Revolver di Paoli De Luca. Produzione del Centro Sperimentale di Cinematografia, Premio alla Miglior regia alla SIC@SIC
Revolver di Paoli De Luca. Produzione del Centro Sperimentale di Cinematografia, Premio alla Miglior regia alla SIC@SIC

Un club techno, una gabbia di ferro in cui Ronga balla tutta la notte, prima che la luce del sole sciolga le tensioni, mostrando le cose (e le persone) fuori dal gioco dei ruoli, pronte alla vita reale. Revolver, di Paoli De Luca, prodotto dal Centro Sperimentale di Cinematografia, vince il Premio alla Miglior regia all’11esima SIC@SIC (Short Italian Cinema@Settimana Internazionale della Critica), la selezione dedicata ai cortometraggi della 41esima Settimana Internazionale della Critica – sezione autonoma e parallela organizzata dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI) nell’ambito della 83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.

“Per l’armonia con cui corpi, luci e materia danzano tra giochi di potere e colpi di techno”, questa la motivazione della giuria, che sceglie di premiare il linguaggio personale e coinvolgente della regista, che immerge i suoi spettatori in un viaggio notturno dove la guerra che si combatte fa molta meno paura di quella che si trova fuori dal locale, quando le ore notturne si sono disintegrate, e il giorno illumina una serie di nuove sfide.

Deve essere stata un’emozione enorme vincere il premio per la miglior regia, specialmente con un cortometraggio che è anche il tuo lavoro di diploma.

Assolutamente sì. Considera che l’anno scorso avevamo già vinto per il miglior corto e per il miglior contributo tecnico. Conseguire due premi anche lo scorso anno era già tantissimo, quindi quest’anno siamo andate alla Settimana della Critica senza l’aspettativa di vincere nulla, solo con la voglia di goderci il festival, che è bellissimo.

Vincere il premio per la regia è stato estremamente gratificante. Personalmente è il mio lavoro, ma ci tengo sempre a ricordare che la regia è il frutto di un lavoro collettivo: un mix di personalità, maestranze e persone che lavorano insieme al film. Io figuro come regista, ma è solo un ruolo: riesco a fare ciò che faccio grazie al contributo di tutti. Non lo dico per circostanza, è la verità.

Come nasce la storia di Revolver?

Revolver nasce dalla volontà di creare un film che fosse visivamente ed emotivamente immersivo. La discoteca è per eccellenza un luogo immersivo, un ambiente in cui ci si perde. Più che partire da una trama rigida, volevo prima definire questo spazio di immersione per lo spettatore e poi costruirvi attorno un racconto, che si è evoluto poi nella fase di scrittura a cui ho lavorato insieme a Federico Amenta e Sofia Corbascio. In questa storia ho voluto includere Medusa e Ronga, due performer con cui avevo lavorato a Napoli nel locale in cui facevo la fotografa.

Ci sono anche delle influenze teoriche e letterarie molto forti, vero?

Sì, sono molto legata al Manifesto Cyborg di Donna Haraway, dove c’è tutta la filosofia cyborg che si lega al corpo contemporaneo e a una prospettiva transfemminista di rivalsa, ribellione e complessità del mondo e dei corpi che abitano il nostro presente. Volevo rendere omaggio a questo universo letterario e filosofico, facendone avvertire la presenza sullo schermo. Non pretendo di fare la filosofa, ma in qualche modo Revolver è una dedica e un tributo a questa autrice.

Anche il titolo stesso, Revolver, e la presenza dell’arma sembrano avere un forte valore simbolico.

Il titolo nasce dal lavoro sui costumi e dalla scelta di applicare un mitra sul reggiseno come simbolo di rivolta verso il mondo. Proprio in questi giorni ho letto una recensione su Letterboxd che dava una o due stelle al corto dicendo: “Revolver, ma nessuno spara“.

In realtà lo sparo c’è, ma il punto non è l’arma in sé. Nel corto — e già nel trailer — si sente dalla voce di Iaia Forte, un’attrice meravigliosa che sono onorata di aver avuto nel cast: “Ma quello non è un revolver”. Significa che non si tratta di un’arma vera, ma di un costume. È un gioco scenico, così come è una finzione la guerra che le protagoniste combattono all’interno del locale. È un teatro, un labirinto che si scioglie quando sorge il sole e la serata finisce.

È la rappresentazione di una preparazione a qualcosa di più grande?

Esatto. Quella finzione serve a comunicare le guerre reali che si combattono fuori, alla luce del sole: le battaglie sociali e civili, le manifestazioni per i diritti, le leggi mancate. Durante la presentazione a Venezia ho citato Spin Time, perché molti hanno visto in Revolver un corto sui club e sugli spazi occupati. Oggi questi posti rischiano continuamente la chiusura e lo sgombero, pur ospitando persone che non hanno una casa. La guerra vera comincia proprio quando si esce dal club, alle prime luci dell’alba.

Quanto ha influito la tua esperienza personale come fotografa nei club sulla resa visiva del film?

In realtà la resa estetica e della fotografia è stata affidata a Francesca Avanzini, con cui collaboro ormai da tre anni. Quando lavoravo nei club fotografavo con una fotocamera compatta, ma per il film non volevo riprodurre un locale reale, bensì inventare il mio club ideale, ispirato all’immaginario cyborg. Io ho condiviso le mie intenzioni registiche e d’inquadratura, ma l’intero lavoro visivo è stato curato in collaborazione con Francesca.

Più che al cinema, preferisco attingere alla letteratura o al teatro, ad autori come Annibale Ruccello ed Enzo Moscato. Credo che ognuno debba cercare di diventare la propria referenza, cercando di essere il più autentico e viscerale possibile. Ovviamente ci sono registi che amo molto — come Robert Rodriguez, Pedro Almodóvar o Michael Haneke — ma non c’è stata la volontà esplicita di citarli o inserire riferimenti diretti. L’unico obiettivo era la ricerca della massima autenticità.

Revolver potrebbe in futuro diventare un lungometraggio o una serie?

Assolutamente sì! Che sia un lungo o una serie, mi piacerebbe molto approfondire questi personaggi e questo universo narrativo.

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.