Manna Man, di Walter Bencini

Walter Bencini ha dimostrato di saper raccontare il territorio e i suoi protagonisti come pochi altri pochi documentaristi in Italia. Lo ha fatto con la comunità dei pescatori nella Laguna di Orbetello (I cavalieri della Laguna) e con gli ultimi butteri della Maremma Toscana (Gli ultimi butteri), portando queste storie profondamente italiane e universali in Festival nazionali e internazionali.

Bencini torna ora con un’altra storia di resistenza, passione e legame con il proprio territorio, raccontando l’incredibile vita di Giulio Gelardi, l’ultimo custode della Manna. Una sostanza di cui si sa poco, ma che è in realtà preziosissima e benefica. La troviamo in farmaci e cosmetici ed è un dolcificante naturale a basso contenuto di glucosio e fruttosio.

La Manna, linfa che si ricava dai frassini e conosciuta sin dai tempi antichi, è stata coltivata nel Sud Italia da generazioni di contadini, ma adesso la maggior parte di questa sostanza è destinata alla trasformazione. Giulio è l’unico mannicoltore che ancora resiste, che reinventa la Manna, i suoi usi e tecniche produttive. Un contadino-poeta che ci insegna la bellezza e il valore della terra.

Ad oggi, la Manna è iscritta nel registro dei beni immateriali dell’umanità, registro patrocinato dall’UNESCO, e Giulio è stato indicato custode di tale patrimonio. Manna Man racconta la storia uno degli ultimi custodi di una tradizione agricola antichissima, ma attraverso la sua esperienza apre anche una riflessione più ampia sul nostro rapporto con la natura e sul modo in cui abitiamo il mondo.

Da dove nasce il desiderio di raccontare questa storia e qual è il nucleo del film che sentivi più urgente portare sullo schermo?

Ho incontrato Giulio a una cena a casa dei protagonisti di un documentario che stavo girando per Geo, il programma di Rai 3. Da quella sera me ne sono innamorato. Mi hanno conquistato la sua personalità, il suo modo di parlare, la sua ironia e soprattutto la sua visione del mondo. Inizialmente mi ha colpito l’uomo, prima ancora del mestiere che svolgeva. Frequentandolo, ho capito che la sua storia mi offriva la possibilità di raccontare qualcosa che andava ben oltre la produzione della manna. Giulio aveva scelto una strada tutta sua, costruendo un rapporto con il lavoro, con il tempo e con la natura che mi sembrava sempre più distante dal modo in cui siamo abituati a vivere oggi.

Il nucleo del film è nato proprio da questa scoperta. Mi interessava raccontare un uomo che, attraverso il proprio mestiere, ha trovato un modo personale di abitare il mondo, mantenendo un rapporto diretto con la terra e con ciò che lo circonda. Volevo avvicinarmi alla sua realtà, osservarla e lasciare che fosse la sua vita a suggerire le domande. Credo che oggi abbiamo bisogno di riscoprire queste esperienze, non per tornare indietro, ma per capire che esistono modi diversi di vivere e di lavorare. La storia di Giulio mi ha permesso di interrogarmi su che cosa significhi davvero essere liberi e su quanto il nostro rapporto con la natura influenzi il modo in cui abitiamo il mondo.

Ed oggi questa sua esperienza assume un significato ancora più grande, perché siamo dentro una crisi ambientale e climatica che ci costringe a ripensare il modo in cui produciamo e consumiamo il cibo.

Credo che siano proprio le tante realtà locali come quella di Giulio a poterci indicare una strada per il futuro. La loro logica può sembrare insignificante, anacronistica, se confrontata con quella del mercato globale, fatto di cifre astronomiche e volumi di produzione enormi. Eppure, credo che sia proprio da queste esperienze che dobbiamo ripartire, se vogliamo ritrovare un rapporto più armonico con la nostra Madre Terra.

La Manna è una sostanza concreta, ma assume anche un valore quasi simbolico. Quando hai capito che questo elemento poteva diventare il centro di un racconto più ampio, capace di andare oltre la storia di una produzione agricola?

Non credo ci sia stato un momento preciso in cui ho deciso che la manna avrebbe assunto un significato più ampio. È stato il tempo trascorso con Giulio a farmi comprendere che il suo lavoro non poteva essere separato dal suo modo di vivere e di pensare.

La manna è una sostanza concreta, il risultato di un lavoro che richiede esperienza, attenzione e una conoscenza profonda degli alberi. Ma, osservando Giulio, ho capito che dietro quel prodotto c’era un’intera relazione con la natura: un modo di conoscerla, di rispettarne i ritmi e di ricavarne ciò di cui si ha bisogno senza considerarla semplicemente una risorsa da sfruttare. Anche il titolo Manna Man nasce da questo legame. Uomo e manna diventano un tutt’uno: l’uomo e la natura si compenetrano, fino al punto in cui diventa difficile capire dove finisca l’uomo e dove cominci la natura stessa. È proprio questa l’essenza di ciò che ho voluto raccontare nel film.

Attraverso Giulio, la manna diventa così una chiave per esplorare un rapporto più profondo tra l’essere umano, il proprio lavoro e l’ambiente in cui vive. Non è soltanto qualcosa che si raccoglie e si vende, ma anche il segno visibile di una conoscenza e di una relazione che si sono costruite nel tempo.

Definisce Giulio Gelardi uno dei filosofi della natura più affascinanti che abbia conosciuto. C’è un suo gesto, una frase o in generale il suo modo di osservare il mondo che ti ha fatto comprendere quanto la sua visione fosse diversa da quella dominante?

Più che una singola frase, è stato il suo modo di guardare alle cose a colpirmi. Giulio possiede una conoscenza della natura che non deriva soltanto da ciò che ha imparato, ma dall’osservazione e dall’esperienza. Conosce gli alberi perché ha trascorso una parte importante della sua vita accanto a loro, imparando a riconoscerne i segnali e a rispettarne i tempi.

Quello che mi affascina è che non sembra considerare la natura qualcosa di separato da sé, un ambiente esterno dal quale ricavare delle risorse. Il suo lavoro nasce piuttosto da una relazione: deve osservare, comprendere e intervenire nel momento giusto. Non può imporre completamente la propria volontà, perché una parte fondamentale del risultato dipende da qualcosa che non controlla.

In questo atteggiamento c’è una forma di intelligenza che spesso trascuriamo, perché siamo abituati a pensare che conoscere significhi soprattutto misurare, classificare e dominare. Giulio, invece, mi ha mostrato quanto sia importante anche saper osservare e riconoscere i propri limiti. Lo definisco un filosofo della natura proprio per questo. Non perché elabori necessariamente teorie astratte, ma perché il suo pensiero si manifesta nel modo in cui vive, lavora e si relaziona con il mondo. La sua filosofia non è separata dalla pratica quotidiana: è dentro i suoi gesti, nelle sue scelte e nel suo modo di stare tra gli alberi.

Nel documentario il lavoro agricolo non appare soltanto come un’attività economica, ma come un modo di costruire una relazione con ciò che ci circonda. Come hai tradotto questa idea in immagini, evitando che il paesaggio diventasse solo uno sfondo suggestivo?

Per me era importante che il paesaggio non fosse semplicemente qualcosa da contemplare, una bella cornice nella quale collocare il protagonista. Doveva essere parte attiva del racconto, qualcosa con cui Giulio entra continuamente in relazione attraverso il proprio lavoro.

Per questo ho cercato di osservare i gesti, il rapporto con gli alberi, gli strumenti, i movimenti e le pause. Sono elementi attraverso i quali si può comprendere una relazione senza doverla necessariamente spiegare a parole. Un albero non è soltanto un elemento del paesaggio: per Giulio è qualcosa che conosce, che osserva e con cui ha imparato a lavorare. Anche il territorio cambia significato quando lo si guarda attraverso questa esperienza. Ho cercato di lasciare che le immagini nascessero dalla frequentazione dei luoghi e dall’osservazione del lavoro quotidiano, senza forzare la realtà dentro una costruzione troppo artificiale. Il mio approccio a Giulio e la struttura narrativa del film si sono sviluppati progressivamente, seguendo i suoi tempi e quello che accadeva.

