
“Amare vuol dire non dover mai dire mi dispiace” recitava la frase chiave del film cult anni ’70 Love Story. Oggi, con We Live in Time – Tutto il tempo che abbiamo, John Crowley decide di riprendere e sovvertire questa frase. Perché amare, in effetti, vuol dire anche sapere come dire mi dispiace (e come rompere le uova).
Di cosa parla We Live in Time
Tobias (Andrew Garfield) e Almut (Florence Pugh) sono in un ospedale, dove ascoltano una diagnosi che nessuno dei due vorrebbe sentire. Il film inizia così, ma non è così che inizia la loro storia d’amore che, in dieci anni raccontati in un alternarsi continuo di scene sparse nel tempo, impariamo a conoscere, a cui impariamo ad affezionarci e di cui innamoriamo a nostra volta. Perché non importa sapere come è iniziata e come è finita, ciò che conta è quello che si è creato nel mezzo.
Un film fantascientifico
We Live in Time è una storia d’amore, dunque, ma è anche e soprattutto una storia di fantascienza. Nessuno lo dice ma, in fondo, è impossibile uscire dalla sala senza questo pensiero. A renderlo un film sci-fi non è solo l’utilizzo dei salti temporali, che pure giocano il loro ruolo, quanto e soprattutto la visione, rarissima e forse unica nel cinema, di una relazione completamente sana e con un uomo perfetto che sembra più un alieno che un semplice essere umano.
La storia tra Tobias e Almut, infatti, è estremamente comune, anche se con qualche inaspettata e imprudente sorpresa, che fa parte della realtà. Non ci sono innamorati che corrono all’aeroporto per impedire un addio, non ci sono radio col volume a palla sotto la finestra di qualcuno, non ci sono le frasi catchy dei film romantici né quelle strappalacrime e, se è per questo, non c’è neanche un bacio appassionato alla fine film sull “E vissero per sempre felici e contenti”. We Live in Time è, invece, il racconto di una vita di coppia comune, dalla spesa quotidiana alla carta da scegliere per gli inviti delle proprie nozze. Ci sono le piccole liti e i confronti su grandi temi, dalle proprie ambizioni lavorative alla scelta di avere figli. E c’è anche il rappacificarsi, che qui viene declinato nella maniera in cui idealmente dovrebbe sempre accadere nella realtà.

Andrew Garfield è l’uomo perfetto in We Live in Time
A caratterizzare, infatti, tutto il film è un’incredibile capacità di ascolto, l’essere in grado di venirsi incontro anche quando a sbagliare è l’altro, anche quando si parla di cose che l’altro non aveva mai pianificato o pensato di mettere in discussione e anche in momenti in cui l’altra persona si comporta, semplicemente, da stronza.
Paolo Genovese in Perfetti Sconosciuti diceva che in amore la cosa più importante è “imparare a disinnescare” e certamente i personaggi di Garfield e Pugh si esercitano nel farlo e anzi vanno oltre, al livello successivo: non è solo importante fare un passo indietro, ma è anche importante capire perché l’altra persona su quello stesso punto non vuole o non può fare lo stesso passo.
We Live in Time sembra quasi la più grande seduta di coppia mai contemplata al cinema. Si distacca di netto dalle rappresentazioni pantomimiche dei soliti film romantici e, proprio per questo, con la sua rappresentazione così chiara e onesta della normalità fa il giro fino a diventare surreale.

Trovare un uomo come Andrew Garfield che, con la stessa proprietà di linguaggio e lo stesso coraggio, sappia stabilire delle priorità e chiedere scusa è forse la cosa meno comune e più sexy che vedrete al cinema (e non solo), tanto che tornare alla vita reale sarà un piccolo shock inevitabile. Vi accorgerete cioè di non aver forse mai incontrato un uomo così gentile ed emotivamente sano.
L’anti-Love Story
Oltre alla rappresentazione priva di orpelli della storia d’amore, We Live in Time emerge tra i film dell’anno anche per la sua rottura con le chiavi narrative dei suoi predecessori. Cominciando dalla struttura a singhiozzi, in cui il presente si alterna al passato e poi a un passato ancor più remoto e poi a un passato indefinito, a metà tra l’altro ieri e il mese scorso, il film di Crowley vuole subito farci capire che non siamo qui per scoprire come andrà a finire.
Non è una caccia al finale come in un romanzo di Agatha Christie. In questo film si comincia dall’ultima pagina, sappiamo subito chi è “l’assassino” e sinceramente non ci interessa e non perché sia un vezzo d’artista che, come in molti altri film del momento, da Tenet a Here, faccia figo inserire una versione asincrona del racconto, ma perché a essere importante è tutto quello che c’è in mezzo. Sono importanti i cioccolatini nel cassetto quanto il taglio di capelli di Florence Pugh. Lo è la loro casa, il corso pre-parto e le cene con gli amici. Lo è la passione a letto, le singole vite e la gioia del ridere insieme.

E proprio le risate sono l’altro elemento di rottura con il classico melò romantico alla Love Story. In questo film non si piange (o comunque non solo). We live in Time è molto di più della storia di una persona malata e dell’amore che la lega alla persona che le dovrà sopravvivere e, come tale, fa di tutto per lasciare allo spettatore molto di più di un senso costante di perdita. E quindi largo spazio a battute molto british ma anche ben contestualizzate, a sprazzi di assurdità e tenerezza, a un alleggerimento dei toni che non era prevedibile, ma che alla fine del film fa sì che si possa uscire dal cinema magari con gli occhi lucidi, ma comunque col cuore leggero.
We Live in Time, in breve: come rompere le uova
Le ragioni, dunque, per cui andare a vedere We Live in Time sono tante, ma oltre quelle elencate sopra ce n’è un’ultima: questo film insegna come rompere le uova. Una cosa semplice, banale, di tutti i giorni e che comunque è più facile a dirsi che a farsi. Quando si rompono le uova è molto facile rovinare tutto con un gesto impercettibile, ma soprattutto serve molto meno di quello che ci si aspetterebbe, per farlo nel modo corretto. Esattamente come nelle relazioni. E forse è questa la vera ragione del perché lo amerete.
We Live in Time è al cinema dal 6 febbraio con Lucky Red.





