Minority Report. 20th Century Fox

Pubblicato nel gennaio del 1956 sulla rivista Fantastic Universe, figlio del clima della Guerra Fredda e delle tensioni maccartiste, Rapporto di minoranza di Philip K. Dick dà forma a un universo dominato dalla paranoia, dal controllo e dall’ossessione preventiva. Un racconto breve che sembra però anticipare con sorprendente precisione l’atmosfera che invade gli Stati Uniti dopo l’11 settembre.

L’idea di arrestare un individuo prima ancora che commetta un crimine, basandosi sulla previsione di un sistema apparentemente infallibile, entra in risonanza con quella progressiva intensificazione dei dispositivi di sorveglianza e delle politiche securitarie che caratterizza l’America contemporanea.

Anche Minority Report (2002) di Steven Spielberg risente di questo clima storico-culturale, pur essendo stato concepito prima degli attentati alle Torri Gemelle. Il film mette in scena una società dominata da sistemi di controllo pervasivi, identificazioni biometriche, riconoscimenti oculari e immagini predittive che contribuiscono a fare dell’audiovisivo la nuova sede della verità. Le visioni dei precog non imitano la realtà: la precedono, o forse la sostituiscono, imponendosi come sentenza prima ancora che gli eventi accadano. Eppure, a differenza di quanto avviene nel racconto, Spielberg non utilizza questi elementi per costruire un universo davvero opprimente o paranoico, ma li riassorbe all’interno del proprio cinema spettacolare e umanista, convertendo la sorveglianza, la tecnologia e la predizione del futuro in strumenti di meraviglia visiva, movimento e intrattenimento.

Un altro modo di vedere

Spielberg sfrutta il materiale originale come base da rimodellare secondo le esigenze del suo cinema, a partire dai personaggi. Danny Witwer passa dall’essere il nuovo assistente del protagonista a ispettore federale incaricato di individuare le falle della Precrimine. Lara (Lisa) Anderton perde invece il legame diretto con il sistema, dove svolge il ruolo di agente esecutivo, venendo ridefinita attraverso la sua funzione coniugale. Ma è soprattutto il personaggio principale a far emergere la distanza tra i due immaginari.

Nella prima riga del racconto, John Anderton si definisce un uomo che sta diventando «calvo, grasso e vecchio». Un funzionario burocratico che fuma la pipa, tutt’altro che incline all’azione e che non ha mai ucciso nessuno – anzi, che non ha neppure mai visto un morto –, immerso in un clima di costante sospetto che lo porta a dubitare di tutti: del giovane assistente, dei membri della Precrimine, persino di sua moglie. La paranoia nasce dal sistema stesso, da una società che dissolve ogni certezza e rende instabile addirittura la percezione della realtà.

La scelta di Tom Cruise segna allora una distanza sostanziale. Fin dalla sua prima apparizione, il John Anderton cinematografico si mostra con un corpo dinamico, nervoso ma controllato, costantemente in movimento. Minority Report rappresenta uno dei primi casi in cui inizia a prendere forma quel tipo di presenza attoriale che caratterizzerà Cruise negli anni successivi. Non più semplice star hollywoodiana, ma performer fisico, stuntman, corpo acrobatico sottoposto a continui inseguimenti, cadute e traiettorie spettacolari. Il film recupera a più riprese dinamiche proprie della slapstick comedy degli anni Venti.

La scena che vede John fuggire dagli agenti dotati di jet pack scalando la facciata di un palazzo finisce così per presentare Cruise come una sorta di Harold Lloyd contemporaneo, nel solco delle acrobazie di Preferisco l’ascensore (1923). È una connessione che rivela anche la natura del cinema di Spielberg, che pur appartenendo alla seconda generazione della New Hollywood mantiene un legame evidente con l’idea di grande spettacolo della Hollywood classica.

