
Poche cose a questo mondo sono soddisfacenti come trovare qualcuno con cui confrontarsi a tu per tu sulle proprie passioni. Infatti, le decostruzioni di genere degli horror di Jane Schoenbrun fanno un passo in più della filmografia di Wes Craven: dietro un’analisi provocante del genere, delle sue forme e le sue implicazioni, la regista statunitense instaura un vero e proprio dialogo con il suo spettatore, portando l’esperienza di visione in uno spazio che pensavamo perduto, quello dell’intimità.
Mai questa forza del cinema della Schoenbrun è stata così manifesta come in Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte (Teenage Sex and Death at Camp Miasma), decostruzione personalissima dello slasher anni ’80 e ’90, i suoi rapporti con il genere (in tutti i sensi del termine) e le controversie legate alla sua insita e (apparentemente) nucleare omotransofobia.
“C’è un buco, sul fondo del lago, da dove vengono i film. Lui torna sempre”
Camp Miasma è una prolifica serie cinematografica slasher nata negli anni Ottanta e incentrata su Little Death (le petit mort…), il fantasma di un bambino trans che, secondo la leggenda, sarebbe stato annegato nel lago Miasma da un gruppo di ragazzini, e che torna periodicamente dal mondo dei morti per seminare il terrore, armato di una lancia con cui massacra chiunque gli capiti a tiro.
Dopo il successo dei primi capitoli, la serie ha conosciuto un progressivo declino: sequel sempre più approssimativi, stroncati dalla critica e incapaci di replicare gli incassi degli originali. A distanza di anni, Kris Williams (Hannah Einbinder, la Ava di Hacks), una regista queer, viene scelta per riportare in vita la saga con un reboot. Kris, pur essendo consapevole dell’eredità problematica della serie, ama molto Camp Miasma sin da bambina (al film e al personaggio della final girl la protagonista deve il suo risveglio sessuale), ma sa anche che il suo incarico nasce dalla volontà della produzione di riscrivere alcuni degli elementi più controversi della serie.
Per il nuovo film, Kris vorrebbe coinvolgere (ovviamente) Billy Presley (l’immortale Gillian Anderson), l’originale final girl del primo capitolo ritiratasi dalle scene e dalla vita pubblica stile Norma Desmond a Camp Tivoli, il campeggio abbandonato che decenni prima era stato utilizzato come location per le riprese del film. Quando Kris la incontra, tra le due donne nasce un rapporto sempre più confidenziale, che finisce per modificare le intenzioni della regista. Billy non sarà più soltanto una presenza marginale nel reboot: Kris decide che la protagonista del nuovo Camp Miasma dovrà essere proprio Billy Presley.
“If it gets too real, you can always turn it off”
Camp Miasma è l’apice della cinematografia di Jane Schoenbrun dopo l’acerbo (ma intrigante) We’re All Going to the World’s Fair (2021) e il didascalico ma sentito Ho visto la TV brillare (I Saw the TV Glow) (2024). Il film guarda alle teorie sul cinema di genere di Jack Halberstam senza essere pedante, ma creando un dialogo quasi amichevole col suo spettatore.
Il POV della regista è quello di Kris, una persona divisa tra il suo amore per il genere e la sua struttura pericolante (e pericolosa) per se stessa, in conflitto tra quello che ama (il cinema slasher) e quello che è (una giovane donna non-binaria). Questa rivendicazione queer di Sleepaway Camp (1983) di Robert Hiltzik (ma in realtà di tanti, troppi, film come quello…) è però al suo cuore un manifesto di liberazione sessuale, sulla libertà di esprimere la nostra personalissima idea di sessualità: in un mondo (quello delle identità sessuali e delle parafilie) ossessionato dall’idea di essere catalogabile, il “rapporto” particolarissimo tra le due protagoniste ci ricorda come la nostra relazione col sesso e col piacere sia (o almeno, dovrebbe essere…) un viaggio personale e impenitente.
Camp Miasma adolescenza, sesso e morte, sarà in streaming in esclusiva su MUBI dal 2 ottobre. Continua a seguire FRAMED. Siamo anche su Facebook, Instagram e Telegram.





