Air - Il grande salto
Credit Warner Bros

«Born in the U.S.A.! 
I was born in the U.S.A.!»

Ammettiamolo, non è necessario essere un estimatore di Springsteen per amare questo brano. A quale amante del rock, con un briciolo di esterofilia, non è capitato di immergersi in quelle strofe, fino a intonarle con enfasi in macchina? Quel ritornello incalzante, cadenzato dal synth, sembra a un primo ascolto restituirci la storia di una grande nazione, le promesse dell’American Dream mai disattese. Eppure, c’è dell’altro. 

Dietro quell’apparenza celebrativa, il testo raccontava infatti i tormenti di un veterano, lambito dai fantasmi del Vietnam (quegli stessi spettri che, due anni prima, Sylvester Stallone personificava in uno dei war movie più atipici e rivoluzionari di sempre, First Blood). Forse non è un caso se Ronald Reagan rimase all’epoca straniato al rifiuto di Springsteen di utilizzare la traccia come leitmotiv della propria campagna elettorale. Con il Boss non si scherza, la musica è anche (e soprattutto) politica. 

Quello stesso straniamento lo cogliamo oggi negli occhi di Jason Bateman, nei panni del businessman Rob Strasser, in Air – La storia del grande salto: «Sai quante volte l’ho cantata?» confessa all’amico e collega Sonny Vaccaro, impersonato da Matt Damon: «E chi l’avrebbe detto che parlava di un reduce!». 

È forse il passaggio più emblematico del riuscito film corale di Ben Affleck, adattamento del caso di marketing sportivo contemporaneo per eccellenza: il clamoroso reclutamento di Michael Jordan come testimonial della Nike, quando il brand subiva ancora l’egemonia sul mercato di Adidas e Converse All Star, fino all’ideazione di una linea di calzature dedicate al cestista, le ormai celebri Air Jordan. 

Insomma, un racconto americano in senso lato che, per parafrasare l’antologica traccia di Springsteen che correda il lungometraggio, non è assolto da contraddizioni come la stessa epoca in cui ha luogo: i famigerati e blasonatissimi Anni ’80. 

Retromania o senso della storia?

E sono proprio i patinati Anni ’80 di reaganiana memoria i protagonisti immaginifici del film. I soli primi minuti ci catapultano in quell’era eclettica, in cui il reale sembrava man mano soccombere all’immagine. Nella prima sequenza si susseguono girati tra loro incompatibili: dai video promozionali sul fitness di Jane Fonda, passando per le pantomime sul ring di Hulk Hogan, fino a strepitii plenari di Wall Street. 

Sono gli anni della faida Pepsi vs. Coca Cola, sì, ma anche della massima radicalizzazione del ‘realismo capitalista’, per come l’avrebbe definito il filosofo Mark Fisher; concetto che Margaret Thatcher avrebbe di lì a poco sugellato col suo storico adagio: «There is no alternative!». 

È questo l’orizzonte ideologico nel quale sembra lucidamente ascriversi Air. Affleck restituisce infatti un affresco sincero e consapevole di una delle fasi più convulse della contemporaneità statunitense, senza mai scadere nella mera glorificazione (tentazione che, da Stranger Things e Ready Player One a questa parte, va ormai per la maggiore). Fedele alla materia trattata, la regia mantiene uno stile asciutto e contenuto alla propria cornice. 

Le soundtrack che adornano le singole sequenze sembrano affinarsi appieno all’immaginario illustrato: la fantasmagoria del capitale, la miope percezione di prosperità illimitata; gli stessi protagonisti, ottimamente interpretati, ne sembrano talmente imbevuti da non percepirne le ambiguità (cosa su cui il film, sulla stregua di Springsteen, di certo non sorvola). 

Una regia puntuale

Difficile saper racchiudere queste osmosi senza uno stile calzante. Certo, non sarà ricordato come il miglior Batman della storia e, a giudicare dalle sue recenti dichiarazioni, è possibile che lui stesso concordi. Di sicuro però, dietro la macchina da presa, Ben Affleck continua a rendersi un degno artigiano della settima arte. Gone Baby Gone, Argo e La legge della notte: Film tra loro eterogenei che, a sorpresa, hanno saputo esprimere il proprio spirito senza mai tradirsi. 

Vale lo stesso per quest’ultimo Air, la cui storia produttiva è stata oltretutto non poco travagliata. Il copione originale di Alex Convery era stato infatti derubricato nella fatidica Black List, l’elenco delle sceneggiature apprezzate ma mai prodotte ad Hollywood. 

Sembra un paradosso ma pare proprio che gli Affleck, dopo il successo del fratello Casey per la performance in Manchester by the sea (anche quello, nato da uno script per anni mai trasposto) siano dei veri specialisti delle ‘cause perse’; rischi che, tuttavia, pagano e trovano riscatto in film ben cesellati.

Oltre il simbolo, la mitopoiesi di Jordan 

Non era certo facile misurarsi con uno scenario così ambivalente. Ad oggi non sono molti i titoli, che hanno saputo sviscerare le complessità dell’economia mercatistica (forse il caso più ragguardevole rimane The Founder di John Lee Hancock, con un Michael Keaton d’eccezione, incentrato sulla genesi del franchising McDonald’s). 

L’acme tematico del lungometraggio resta tuttavia un altro: quali sono stati i risvolti pratici della società dei consumi di quel tempo? E ancora, qual è l’influenza che quegli anni esercitano ancora oggi nella nostra quotidianità? Con Michael Jordan, la Nike non siglò un semplice accordo commerciale (e di questo ce ne dà prova Matt Damon in un monologo ‘predittivo’), ma ricamò un simbolo, una proiezione ascetica, che trascendeva il singolo valore dell’atleta per consegnare alla storia il suo mito. 

Affleck getta abilmente luce su una delle operazioni semiologiche più segnanti di sempre; un caso che, nella sua unicità, fornisce oggi indizi sulle immagini che circondano e stimolano la nostra collettività (anche le più contraddittorie).  

Continuate a seguire FRAMED anche su Facebook e Instagram.

Francesco Milo Cordeschi
Sono un comune romano del mondo che, dal 1990, coltiva avidamente più ossessioni: l'influenza degli spazi sull'identità, l'influenza degli immaginari sull'identità e, soprattutto, l'influenza di Tim Burton e Vittorio De Sica sull'identità. Di recente, sto anche esperendo l'importanza dei The Killers quando si è soli in macchina. Mi interesso e discetto di cinema, arti visive, politica e attualità tout court, con la lente prediletta dei gender studies. Collaboro tutt'oggi con diverse realtà editoriali. Nel 2021 è uscito il mio primo saggio 'Wonder Woman - Un'Amazzone tra noi', edito da Armillaria.