
Per il regista macedone Milcho Manchevski, Leone d’oro a Venezia nel 1994 e candidato all’Oscar per il film Prima della pioggia, le storie, e il gusto di raccontarle, vengono sempre prima dei messaggi etici, sociali o politici che possono trasmettere. E però questo non vuol dire che non sia disposto, anche fuori dal set, a combattere le sue battaglie, come creativo e come cittadino. Affrontandone le conseguenze, come dopo le sue denunce, tra il 2020 e il 2022, per casi di corruzione e irregolarità nella Macedonian Film Agency, l’ente governativo per il sostegno, lo sviluppo e la promozione dell’industria cinematografica nel suo Paese.
Per questo, Manchevski ha subito «una massiccia campagna diffamatoria a sfondo politico, minacce personali e un vero e proprio boicottaggio», per citare la lettera di solidarietà del 2023 firmata dal direttore della Mostra di Venezia Alberto Barbera, dal Presidente Anac Francesco Ranieri Martinotti e dalla presidente di 100Autori Francesca Comencini, dove si sottolineava come alla «coraggiosa denuncia delle irregolarità commesse dall’ente responsabile del sostegno al cinema macedone sia stata seguita da un’incredibile campagna di ostracismo e dalla continua ostilità dell’ente stesso, la cui cattiva condotta è peraltro stata riconosciuta». Il che non gli ha impedito di tagliare e congelare per anni finanziamenti e contratti per i recenti film del regista.
Cui ha dato ragione, da ultima, la sentenza del febbraio 2025, ordinando di sbloccare i progetti di Manchevski e corrispondergli quanto dovuto. Ciò gli ha consentito di ultimare la lavorazione del suo nuovo lungometraggio, Sister Brother Manhole Cover (Sorella, fratello, tombino), storia di un fratello e una sorella, orfani ed emarginati, che vivono rubando e rivendendo statue di bronzo nella Skopje post-socialista. Il film, interpretato da Sara Klimoska, Filip Trajković e Sonja Mihajlova, è un progetto che coinvolge Gran Bretagna, Bulgaria, Serbia, Albania e, per l’Italia, Ludovico Cantisani d’Auria e la Augustus Color, cui il cineasta si è affidato per la post-produzione svoltasi nel nostro Paese: ne abbiamo approfittato per incontrarlo a Roma e parlare delle nuove opere in arrivo (c’è anche il documentario Good People), della situazione in Macedonia e della libertà di espressione degli artisti, sempre più a rischio.
Mr. Manchevski, cominciamo dal suo nuovo lungometraggio Sister Brother Manhole Cover. Come è nato il progetto?
Inizio sempre con una storia che voglio sviluppare o con un’emozione, e alla fine, auspicabilmente, emerge un messaggio d’insieme. Ma non parto mai dal messaggio, e spesso non sono consapevole di quale sia. Semplicemente seguo la storia così come viene. Questa è nata come una sorta d’improvvisazione, un gioco, parlando con la mia compagna. Ho sempre amato raccontare storie, fin da quando ero piccolo. Ho cominciato disegnando fumetti, e a 11 anni avevo scritto sul mio quaderno una cosa che chiamavo romanzo, sulle avventure dei Beduini.
Con una storia, ciò che conta è portarla avanti, a ogni passo, a ogni bozza, a ogni prova, a ogni ripresa. Questa l’avevo scritta originariamente quattro anni fa, poi sono stato messo sulla “lista nera” dal governo macedone, quindi il progetto fu sostanzialmente bloccato. Ho lottato a lungo contro di loro e sono riuscito a vincere due cause in tribunale, ricevendo molto supporto internazionale, anche dall’Italia e dalla Mostra del Cinema di Venezia. Alla fine la diga si è infranta e abbiamo potuto realizzare il film.

La solidarietà della Mostra di Venezia e del mondo del cinema al di fuori del tuo Paese è stata importante?
Assolutamente. Era una situazione bizzarra, perché nel mondo del cinema macedone tutti avevano paura e nessuno osava dire niente in pubblico. Offrivano supporto in privato, ma erano spaventati. Poi però è arrivato il sostegno, non da chiunque, ma da Venezia, il festival più importante al mondo. Anche il FIPRESCI mi ha sostenuto, e realtà come Transparency International e la Southeast Europe Coalition on Whistleblower Protection. È stato decisamente positivo. Ma il vero cambiamento è arrivato quando ho vinto quelle due cause, e ho continuato a insistere. Aspetto di vedere quelle persone in prigione.
Con la sentenza del febbraio 2025, che le ha dato ragione, è finita questa vicenda?
No, non è finita, ma le cose si sono messe abbastanza bene da permettermi di fare il film, questa è la cosa che conta. Anche se ci sono state molte altre difficoltà nel realizzarlo, ma non ha importanza.
Queste difficoltà hanno condizionato in qualche modo la forma del film o la storia che racconta? Per esempio, ha dovuto cambiare qualcosa per via dei problemi produttivi, o comunque lo stile riflette in qualche modo le difficoltà del momento?
Beh, tutto ciò che ti accade si traduce nell’arte. Ci sono state difficoltà anche maggiori nella realizzazione di Prima della pioggia e penso che questo si rifletta in ciò che si vede sullo schermo, tra le righe. Non in modo diretto, ma per l’intensità delle emozioni che provavo. Penso che questo possa essere percepito dallo spettatore, ed è la cosa che più conta. Non faccio nulla di letterale, nulla di apertamente politico, tranne per il fatto che ho dato al personaggio negativo del film il nome del “cattivo” del mondo politico che mi ha perseguitato in quegli anni.
Pensa che ci troviamo in un momento difficile per la libertà degli artisti nel mondo? E non mi riferisco solo ai regimi autoritari, ma anche alle democrazie occidentali, alla paura delle conseguenze quando un artista si pronuncia su temi politicamente divisivi, come nel caso della questione palestinese…
Certo, ovviamente credo sia un problema, e penso che oggi ci sia più censura, sia palese sia occulta, rispetto ad altri periodi del passato. Penso che in generale il mondo stia diventando sempre più polarizzato e spietato. Gran parte della colpa è dell’America, perché basta uno starnuto in America e tutti si ammalano di polmonite.
Quindi, il problema è in buona parte legato alla polarizzazione che abbiamo lì, ma in generale penso che la censura esista e provenga da entrambe le parti. Perché c’è anche l’aspettativa che gli artisti, e soprattutto i cineasti, debbano essere didattici. E penso che questo sia pericoloso quanto la censura palese. Quando ti dicono che devi trasmettere un messaggio, un certo tipo di messaggio, il cinema diventa una sorta di dipendente del ministero dell’Educazione.

Parlando più specificamente del suo Paese, sono passati più di trent’anni dal Leone d’oro per Prima della pioggia. Come è cambiata la società macedone nel frattempo? È diventata migliore o peggiore?
È diventata più brutta. Di recente ho visto un vecchio programma tv in cui intervistavano gente per strada. E mi ha colpito quanto più costruttive ed eloquenti fossero quelle persone comuni in una trasmissione di 30 anni fa rispetto a oggi. In generale, mi dispiace dirlo, ma noto un regresso nella qualità della vita. C’è più corruzione, c’è meno speranza. E c’è più incompetenza nei posti importanti. Probabilmente è dovuto a una combinazione di fattori.
Uno di questi è un’élite politica corrotta che governa ininterrottamente il Paese, non ci sono periodi bui o luminosi. Poi abbiamo una fuga di cervelli: tutti i giovani brillanti vivono e lavorano altrove, in Europa, in America, in Australia, in Cina. Così rimangono gli apparati politici che occupano le posizioni di potere. Il governo è il più grande datore di lavoro. E in parte è dovuto all’isolamento subito dall’Unione Europea, a cui si è cercato di aderire per 30 anni, senza riuscirci, complice anche l’ipocrisia della stessa UE. La Macedonia è un Paese piccolo e povero e ha bisogno di un sistema più ampio da cui trarre sostentamento. Non solo economicamente: lo Stato di diritto ha bisogno del sostegno di un sistema più ampio. Così come la pianificazione urbana, il sistema sanitario, hanno bisogno di supporto per sistemi di distribuzione più efficienti.
Crede che il suo caso personale possa dare inizio a un cambiamento positivo, magari partendo appunto dall’industria audiovisiva?
La Film Agency ora è in mani migliori: per la prima volta in assoluto, è gestita da un vero regista. Prima c’erano degli amministratori, dei falsi produttori. Ora hanno avviato dei procedimenti contro persone che hanno ricevuto fondi statali ma non hanno realizzato alcun film: ci sono circa 39 casi del genere. Quindi, volendo, si potrebbe essere ottimisti. Ma penso che il mio caso sia troppo piccolo per costituire un esempio significativo. Servirebbe di più, qualcosa di più eclatante, per far dire alla gente: “Oh, ok, le cose potrebbero cambiare”.
E cosa mi dice della città di Skopje, dove è ambientato il suo film? È simile al resto del Paese, o come molte capitali del mondo ha caratteristiche tutte sue?
Sì, è simile a molte altre capitali nel mondo. Le grandi città si assomigliano più tra loro che alle rispettive campagne. Più di un terzo della popolazione macedone vive a Skopje, ed è diversa dal resto del Paese. È sovrappopolata, con un’alta densità di abitanti, ed è una città antica, risalente all’epoca romana. Ha cambiato drasticamente aspetto dopo il grande terremoto del 1963, quando è stata ricostruita grazie alla solidarietà internazionale. Ci furono donazioni da, non so, probabilmente 40 o 50 governi, e la pianificazione è stata fatta dopo un concorso delle Nazioni Unite.
Quindi per un certo periodo è stata molto moderna. Poi si è tornati indietro, con un’eccessiva edificazione nella zona centrale, che ora sembra avere sempre meno spazio pubblico. La qualità della vita è peggiorata perché, dove c’era un parco, ora c’è un palazzo. E poi, circa 10 o 15 anni fa, il Primo Ministro macedone ha avuto l’idea di renderla “neoclassica”. Così ha coperto molte facciate, facciate moderne, con pilastri romani in bella vista e un sacco di nuovi monumenti, circa 50. Quindi, diciamo che visivamente è piuttosto… particolare. Oltre ad essere estremamente inquinata.
Sister Brother Manhole Cover è una co-produzione che coinvolge anche l’Italia. Com’è stato collaborare con gli addetti ai lavori di questo Paese, tra cui il direttore della fotografia Stefano Falivene e Alessandro Pelliccia per la color correction?
È stato un piacere. C’è non solo una profonda venerazione per l’arte e la bellezza, ma anche una grande comprensione di ciò che serve per creare qualcosa di bello. E lo vedrete nelle immagini: sono allo stesso tempo molto classiche e molto moderne, ricche. Diciamo che è stata una delle migliori esperienze di coproduzione che abbia mai avuto. E tutti i miei film sono stati coproduzioni.
Di recente ha anche realizzato anche il documentario Good People…
Sì, credo sia stato una piccola vendetta, anzi una grande vendetta: non mi era permesso fare film, e allora ne ho fatti due! In generale, sono diffidente nei confronti dei documentari, e forse è per questo che ho voluto farne uno, per provare l’esperienza. È stato autofinanziato, riguarda un incendio in una discoteca dove sono morte 63 persone. Volevo parlare con i sopravvissuti e con gli eroi, raccontarli in modo molto ascetico, minimalista, dandogli la parola anziché narrare io la loro storia.
L’ho girato contemporaneamente all’altro film, e mentre lo realizzavo ho imparato quanto possano essere eloquenti, scrupolosi e costruttivi i giovani, forse in parte come conseguenza della tragedia che hanno vissuto. E ho scoperto anche come la loro comunità, alla fine, pur gravata dalla tragedia, trovi un modo per andare avanti.
Lei dice di non partire mai dal messaggio, ma i suoi film spesso offrono, se non un messaggio, uno sguardo critico sulla società e i suoi problemi. Senza però che questo sembri arrivare da ciò che chiamava il “Ministero dell’Educazione”. Credo sia in parte dovuto all’umorismo che infonde nel suo stile: penso ad esempio al precedente Kaymak, una commedia nera ma anche un racconto sulle diseguaglianze…
L’umorismo è difficile per un regista, per un narratore, perché è spietato: quando fai dell’umorismo, la gente o ride o non ride. Non puoi dire: “Oh, non avete capito il messaggio”. Lo spettatore ride o non ride. L’umorismo è un modo per combattere la falsa autorità. E mi viene sempre più naturale, man mano che realizzo i miei film, di raccontare alcune cose attraverso l’umorismo. Anche in Sister Brother Manhole Cover, e nei personaggi stessi, si ride della loro difficile situazione: per loro, è un modo di essere ribelli, di reagire.
Credo che la buona arte spesso, non sempre ma spesso, diventi una ricognizione delle forze in campo nella società. E questo è positivo, ma quando si parte dal messaggio, spesso si finisce col fare propaganda, o realismo sociale. Oggi molti fondi cinematografici e molti festival insistono su questo messaggio, e credo che una simile impostazione danneggi proprio il messaggio, anche quando si è d’accordo con esso.
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