
Il LAC Film Festival, con una prima edizione tenutasi dal 10 al 12 luglio a Roma, ha aperto uno spazio anche all’illustrazione e all’immaginario visivo contemporaneo, parallelamente al cinema, con le opere di Simone Del Vecchio, in arte SDV.
Simone Del Vecchio, illustratore italiano specializzato nella creazione di locandine cinematografiche ad acquerello, dal 2015 realizza opere capaci di fondere un grande amore per il cinema alla tecnica artistica, stabilendo una connessione in grado di celebrare l’immagine, il fotogramma, o i personaggi più iconici.
Nel tempo ha collaborato con realtà del settore come CG Entertainment, Lucky Red, I Wonder Pictures e distribuzioni indipendenti, producendo una nuova forma di racconto visivo parallela ai film che più ama.
Come ti sei trovato al LAC Film Festival, a cui hai da poco partecipato?
Mi sono trovato molto bene, è stata una bella situazione. Per essere una prima edizione, la selezione dei cortometraggi è stata ottima, alcuni li conoscevo già di fama. I ragazzi dell’organizzazione sono stati super gentili e competenti.
Che tipo di esperienza è stata esporre in un contesto ancora agli inizi?
Non è che non sia avvezzo a eventi fisici o alle fiere. Anzi ne faccio parecchi. Quelli agli inizi però solitamente tendo a evitarli, ma in questo caso c’era un’interessante ambivalenza tra mostra e stand. Inoltre, pur essendo una prima edizione, aveva alle spalle un solido discorso accademico, e ho intuito subito il potenziale.
Sono riusciti a coinvolgere realtà come Slim Dogs e ad attirare un pubblico perfettamente in target con quello che faccio: persone che lavorano o studiano nel mondo del cinema. Per questo ho deciso di partecipare, e si è creato un bellissimo dialogo. Tanti giovani si sono dimostrati interessati, alcuni mi seguivano già online. È stata un’esperienza davvero piacevole all’insegna del cinema.
Per chi non ti conosce, mi piacerebbe ripercorrere il tuo percorso. Quando e come l’illustrazione incontra il cinema nel tuo lavoro?
Tutto è iniziato circa dieci anni fa, nel 2015. Era un periodo della mia vita non proprio facile e passavo molto tempo su internet, che in quel momento stava vivendo il boom di social network come Tumblr e Facebook, ma anche Instagram stava iniziando a crescere. Navigando, ho scoperto la vastissima community di artisti internazionali che pubblicavano fan art digitali e tradizionali dedicate a film e serie TV. L’arte digitale stava al suo massimo, quindi c’erano tantissimi artisti digitali. Ma c’erano ancora parecchi che realizzavano cose artigianali.
Collezionavo queste immagini in vari album e mi sono reso conto di una cosa: all’estero c’era una grandissima cultura dell’illustrazione cinematografica, capace di riassumere l’essenza di un film in un’unica immagine, spingendo il pubblico ad andare al cinema. In Italia, invece, questo fenomeno era quasi inesistente.
Avendo fatto il liceo artistico, sapevo disegnare, e avevo l’infarinatura necessaria per poter dare una mia interpretazione all’inizio, un po’ così, per vedere cosa succedeva. E quindi ho fatto i primi disegni con quello che avevo a casa. Dei fogli di un blocco e degli acquerelli amatoriali, non erano quelli professionali. Non mi dispiaceva il risultato. Poi passai a una carta migliore. Cominciai così a fare le prime fan art. Non è che potevo dare la risposta italiana da solo, però volevo fare la mia parte.
E da lì sono nate le tue prime opere.
Esatto. I miei primi tre disegni furono dedicati a Pulp Fiction: Mia Wallace, Vincent Vega e Jules. All’inizio univo l’acquerello alla comune penna a sfera Bic per dare più contrasto al disegno. Era un metodo tutto mio. Poi ho iniziato a scansionarli e ho imparato da autodidatta a usare Photoshop per ripulire le immagini.
Come mai scegliesti proprio quel film all’inizio? Era una questione di gusto personale o di estetica dei personaggi?
