Wendell & Wild
Cr: Netflix © 2022

Anni prima di Get Out, Jordan Peele – che era ancora noto al grande pubblico per lo più soltanto per il duo comico con Keegan-Michael Key – già pensava di metter su la Monkey Paw Production e iniziare a produrre i suoi film. Henry Selick, che aveva da tempo seppellito il progetto di una divertente storia “demoniaca”, lo conosce tra il 2015 e il 2016 ed è così che un maestro della stop motion incontra uno dei più precisi e apprezzati sceneggiatori dell’ultimo decennio. Il risultato di questo fortunato mix è “Wendell & Wild”, un’avventura fra il mondo dei vivi e quello dei morti, tutta da ridere, con qualche brivido.

La storia

Esiste un aldilà delle anime, che in apparenza è solo inferno, dove vivono i due demoni Wendell (Key) e Wild (Peele), con il sogno di costruire un giorno un parco giochi per i dannati. A contrastarli è il padre e padrone, Buffalo Belzer, l’enorme diavolo che invece li costringe a cospargergli la testa di una lozione speciale per capelli. Quando Wendell e Wild scoprono che la lozione ha il potere di riportare in vita i morti, decidono di trovare un modo per attraversare il confine fra i mondi e promettere la resurrezione dei propri cari in cambio di denaro, per il loro progetto.

I problemi non tardano ad arrivare. Innanzitutto perché per lasciare l’aldilà Wendell e Wild devono essere evocati e poi perché la lozione riporta in vita i corpi nello stato esatto i cui si trovano, creando zombi e scheletri animati. A evocarli tuttavia è una Fanciulla Infernale, Kat (Lyric Ross), che a causa di alcuni traumi del suo passato riesce a entrare in contatto con i suoi due “demoni personali”. Kat è un’orfana che crede di aver provocato l’incidente mortale dei suoi genitori e, tormentata dal senso di colpa, non si dà pace, fidandosi anche delle creature infernali pur di riaverli con sé.

Perché guardare Wendell & Wild: stile e temi

Il primo motivo per cui guardare Wendell & Wild è senza dubbio l’animazione. Un lavoro che ha richiesto anni di preparazione e riprese, come è d’obbligo nella stop motion in cui i personaggi-pupazzi sono mossi a mano per ogni espressione o cambio di scena. Intreccia inoltre diverse tecniche, integrando anche la CGI e l’animazione bidimensionale per alcuni personaggi (quella della storia dei Tre Fratelli di Harry Potter e i Doni della Morte, per dare un altro esempio).

Sono poi presenti dei temi essenziali alla trama, nonostante la componente horror sia chiara e anche ben orchestrata. A muovere le azioni dei personaggi infatti sono anche temi sociali come la gentrificazione, lo sfruttamento del territorio, il capitalismo, la privatizzazione delle carceri negli Stati Uniti a svantaggio dei gruppi sociali più poveri e marginalizzati. Direte, cosa puoi mai avere a che fare tutto questo con un cartone animato? Fidatevi, non sarebbe un’opera di Jordan Peele, altrimenti. C’è persino un personaggio che, senza troppa premura di nasconderlo, rappresenta una parodia di Donald Trump.

Con estrema delicatezza, inoltre, l’inedita coppia Selick/Peele tratteggia nella sceneggiatura un personaggio chiave per la rappresentazione culturale e sociale, oltre che per la trama stessa: Raúl. Ragazzo transessuale, rimasto comunque nella scuola cattolica femminile in cui aveva iniziato gli studi e in cui si svolge gran parte della storia. È emarginato da tutte le altre studentesse tranne che da Kat, nonostante lei sia molto chiara con lui: “Tutti quelli che mi vogliono bene fanno una brutta fine”. Basterà un bad miracle, per citare sempre Peele, a cambiare il corso della storia di Kat? Scopritelo su Netflix.

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Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies.

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