Le immagini prima del futuro

Se la dimensione spettacolare impedisce a Minority Report di trasformarsi in un’opera oppressiva e claustrofobica, il film costruisce comunque una riflessione lucida sulla centralità dello sguardo e delle immagini nella contemporaneità. L’intero universo immaginato da Spielberg appare dominato da dispositivi visivi, superfici riflettenti o trasparenti, filtri che moltiplicano i livelli della visione. Gli occhi attraversano così tutto il film, strutturandone la narrazione: dalla maschera di Bush perforata da una forbice nella sequenza iniziale agli sguardi preveggenti dei precog, fino ai sistemi di identificazione basati sul riconoscimento della retina, tutto sembra ruotare attorno all’atto di osservare, registrare e conoscere.

Lo stesso Anderton, nel tentativo di sfuggire alla sorveglianza, è costretto a ricorrere a un trapianto degli occhi, pur conservando quelli vecchi come risorsa futura. Nel racconto la preveggenza riguarda semplicemente i nomi dei colpevoli e delle vittime, che vengono stampati su un documento. Spielberg la trasforma invece in una vera e propria esperienza audiovisiva. Le immagini generate dai precog non sono semplici registrazioni del futuro, ma spazi complessi che possono essere manipolati e in parte abitati.

John non si limita a osservare le previsioni: entra al loro interno, le ricompone, si muove in quello spazio costruendo una sorta di “montaggio interno” che fa del futuro un ambiente virtuale esplorabile. Durante l’operazione di analisi dei (pseudo) filmati che lo incriminano, Anderton riproduce l’Incompiuta di Franz Schubert, trasformando il lavoro investigativo in una pratica di orchestrazione visiva – dove frammenti isolati vengono ricomposti come tessere di un mosaico incompleto.

La sacralità della visione

Se le visioni vengono radicalmente ripensate, altrettanto accade ai precog, sottratti al contesto degradato del racconto. Dick li descrive come esseri «deformi e ritardati», seduti «quasi invisibili nel groviglio di cavi» e macchinari. «Idioti» che mormorano nella semioscurità della cosiddetta «Sezione Scimmie». Residui biologici funzionali solo al mantenimento del sistema repressivo della Precrimine.

Spielberg li trasfigura in entità sospese tra umano e divino, silenziose o bisbiglianti all’interno di uno spazio che tende al sacro, assumendo le sembianze e perfino il nome di un “tempio”. Sospesi in una dimensione quasi amniotica, i precog appaiono separati dal mondo reale, entità trascendenti capaci di accedere a una conoscenza superiore.

Agatha in particolare assume una funzione salvifica diretta per il protagonista, confermando quell’aura divina che la società le ha attribuito. Oltre a guidare John verso la verità, lo costringe a confrontarsi con il trauma facendosi deus ex machina, in uno dei momenti più spielberghiani del film. Il suo primo piano estatico, illuminato dalla luce del sole e rivolto verso qualcosa che resta fuori campo – in una Spielberg Face che ricorda i primi piani di Renée Falconetti in La passione di Giovanna d’Arco (1928) –, rende il fuoricampo paradossalmente invisibile in un mondo dominato dal visibile. Si tratta di una prospettiva che l’immagine non può raggiungere e che, in modo catartico per John e Lara, resta affidata alle parole di Agatha. Non la visione di un futuro possibile, ma di un futuro ormai perduto, negato. La visione impossibile di una vita in cui il figlio della coppia non è mai scomparso.

Dal controllo alla perdita

Nonostante le trasformazioni, Minority Report conserva un aspetto essenziale dell’universo dickiano: la disperazione del suo protagonista. Nei racconti di Dick tale condizione nasce soprattutto dal rapporto conflittuale con un sistema sociale ed esistenziale che rende ogni identità instabile, ambigua, sottoposta a continui dubbi – esseri umani o androidi, innocenti o colpevoli.

