La città dei vivi di Nicola Lagioia. Edito da Einaudi nel 2020
La città dei vivi di Nicola Lagioia. Edito da Einaudi nel 2020

Mentre l’83esima Mostra del Cinema di Venezia ha accolto in concorso l’adattamento cinematografico de La città dei vivi diretto da Edoardo Gabriellini (in sala dal primo ottobre 2026), l’opera di Nicola Lagioia torna a imporsi al centro del dibattito culturale e cinematografico con immutata forza dirompente. Il libro (edito da Einaudi nel 2020) non è un semplice resoconto di cronaca nera; se da una parte il film incentra il flusso narrativo sulla vittima, Luca Varani, dall’altra il romanzo, con appassionata ostinatezza, propone un’indagine sui profili dei carnefici e sulla loro agghiacciante banalità del male.

Lagioia rifiuta la trappola del voyeurismo mediatico e l’anestesia del true crime per costruire una tragedia etica, collocandosi al centro della grande narrativa non-fiction. 

Il fatto di cronaca

Nel marzo del 2016, in un appartamento del Collatino, il giovanissimo Luca Varani viene attirato in una trappola sorda. Viene stordito con dosi massicce di Alcover, versate in un bicchiere e poi massacrato nell’arco di quasi trenta ore con agghiacciante crudeltà. A compiere la carneficina sono due giovani della borghesia romana, Manuel Foffo e Marco Prato.

“Volevamo uccidere per vedere l’effetto che faceva”; questo il paradossale motivo che ha spinto Foffo e Prato a commettere il reato; e che ha mosso in modo tormentato ed ossessivo la penna di Nicola Lagioia.

Ciò che rende questo delitto un trauma insanabile è la totale assenza di movente, nessun interesse economico, nessuna passione o vendetta, nessuna matrice ideologica o politica; c’è soltanto il vuoto.

Lo sguardo attento di Lagioia

Lo scrittore analizza la traiettoria dei due carnefici con la precisione di un patologo, dimostrando come nessuno dei due avrebbe compiuto il massacro da solo. È la chimica tossica del loro incontro a innescare la catastrofe, Marco Prato, trent’anni, PR carismatico della movida, colto, narcisista, manipolatore, ossessionato dal controllo. Prato è l’orchestratore psicologico, soffia sulle frustrazioni dell’altro, alimenta il delirio indotto da giorni di cocaina e alcol e guida la caccia alla vittima. E poi Manuel Foffo, studente fuoricorso di giurisprudenza, bloccato in un’esistenza opaca e schiacciato da un perenne senso di inferiorità. In Foffo la violenza è un’esplosione cieca e improvvisa, l’eruzione del risentimento accumulato in anni di inettitudine, si legge tra le pagine di Lagioia.

Nelle ore del massacro, Luca Varani subisce una spietata deumanizzazione, cessa di essere un ragazzo e diventa carne inerte, uno schermo su cui proiettare la propria onnipotenza e dissipare una noia esistenziale e cannibale.

Uno dei punti più bui, macabri del romanzo è la mappa del vuoto familiare. Il male non germoglia nei bassifondi o nel degrado sociale, ma tra le pareti pulite e rassicuranti della borghesia romana. Lagioia non si erge in punta di diritto, ma ne documenta il fallimento sistemico.

La Famiglie Foffo/Prato sono l’incarnazione del conformismo commerciale e del decoro a tutti i costi. Il padre di Manuel, sviscerato attraverso le sue farneticanti uscite mediatiche, diventa il simbolo dell’incapacità di accettare la realtà. La sua difesa cieca e sorda non è amore, ma terrore, con l’impossibilità di ammettere che la propria casa abbia partorito un mostro. Il ritratto di una borghesia che risponde all’orrore erigendo un muro di riservatezza e compostezza formale, ma che per anni ha finto di non vedere la deriva psicologica dei figli, tra tentativi di suicidio e dipendenze patologiche.

Lagioia mostra spazi familiari in cui l’incomunicabilità tra padri e figli creano il vuoto perfetto dentro cui le mostruosità possono crescere senza mai essere messe in discussione e rivelate.

L’impatto sul lettore

La città dei vivi di Nicola Lagioia esercita una presa magnetica ed inquietante, capace di perseguitare chi legge ben oltre l’ultima pagina. Resta addosso il peso di un’esistenza polverizzata e l’angoscia per una vittima oscurata dalla furia dell’orrore. Un dolore che si fa atroce e insopportabile, sia sulle spalle di chi legge, che nello sguardo del padre di Luca, condannato a portare l’ergastolo di un lutto privo di risposte, senza aver mai ricevuto un briciolo di ravvedimento o di scuse reali da chi gli ha massacrato il figlio o dalle loro famiglie; un corto circuito morale che nega ogni possibile redenzione.

In questo quadro, la letteratura rifiuta i virtuosismi giurisprudenziali. Nelle sue oltre quattrocento pagine dal ritmo serrato, il libro non emette sentenze penali. Lagioia si espone in prima persona, mettendo nero su bianco le fragilità umane di chiunque, per misurare la spaventosa prossimità, e la distanza definitiva, che le separa dalle vite di Manuel, Marco e in particolar modo di Luca.

Concludendo

In questa voragine di perversione, Lagioia compie un atto di riparazione restituendo dignità alla figura di Luca Varani. La vittima viene raccontata nella sua verità, senza idealizzazione della stessa. 

Impoverendo ogni tentativo di giudizio sommario, Lagioia non offre omaggi consolatori, ma ci inchioda davanti a un unico, orribile, dato di fatto: in fondo l’abisso non è lontanissimo da noi, ma è separato dalla nostra normalità solo da un confine sottilissimo e molto fragile.

Continua a seguire FRAMED. Siamo anche su Facebook, Instagram e Telegram.

Annamaria Martinisi
Sono il risultato di un incastro perfetto tra la razionalità della Legge e la creatività del cinema e la letteratura. La mia seconda vita è iniziata dopo aver visto, per la prima volta, “Vertigo” di Hitchcock e dopo aver letto “Le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain. Mi nutro di conoscenza, tramite una costante curiosità verso qualunque cosa ed il miglior modo per condividerla con gli altri è la scrittura, l’unico strumento grazie al quale mi sento sempre nel posto giusto al momento giusto.