Sono passati cinque anni dal crowdfunding su Kickstarter lanciato da Alex Winter per sostenere la produzione del suo documentario su Frank Zappa – e per preservare lo Zappa Vault, l’enorme archivio del musicista che rischiava di andare perduto. Il lavoro di selezione e catalogazione è confluito in un oggetto cinematografico bizzarro e multiforme, figlio di due visioni creative simili per piglio umoristico e amore per la giuntura frankensteiniana di frammenti audio(visivi) disparati.

Zappa è il soggetto ideale di un documentario non solo per la smisurata fame di aneddoti della sua fanbase, ma anche perché produce, monta e conserva film amatoriali sin da giovane. Dal corto horror con madre e fratelli truccati da zombie alla jam session con Eric Clapton che va a trovarlo a casa, tutto trova posto su uno scaffale del Vault – insieme a musica inedita, interviste e concerti. Zappa è quindi un film ricco di materiale mai visto prima, e val bene una visione già solo per queste premesse.

Altrettanto inedita è la prospettiva di Winter sul musicista. La figura pubblica di Zappa attraversa i decenni ed è spesso al centro della cronaca: per la sua musica e, più tardi, per il suo attivismo politico (contro la censura discografica, pro voto, come ambasciatore culturale per la Cecoslovacchia). A Winter il lato esteriore del personaggio interessa poco, preferisce indagare il suo contraddittorio universo emotivo. Lo fa scartando il materiale irrilevante allo scopo e coinvolgendo le persone che hanno avuto accesso diretto a questo aspetto: Gail, la moglie, e alcuni collaboratori di lunga data.

Kerry McNabb e Frank Zappa in ZAPPA, Magnolia Pictures. Photo credit: Yoram Kahana. Photo courtesy of Magnolia Pictures.

“Eravamo rumorosi, grezzi e strambi”

Una delle testimonianze del documentario è quella fornita da Bunk Gardner, sax tenore nella prima formazione dei Mothers of Invention. L’esperienza che racconta è quella di un rapporto di lavoro tra principale e dipendenti, dove l’output artistico è saldamente in mano a Zappa e il resto dei musicisti ha un solo dovere: provare, provare, provare. Sollazzo? Mai. Riconoscenza? Neanche. Soddisfazione per il lavoro ben svolto? In rarissime occasioni.

L’attività dei primi anni del gruppo culmina nei sei mesi di residenza al Garrick Theatre di New York. L’esperienza ha due effetti principali: far uscire i Mothers dall’asfissiante ambiente californiano, dove sarebbero diventati l’ennesima band di hippy ad entrare nel dimenticatoio dopo breve attività. E permettere la sperimentazione di performance da teatro della crudeltà, come le definisce lo stesso Zappa: intermezzi comici, gesti ostili ai danni del pubblico, frammenti di musica colta misti a canzonette, assalti brutali a colpi di decibel o silenzi ostinati. Winter asseconda la qualità psichedelica del periodo e assembla brevissimi flash multicolore della varia umanità che circonda il gruppo: sono immagini che sembrano prese di peso dalle sue prime regie, come Bar-B-Que Movie (1989) o Freaked (1993).

Frank Zappa and The Mothers of Invention in ZAPPA, Magnolia Pictures release. Photo credit: Cal Schenkel. Photo courtesy of Magnolia Pictures.

“La cosa importante è fare bene il naso”

Se le collaborazioni musicali di Zappa sono brevi – o per meglio dire, progettuali – quelle visive sono mediamente più longeve. Due nomi su tutti: il grafico Cal Schenkel e l’animatore Bruce Bickford.

Schenkel è l’autore di alcune tra le copertine più famose dei suoi album: Cruisin’ with Ruben and The Jets, The Grand Wazoo, One Size Fits All tra gli altri. Sono collage fotografici o illustrazioni fitte di dettagli, con un gusto per il commento ironico a margine, determinanti per la costruzione dell’universo visivo zappiano. È anche il production designer dello shooting per la celebre copertina di We’re Only in It for the Money (discussa in dettaglio nel documentario), e delle scenografie di 200 Motels, il “documentario surrealista” del 1971 sulla vita on the road dei Mothers.

La preparazione del fantoccio-Zappa sul set della copertina di We’re Only in It for the Money (dal canale YouTube di Ed Seeman).

200 Motels è anche il motivo per cui Bruce Bickford si convince a scavalcare l’altissimo cancello di casa Zappa per mostrargli i suoi lavori in claymation – non molto tempo dopo l’aggressione sul palco del Rainbow Theatre che aveva costretto il muscista ad una lunga riabilitazione. Le animazioni psichedeliche di Bickford mostrano degli scenari in perenne mutamento: da organico a inorganico, da familiare a inquietante, da ipnotico a concitato. La collaborazione tra i due produce alcuni audiovisivi peculari: Baby Snakes (1979), The Dub Room Special (1980), The Amazing Mr. Bickford (1987).

Brani da The Amazing Mr. Bickford (dal canale Youtube del documentario).

“Schiavo del suo orecchio interno”

Zappa non è noto per il suo calore umano, e le testimonianze raccolte nel documentario non ne fanno mistero. Annoiato dalle relazioni, irritato dal pressapochismo, costantemente chino su partiture complesse. Da intervistato, esala folate di dry humor utilissime per accendere grigliate dove arrostisce volentieri il sogno statunitense. La chiave che Winter trova per avvicinare un personaggio così respingente è la sua inflessibile dedizione alla composizione e all’esercizio musicale.

È attraverso il ricordo di musicisti come Ruth Underwood, Michael Keneally e Steve Vai che lo stacanovismo di Zappa perde quell’aria di stronzaggine gratuita e ne acquista una di vocazione artistica totalizzante. “Zappa era schiavo del suo orecchio interno” – sostiene Vai – e lottava costantemente per fare in modo che la musica che produceva assomigliasse a quella che sentiva nella sua testa. Il punto della sua carriera in cui ci va vicino è stato nelle esibizioni dal vivo insieme all’Ensemble Modern – pubblicate sull’album The Yellow Shark. Ormai debilitato dal cancro, Zappa è diviso tra la soddisfazione di aver finalmente trovato dei musicisti all’altezza del compito e la consapevolezza di stare esaurendo tempo ed energie vitali.

Frank Zappa in una scena del documentario
Frank Zappa in ZAPPA, Magnolia Pictures release. Photo credit: Dan Carlson. Photo courtesy of Magnolia Pictures.

In breve

Alex Winter attinge ad un materiale sconfinato ed eterogeneo, e se ne serve per costruire un ritratto sfaccettato dell’artista senza glissare su nessuno dei suoi lati oscuri. Il documentario oscilla tra fedele ricostruzione storica e accumulo esplosivo di stimoli visivi e sonori, contrappunto caotico all’estrema concretezza dello Zappa umano. Zappa non intrattiene né bignamizza: è piuttosto un’immersione profonda alla ricerca di un tesoro elusivo, e bisogna essere allenati per non affaticarsi. Questo può essere scoraggiante per chi non è già fan, ma diciamoci la verità: è comunque il modo più piacevole di venire scoraggiati dall’interessarsi a Zappa tra i mille di cui lui stesso ha disseminato, sarcasticamente, la sua carriera.

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