Spielberg sposta invece questo conflitto sul piano emotivo e familiare. Il tormento di John non deriva tanto dalla crisi della realtà o dall’oppressione paranoica del sistema, quanto dal trauma della perdita del figlio, dal non sapere che fine abbia fatto. Almeno nella prima metà, prima di ricordarsi di essere un personaggio americano, un uomo che agisce, Anderton non appare come un eroe luminoso o rassicurante. È una figura distrutta, torturata, che cerca conforto nella neuroina e nelle immagini del passato. Proprio qui Spielberg si allontana definitivamente da Dick, facendo del rapporto genitoriale il fulcro emotivo del film. Il legame tra figli e genitori, del tutto assente nel racconto, regola l’intera struttura narrativa secondo forme e declinazioni differenti. John entra nella Precrimine dopo la scomparsa del figlio, trasformando il bisogno di controllo in una risposta disperata al trauma personale.

Danny Witwer è a sua volta segnato dalla morte del padre, mentre Ann Lively – attorno a cui ruota tutto il complotto – si rivela essere la madre di Agatha, uccisa perché desiderava riavere sua figlia. Persino Lamar Burgess, personaggio inserito ex novo, viene caratterizzato come una sorta di mentore, di figura paterna sostitutiva per il protagonista, facendo affiorare nel conflitto finale tra i due una dimensione emotiva legata al tradimento.

Illustrazione di Loris De Marco

Accettare l’incertezza

Al di sotto della superficie, il controllo del crimine smette di essere il vero tema di Minority Report, diventando il tentativo impossibile di eliminare l’incertezza nella vita quotidiana. John aderisce al sistema della Precrimine perché incapace di accettare il senso di colpa: ha perso il figlio per una distrazione, per non essere stato abbastanza vigile, cercando rifugio in un meccanismo che promette di vedere tutto, prevedere tutto, impedire ogni possibile errore.

Spielberg declina così la sorveglianza assoluta come compensazione emotiva del trauma, come manifestazione concreta e fisica di una ferita psicologica, umana. “Non posso. Devo scoprire cos’è successo alla mia vita”, risponde John quando Agatha cerca di dissuaderlo dall’incontrare Leo Crow, ricordandogli che può ancora scegliere.

Il finale del film assume allora un significato molto diverso rispetto a quello immaginato da Dick – dove la Precrimine viene preservata grazie al sacrificio di Anderton – ma anche rispetto alla semplice distruzione del sistema repressivo che Spielberg mette in scena. Il crollo della Precrimine, il suicidio di Lamar e la dissoluzione dell’illusione di un controllo oggettivo e infallibile costringono il protagonista a confrontarsi con l’impossibilità di dominare il reale. La futura felicità di John e di Lara non dipende più dall’ossessione della sicurezza, del controllo (visivo prima di tutto), ma dall’accettazione dell’incertezza stessa della vita, dalla possibilità di tornare a essere genitori dentro un mondo che non può essere previsto fino in fondo.

Post-scriptum. Una scena minima. Apparentemente semplice. Non una delle tante sequenze d’azione. Soltanto un dialogo creato con pochi elementi, che mostra tutta la maestria di Spielberg.

Lara chiede a Lamar se conosce Ann Lively. Lui nega, aggiungendo che proverà a informarsi sull’annegamento della donna. Ma Lara non ha mai parlato di annegamento. Stacco sul primissimo piano di Lamar. Cala il silenzio. Un altro stacco ci porta in campo medio. Lamar si alza, sposta la sedia e si posiziona davanti a lei. I due rimangono immobili, uno di fronte all’altra. Tutto si ferma. Il continuo movimento svanisce. Lei ha capito. Lui ha capito. Spielberg trasforma così una scena semplicissima in un momento di tensione quasi insostenibile, costruito soltanto attraverso il rigore dell’inquadratura, la precisione del montaggio e la gestione del suono. Pochi stacchi. Pochi suoni. Quasi nessun movimento. Tutta regia.

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