
Desire di Giuseppe Boccassini si aggiudica alla 61ª edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro la menzione speciale da parte della giuria internazionale composta da Rodrigo D’Erasmo, Anna Marziano e Alain Parroni. Il film, realizzato attraverso un montaggio di segmenti visivi tratti da melodrammi americani, argentini, britannici, finlandesi, italiani, giapponesi, messicani e spagnoli, compresi tra il 1932 e il 1958, si concentra sulla ripetizione di gesti e concetti simbolici, che si ripetono nelle varie cinematografie come a scandire un ritmo colmo di senso, duraturo oltre le immagini, rivelatore di tematiche ancora sopite eppure vivide.
Cosa ha significato per te portare Desire a un festival come quello di Pesaro?
Nel festival di Pesaro vi è una coesistenza di anime; quella sperimentale e quella più commerciale, e grazie a questa formula riesce a mantenere un’apertura verso un certo tipo di cinema che altrimenti verrebbe cancellato. Penso sia importante che ci siano spazi dove poter mostrare lavori come Desire, è necessario sostenerli perché in Italia al momento non ce ne sono, se non veramente underground.
Il mio film precedente, Ragtag (2022, ndr) ad esempio venne proiettato nella sezione Venezia Classici della Biennale Cinema, poi all’Image Forum di Tokyo, e in varie cineteche come quella portoghese, a Lisbona.
Questa forma ibrida permette a molti più spettatori di conoscere il tuo lavoro sperimentale.
Sì, perché a Pesaro il festival riesce a bilanciare diversi tipi di lavori. Si pensa a priori che il pubblico non sia in grado di fruire questo genere di opere, ma non è vero, in realtà è molto curioso, poi i curatori di Pesaro li conosco bene, con Federico Rossin organizzo a Berlino FRACTO – Experimental Film Encounter, un festival dedicato al cinema sperimentale in cui lui si occupa dei focus storici, poi ci sono Stefano Miraglia, Cecilia Ermini e molti altri, esperti che da anni si interessano a questo tipo di cinematografia, ed è bello che Pedro Armocida abbia dato loro carta bianca per la selezione.
La motivazione della menzione speciale che hai ricevuto è per pratica ecologica del riciclo delle immagini d’archivio, però Desire non è solo questo. Come hai lavorato sulla ricerca e poi sul montaggio?
Venendo da un film sul genere noir, Ragtag, ho pensato che il melodramma potesse essere un territorio da esplorare: mi incuriosiva che ci fossero le donne al centro del discorso, e che fosse un genere che travalicasse la storia, intesa come plot, cancellando quasi parte della sceneggiatura.
I melodrammi sono esasperati nelle componenti affettive, d’amore, che risultano come dilatazioni temporali, tendendo più all’astratto e all’universale, più che al contingente, e dentro queste dinamiche c’è l’attacco al patriarcato, sempre in senso dialogico vista l’epoca di scoperta “freudiana” dei film. Per questo mi sono accostato al genere.
Il cinema passa dall’essere uno spectacle, una sorta di fiera della attrazioni, fatto di una componente puramente visuale, percettiva, a venir poi incanalato attraverso la storia, la psicologia dei personaggi. A me interessa invece quando il cinema si espande così tanto da divorare quest’aspetto pragmatico della storia, diventando cinema allo stato puro. Il melodramma lo vedo così, tende ad andare fuori dalla struttura, espandendosi, diventando fiammeggiante, muovendosi fuori dal tracciato. È ciò che mi interessava ab ovo, prima di iniziare la ricerca. Poi ci sono gli aspetti di protofemminismo, che sono evidenti, maggiormente nei film americani mentre più dormienti negli altri, sono ovviamente opere in cui c’era molta censura, per questo con la lente d’ingrandimento del montaggio sono andato a scovare una serie di elementi, tirandoli fuori.

Quanti film hai visto per realizzare Desire?
Ne ho visti tanti ma non tantissimi, pensa che per Ragtag ne ho visti quasi 600, perché comporre un percorso cronologico, in questo caso invece desideravo fare più una cosa a tema, che avesse questa linea di gesti ripetuti.
Anche abbastanza magicamente, nel melodramma ho trovato dei gesti che si ripetevano identici: ho esplorato cinematografie molto diverse, quella giapponese, quella messicana, quella spagnola, finlandese, italiana, americana, e li ho ritrovati costantemente. Come il dottore che scruta nell’occhio della donna. È quasi come se agisse con l’intento razionale di dominare la follia femminile, che però non è una follia, un’isteria negativa, ma più un’espansione del codice che però dalla società viene considerata pericolosa, quindi analizzata dal dottore.
Anche le immagini delle fiamme si ripetono e concorrono al tuo discorso in modo metaforico.
Il melodramma è anche questo, non porta un amore burocratico, un amore pragmatico, ma un amore puro, che si svincola dalla questione della relazione, oserei dire un amore verso Dio, ma non il dio cattolico, bensì l’idea di andare oltre l’umano.
La fiamma visivamente racchiude l’aspetto di qualcosa che arde, brucia, che è pericoloso (perché va oltre il conosciuto), ma che al tempo stesso dà calore calore; un po’ come guardare il sole, ti può accecare ma ti illumina, come una stella. In Desire è sempre presente anche questo elemento, ci sono diverse parti dove alcune donne si chiamano Stella, ci sono esplosioni quasi stellari. La Stella è quella cosa che brucia intensamente per poi dissolversi.
La parola father poi risuona spesso in Desire.
Il padre riguarda una questione di potere, legata all’organizzazione della vita, all’ordine delle cose. Rappresenta il conflitto, mentre la madre il dialogo, l’abbraccio, e nel film si vede: il femminile è l’espansione che va oltre il potere mentre il padre è la burocrazia.
In modi diversi sia il noir che il melodramma parlano della stessa cosa, solamente che il noir è dentro le cose, in media res, con finali in cui i personaggi si perdono dentro stazioni, si dissolvono, e nonostante loro pochezza morale vengono portati a un’espiazione, a un’andare oltre l’ordinario.
Desire si avvale di un grande ritmo, che passa dall’essere straniante all’essere attraente, potrebbe sicuramente essere mostrato nelle scuole di cinema.
Cerco sempre di realizzare un montaggio ritmico, anche con l’altro film, il ritmo per me è importante, musicale. Desire però va oltre la concezione di film saggio. I film saggio tendono spesso a essere un po’ cinici e materialistici sull’uso. Utilizzano il film per dimostrare una tesi, invece il mio lavoro vuole avere anche questa seduzione, questo aspetto di oggetto sensibile, perché per me il cinema non è solo un qualcosa da scorporare e da politicizzare. Io i film li guardo, non unicamente le parti che poi vado a usare, subisco questo senso di fascinazione.
Sono stato abbastanza influenzato dai primi scritti di Marx che parla di oggetto sensibile.
Dove porterai Desire dopo Pesaro?
Con Desire andrò a New York, per una doppia proiezione con Ragtag al MoMI (Museum of the Moving Image, ndr), un posto di cinefilia, in cui interverrà Tom Gunning, uno storico del cinema molto importante.
L’ho contattato per mail, praticamente senza sperare in una risposta, invece è rimasto folgorato dal film e mi ha mandato mail di risposta pazzesche. Dopo non so dove andrà il film, sicuramente la durata lo potrebbe penalizzare a livello di distribuzione ma non ho voluto allungarlo, avrebbe perso di qualità. Credo molto nella verità dell’opera, mentre ci lavori ti comunica una serie di cose, ed è importante rispettarle, senza che tradisca sé stessa.
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