
Domenica sera, il cortometraggio del regista torinese Matteo Tortone, si aggiudica il David di Donatello per il miglior cortometraggio nella 70ª edizione dei premi. Lo abbiamo rivisto al Figari International Short Film Fest, dove ha incontrato il pubblico.
La storia che racconta nella sua opera si concentra su Alex, che in una notte sbagliata, forse simile a tante altre, è imprigionato nella sua rabbia e non riesce a vedere il mondo fuori, neanche quando entra in contatto con Nemy, che ha sentito cantare in una battle rap. Da una parte lo stadio, in cui la sua squadra ha appena perso, dall’altro il carcere, in cui è rinchiuso suo padre, in una Milano nebbiosa in cui tutto è pronto ad esplodere.
Sono due i punti cardinali in Domenica sera: lo stadio e il carcere, cosa rappresentano e quanto sono importanti per la storia che racconti?
Lo stadio e il carcere sono i due luoghi tra i quali si dimena Alex, i due poli tra cui oscilla senza sosta. Lo stadio è il luogo del senso di appartenenza, della ricerca della propria identità attraverso un’identità collettiva, della rabbia canalizzata in una forma riconoscibile, rituale.
Il carcere, invece, è la conseguenza possibile, spesso inevitabile, di quella stessa rabbia quando esce dai margini. Ma è anche il luogo tangibile della mancanza, della distanza incolmabile che lo separa dal padre. È un’abisso nel quale la ricerca della propria identità non può essere verbale, è la luce dell’incomunicabilità.
Entrambi gli spazi sono chiusi, regolati, sorvegliati: ambienti in cui le regole sono nette, e la libertà è sempre una questione relativa. Per Alex, muoversi tra questi due mondi significa cercare di definire chi è, cosa vuole diventare, e quanto sia disposto a rischiare pur di sentirsi parte di qualcosa. La storia si muove su questa soglia, tra bisogno di legami e condanna all’isolamento, tra appartenenza e autodistruzione.
All’interno della narrazione la rabbia è un sentimento molto presente, come si articola nell’istantanea che ci fai di un ragazzo praticamente abbandonato a sé stesso?
Credo che la rabbia di Alex si strutturi a partire da un crogiolo di sentimenti che non riesce a districare. Deve correre, muoversi, fare. Come se avesse la necessità di riempire costantemente un vuoto. Non riesce a fermarsi, stare solo con sé stesso. Riflettere. Credo che questo suo modo perpetuo sia da una parte necessario, a causa delle responsabilità di cui è stato caricato o di cui si è auto insignito. Necessità che deriva anche dal non avere uno spazio.
Alex non ha letteralmente a disposizione un luogo suo. Ha bisogno di utilizzare la rabbia come strumento di difesa, istinto di sopravvivenza. Non posso fare a meno di pensare che concorra anche una specie di horror vacui, un terrore di trovarsi solo. Di stare fermo. E poi, la ricerca della propria identità non l’ha portato a scoprire e a vivere sé stesso quanto a recitare una parte, un ruolo che presume sia quello giusto, per una vita normale. Niente di più. Salvo che non riesce a viverlo appieno. Non aderisce mai contemporaneamente al personaggio che vuole recitare; è minaccioso e puerile. Nostalgico e duro.
Credo che percepisca questo scarto tra il voler essere e la realtà, e che lo faccia soffrire profondamente: un senso di inadeguatezza, di frustrazione cui reagisce con rabbia. Il suo tentativo di affrontare la questione forse rimane non verbale, è tutto in quel dialogo impossibile che instaura con il padre facendo esplodere dei fuochi d’artificio proprio davanti al carcere in cui è prigioniero. Nel suo mondo però, Alex con chi potrebbe parlare di tutto questo?
Cosa ha significato vincere il David di Donatello?
Scoprire di essere in cinquina è stata una gioia immensa, del tutto inaspettata. È stata innanzitutto l’occasione di conoscere altri registi di cui stimo moltissimo il lavoro. Avere un confronto con loro su cosa significhi fare cinema è stato davvero prezioso. Rimane un confronto cui forse è impossibile trovare una fine, che spero di poter proseguire. Entrare a far parte dell’Accademia del Cinema Italiano è stato qualcosa che non credevo possibile. Un sogno sì, ma di cui non ho mai voluto innamorarmi troppo. Per paura di rimanere deluso e con il cuore spezzato.
Non credo nella competizione nel cinema e ho partecipato alle premiazioni senza aspettative, grato di poter vivere quel momento: di andare al Quirinale, di entrare a Cinecittà e poi al Teatro 5. Quando mi hanno chiamato sul palco sono riuscito ad articolare poche frasi. Poi il mio cervello si è spento. Una sbornia dalla quale devo ancora riprendermi completamente. Il David è davvero un oggetto bellissimo.
Sono davvero contento che il lavoro di tutte le persone che hanno creduto nel progetto abbia avuto questo riconoscimento e la possibilità di essere visto da un pubblico molto ampio. Molto più ampio rispetto al pubblico che il mio lavoro ha incontrato fino a qui. E vorrei pensare che sia anche un riconoscimento a coloro che mi hanno sostenuto in questi anni in cui, con lucida follia, mi sono dedicato al cinema. Vorrei che fosse un simbolo della gratitudine che provo verso tutti loro.
Ora mi sento un po’ osservato. Ed è una sensazione strana cui non sono per niente abituato.

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