laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (2014) e in Editoria e Scrittura (2018), con sommo sprezzo di ogni solida prospettiva occupazionale. Principali interessi: film (serie-tv comprese), letteratura (anche da modesto e molesto autore), distopie, allegorie, attivismo politico-culturale. Peggior vizio: leggere i prodotti artistici (quali che siano) alla luce del contesto sociale passato e presente, nella convinzione, per dirla con l’ultimo Pasolini, che «non c’è niente che non sia politica». Maggiore ossessione: l’opera di Pasolini, appunto.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui