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Difficile parlare di Gunda, uno dei film più belli e sorprendenti che ci abbia offerto il 38esimo Torino Film Festival (dopo un’altrettanto folgorante puntata all’ultima Berlinale). Difficile, perché l’esperienza cinematografica che ci regala il documentario (?) di Victor Kossakovsky (regista, autore, montatore e, con Egil Haskjold Larsen, direttore della fotografia) non somiglia a nessun altro film, e forse a nessun’altra opera d’arte, mai vista sinora. E infine difficile, perché Gunda (la scrofa del titolo, ma anche l’opera stessa) parla, ci parla, se (come sottolinea il regista) prestiamo la dovuta attenzione, ma non parla il linguaggio verbale di una recensione, o di un film tradizionale. Non ci sono dialoghi né personaggi umani, in Gunda, eppure da dire c’è tantissimo.

Terzo capitolo di una trilogia del documentarista russo sulla natura (iniziata con ¡Vivan las antípodas! e proseguita con Aquarela), Gunda è con tutta evidenza più di un atto d’amore animalista (ideale condiviso dal regista e dal produttore esecutivo Joaquin Phoenix). Anche, e soprattutto, perché il contenuto non sopravanza la forma, semmai si salda, in modo estremo e inscindibile, ad essa, facendosi «puro cinema», come l’ha definito Paul Thomas Anderson, un altro (e certamente non l’ultimo) ad essere conquistato da questo film candidato agli EFA e, con ogni probabilità (e merito) anche ai prossimi Oscar.

Un poema animale

Un’immagine di Gunda, di Victor Kossakovsky. Credits: Saint & Usant/ Louverture Films.

Non è la prima volta che il cinema eleva a (s)oggetto narrativo e poetico il punto di vista animale. Ma nessuna marcia di pinguini e nessun cammello che piange aveva mai osato, almeno a memoria, la radicalità dell’esperimento di Kossakovsky. Più che un doc o un film narrativo, Gunda è essenzialmente un poema audiovisivo. Ora lirico, ora epico. I suoi animali sono figure in cui possiamo leggere le grandi realtà di un’esistenza che è (anche) la nostra: la fame (di vita, anzitutto), la libertà (e il suo opposto), la solitudine, la perdita.

Il film, in quanto poema, procede per canti, più che per sequenze concatenate. Oltre alla scrofa e ai suoi piccoli, si cantano galline e mucche, i loro percorsi fuori dai pollai e dalle stalle, in una o forse in tante fattorie. In un bianco e nero trasfigurante (e insieme più reale della realtà) lo sguardo cinematografico si rimpicciolisce e mimetizza, facendo sembrare paesaggio un frammento di pelle o gigantesche creature preistoriche le galline che avanzano sul terreno. E privilegiando, nei gruppi, i singoli che restano fuori dal coro, personaggi che spiccano tra i personaggi: maialini che non riescono ad arrivare alla mammella, galline con una gamba sola o bovini confusi su dove andare.

Espressionismo ed empatia

Un’immagine di Gunda, di Victor Kossakovsky. Credits: Saint & Usant/ Louverture Films.

È un’esperienza immersiva e straniante, Gunda, antitetica a quella di un tradizionale reportage naturalistico. Più che impressionismo, il suo è quasi un espressionismo animale, il primo mai tentato dal cinema: il lavoro a posteriori sul suono eccede la documentazione, si fa tessuto di versi, ronzii, grugniti, muggiti oltre la restituzione del vero e dell’esteriore. Dalla e della natura lo sguardo del filmmaker non solo coglie, ma potenzia e seleziona i materiali. Suggerendo storie secolari con le diramazioni di un albero o dialettiche problematiche (per non dire conflittuali) tra l’umano e la vita che gli sta intorno.

Ma non serve essere convinti vegani per apprezzare il poema di Kossakovsky, né seguaci di fedi antiche o (post)moderne sulla divinità immanente della natura. Gunda non dogmatizza, non idealizza. Ma non si limita, come detto, neanche a mostrare. Il suo è un esercizio cinematografico all’empatia, attraverso il cambio di prospettiva. È un’esortazione all’ascolto della complessità che si muove intorno a noi. Ascoltare, senza sovrapporre un posticcio punto di vista umano a quello animale. Piuttosto, valorizzandone, cantandone la specificità in ciò che lo rende ora vicino ora dissimile a noi. E, in questo, Gunda è anche, senza ostentarlo, uno dei film più sottilmente e nobilmente politici del nostro tempo.

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Gettato nel mondo (più precisamente a Roma, da cui non sono tuttora fuggito) nel 1992. Segnato in (fin troppo) tenera età dalla lettura di “Watchmen”, dall’ascolto di Gaber e dal cinema di gente come Lynch, De Palma e Petri, mi sono laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (2014) e in Editoria e Scrittura (2018), con sommo sprezzo di ogni solida prospettiva occupazionale. Principali interessi: film (serie-tv comprese), letteratura (anche da modesto e molesto autore), distopie, allegorie, attivismo politico-culturale. Peggior vizio: leggere i prodotti artistici (quali che siano) alla luce del contesto sociale passato e presente, nella convinzione, per dirla con l’ultimo Pasolini, che «non c’è niente che non sia politica». Maggiore ossessione: l’opera di Pasolini, appunto.

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