Credo che la dimensione poetica, quando emerge, debba nascere proprio da questo rapporto con la realtà. Non volevo aggiungere poesia al paesaggio, ma cercare di riconoscerla nei gesti, nei silenzi e nella relazione tra Giulio e la natura. In questo modo, il paesaggio smette di essere uno sfondo e diventa parte integrante della storia. È un luogo vissuto, conosciuto e lavorato, dal quale dipende non soltanto un’attività economica, ma un intero modo di stare al mondo.

Giulio racconta di aver scelto una strada diversa da quella che sembrava già tracciata per lui. Nel suo percorso c’è anche il rifiuto di un’idea convenzionale di successo. Quanto ti interessava raccontare questa forma di libertà individuale?

È uno degli aspetti di Giulio che mi hanno colpito maggiormente. Ha scelto una strada personale, senza accettare che fossero necessariamente gli altri a stabilire che cosa dovesse fare della propria vita. Questa scelta gli ha richiesto determinazione e gli ha imposto anche delle difficoltà, ma gli ha permesso di costruire un’esistenza coerente con il suo modo di pensare.

Viviamo in una società che tende a identificare il successo con il denaro, la crescita, la produttività e il riconoscimento sociale. Giulio mi ha fatto riflettere su quanto questa visione sia limitante. Naturalmente anche lui deve fare i conti con le necessità economiche e con le difficoltà del suo lavoro, ma sembra attribuire al proprio tempo, alla propria autonomia e al rapporto con la terra un valore che non si misura soltanto in termini di guadagno. Non volevo raccontare la sua libertà come un gesto di ribellione fine a se stesso. Mi interessava mostrare che la libertà può consistere anche nella capacità di scegliere i propri ritmi, assumersi le responsabilità delle proprie decisioni e costruire un rapporto personale con il lavoro.

Giulio non è un uomo che rifiuta semplicemente il mondo contemporaneo o rimpiange il passato. È una persona che cerca di vivere secondo una propria idea di valore. Ed è proprio questo che rende la sua esperienza interessante: ci costringe a domandarci se il modello di successo che abbiamo interiorizzato sia davvero l’unico possibile.

Nel corso della tua carriera hai raccontato mondi e mestieri legati al territorio. In che modo l’esperienza di Manna Man si è distinta da quelle dei tuoi documentari precedenti? C’è qualcosa che questo film ti ha permesso di scoprire, come regista, sul tuo modo di osservare e raccontare la realtà?

Il mio approccio è sostanzialmente lo stesso che ho utilizzato in Manna Man e nei miei lungometraggi precedenti. Cerco sempre di avvicinarmi alle persone con curiosità, di ascoltarle e di entrare nel loro mondo senza imporre una struttura troppo rigida al racconto. Mi interessa che il film prenda forma a partire dalla realtà, dalle relazioni che si instaurano e da ciò che accade durante le riprese.

Nei miei film precedenti, però, il racconto era spesso più corale, con diversi personaggi e storie che si intrecciavano. In Manna Man, invece, ho potuto concentrarmi a lungo su Giulio, seguirne i ritmi, il lavoro e il modo di stare al mondo. Ci sono voluti tre anni per realizzare il film, un tempo abbastanza normale per documentari di questo tipo, in cui è necessario seguire le persone nel loro quotidiano e lasciare che le storie si sviluppino senza forzarle.

È un approccio che cerco di portare anche nei documentari che realizzo per Geo, su Rai 3, dove racconto spesso persone che hanno un rapporto profondo con la terra e con il proprio lavoro. In quel caso, però, mi devo adattare al format e i tempi sono necessariamente più stretti e ho molte meno occasioni per stare con i protagonisti e con gli ambienti in cui vivono. Per questo, quando incontro una storia che sento particolarmente vicina e che merita un approfondimento, può nascere il desiderio di dedicarle un lungometraggio.