Pulp Fiction mi piaceva, ma non era il mio film preferito in assoluto. Lo scelsi per la sua iconicità estetica. I personaggi sono così memorabili per via del loro character design: il caschetto di Mia, i capelli lunghi e il cravattino texano di Vincent, la pettinatura afro anni ’70 di Jules. Sono scelte stilistiche indimenticabili che rendevano i soggetti altamente riconoscibili per il pubblico. Questo mi aiutava molto nella fase creativa.
Molti dei tuoi lavori hanno un’estetica minimalista, spesso accompagnata da un font specifico. Come è nata questa scelta?
L’estetica minimal andava molto forte in quel periodo. La prima locandina “completa” che feci fu quella con Mia Wallace al centro e i testi sopra. Usai un font chiamato Movie Letters, che solitamente nel mondo del cinema viene usato per i footer, ovvero per i crediti di produzione scritti in piccolo in fondo alla locandina.
La mia fu una scelta metaforica: volevo prendere un font secondario, marginale, e metterlo in primo piano come protagonista. Era un po’ un augurio che facevo a me stesso e all’illustrazione italiana legata al cinema: volevo che facessimo un passo in avanti. In più, usare sempre quello stesso font ha reso il mio stile e le mie locandine immediatamente riconoscibili.
In questi dieci anni sei cresciuto moltissimo, arrivando a farti commissionare locandine ufficiali per l’uscita in sala. Come vivi questo aspetto del tuo lavoro?
È bellissimo che l’industria stia tornando a proporre locandine alternative illustrate, e credo che il merito sia di quei pochi illustratori (penso ad esempio a Quasirosso) che in questi anni hanno fatto da apripista sui social. Oggi mi commissionano questi lavori e ne sono felice, anche se il mondo artistico in Italia sconta ancora problemi cronici: budget spesso ridotti, pagamenti da inseguire, e la solita retorica del “ti diamo visibilità”. Tuttavia, ho avuto l’opportunità di collaborare con bellissime realtà come Lucky Red e I Wonder Pictures.
Con I Wonder mi proposi io direttamente quando vidi il trailer di The Substance. Ne rimasi folgorato: aveva un’estetica pazzesca e sentivo che stava arrivando al cinema qualcosa di nuovo e potente. Feci una proposta e loro furono fantastici ad accoglierla e a retribuirmi. Ho lavorato benissimo con loro. Sono stati molto lungimiranti su di me, su quello che facevo.
Il mio desiderio utopico per chiudere il cerchio: poter mettere le mani su un film italiano. Purtroppo qui da noi non si fa quasi mai. Nessuno mi ha mai chiesto: “Ci fai una locandina alternativa per l’ultimo film di Garrone o Moretti?”. La distribuzione italiana ha ancora troppa paura di allontanarsi dai soliti schemi. Da quando sono mancati i grandi maestri cartellonisti come Renato Casaro o Enzo Sciotti si è persa quella magia. Subiamo l’influenza del marketing americano più commerciale, ma non abbiamo ancora capito che l’America stessa sta andando oltre. Guarda le locandine della A24: sono minimalissime e d’impatto.
E da spettatore, cosa hai visto ultimamente al cinema che ti è piaciuto particolarmente e cosa stai aspettando di vedere prossimamente?
Sicuramente The Odyssey di Nolan che è appena uscito in sala, anche se, ti dico la verità, è così atteso che mi passa la voglia; non riesco a immettermi in questa modalità delle persone che si fiondano sulle cose in modo ossessivo, ma è quello che uscirà e quindi è da vedere.
Tra i film che ho visto invece ultimamente consiglierei Backrooms e Obsession, il primo ha una profondità differente rispetto all’altro, che è sì profondo, ma molto più generalista, più per tutti, secondo me. Arriva a fasce di età grandi e a me ha divertito molto. E ai più giovani arriva perché è racconta queste relazioni un po’ tossiche che fanno parte della generazione di adesso, e quindi li prende maggiormente. Però mi è rimasto un po’ più il cuore su Backrooms, sull’estetica che ha, ma anche sul motivo per cui esistono le backrooms.
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