Credo che il mio lavoro consista soprattutto in questo: osservare, ascoltare e aspettare che la realtà riveli qualcosa che va oltre la storia particolare che sto raccontando. Non cerco di costruire la poesia a tavolino; spero che emerga dalle persone, dai loro gesti e dal loro rapporto con il mondo.

La storia della Manna intreccia natura, cultura materiale, memoria popolare e conoscenze botaniche tramandate oralmente. Quanto è importante, per te, che il cinema documentario si faccia anche strumento di conservazione della memoria?

È molto importante, ma credo che il cinema documentario non debba limitarsi a conservare la memoria: deve anche renderla viva, permettendole di entrare in relazione con il presente.

Nel caso della manna, esiste un patrimonio di conoscenze che si è formato attraverso generazioni di lavoro e di osservazione. Sono saperi che non si trovano soltanto nei libri, ma nei gesti, nelle parole, nella capacità di riconoscere il momento giusto per intervenire su un albero. Quando un mestiere rischia di scomparire, non perdiamo soltanto un’attività produttiva. Rischiamo di perdere anche un modo particolare di conoscere e abitare un territorio.

Filmare queste realtà significa lasciare una traccia di esperienze che potrebbero altrimenti andare perdute. Ma per me è importante anche il modo in cui lo si fa: non volevo realizzare un semplice archivio di tecniche tradizionali, né raccontare la manna come una curiosità del passato. Mi interessava mostrare una pratica viva, esercitata da una persona che continua a confrontarsi con il presente e a trovare il proprio modo di stare al mondo.

La tradizione, del resto, non sopravvive soltanto perché viene documentata. Ha bisogno di persone che la pratichino, di condizioni che ne permettano la continuità e di nuove generazioni disposte a conoscerla e, eventualmente, a trasformarla.

Credo che il documentario possa contribuire a questo processo rendendo visibili esperienze marginali e suscitando curiosità. È anche una forma di ricerca antropologica e, nel mio caso, un modo per contribuire alla sensibilizzazione su questioni ambientali e agroecologiche. La memoria acquista significato quando ci aiuta a comprendere meglio il presente e a immaginare possibilità per il futuro.

Nel film Giulio afferma: «È bello avere una natura che lavora per me al minimo di paga». È una frase ironica, ma contiene anche un’idea molto precisa del rapporto tra uomo e ambiente. Se dovessi indicare una sola cosa che lo spettatore dovrebbe portare con sé dopo aver visto Manna Man, quale sarebbe?

Quella frase mi piace molto perché contiene tutta l’ironia di Giulio, ma anche il suo modo di guardare al rapporto tra uomo e natura. È come se ribaltasse la prospettiva abituale: non è soltanto l’uomo a lavorare per ottenere qualcosa dalla natura, ma è la natura stessa a partecipare a un processo dal quale l’uomo trae il proprio sostentamento. Naturalmente, questo equilibrio esiste soltanto se si impara a conoscerlo e a rispettarlo.

Mi piacerebbe che il pubblico uscisse dalla visione con qualche domanda in più, soprattutto sul significato che attribuiamo alla natura, alla libertà, al lavoro e al tempo. Viviamo in una società che ci spinge continuamente a essere produttivi, efficienti e veloci. Giulio, con la sua vita, ci ricorda che esiste anche un altro modo di misurare il valore delle cose. Non significa che la sua esperienza sia una soluzione valida per tutti, né che il suo modo di vivere sia privo di difficoltà. Ma proprio per questo credo sia importante raccontarla: perché è reale, concreta, e ci permette di immaginare altre possibilità.

Forse raccontare queste storie è anche un modo per fare la propria parte, per contribuire a un possibile cambiamento e sentirsi un po’ meno in colpa nei confronti della terra e dell’umanità. Non perché un documentario possa cambiare le cose da solo, ma perché può aiutarci a vedere ciò che spesso non riusciamo più a riconoscere.

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