Occupazione Piccolo Teatro - In copertina:
Occupazione Piccolo Teatro. In copertina: "Via Dante" by JasonParis is licensed under CC BY 2.0

Piccolo Teatro, Milano. In copertina: “Via Dante” by JasonParis su licenza CC BY 2.0

La performance rituale con una nave per le vie di Milano per la cultura e l’istruzione

Il primo aprile il relitto di una nave è salpato dal Piccolo Teatro Grassi per poi avviarsi per le strade di Milano. Una performance altamente simbolica, un rito collettivo che è nato all’interno delle manifestazioni e incontri organizzati dal Coordinamento Spettacolo Lombardia.

Perché, a Milano, qualcosa sta succedendo: il Coordinamento esiste e lavora da un anno, nato per unire le voci dei vari lavoratori dello spettacolo. Dopo le recenti occupazioni dei teatri francesi il Coordinamento ha risposto con “l’occupazione” del Piccolo Teatro Grassi: il Piccolo ha dato a disposizione i suoi spazi per permettere incontri, dibattiti, lavorare su strategie comuni. Il Teatro Grassi è diventato così uno spazio aperto di dialogo con la città e per la città. Uno spazio collettivo dove lavorare insieme per rimettere la cultura al centro del progetto democratico del Paese.

E dal momento che si parla di cultura, anche molti studenti (dai licei, alle università, alle accademie) hanno occupato lo spazio del Piccolo partecipando attivamente al dibattito. Proprio per la giornata dedicata al tema dell’istruzione è stata ideata la potente performance della barca.

La nave Argo si è arenata dopo il suo lungo viaggio. Viaggio di violenza e di distruzione. Noi qui abbiamo trovato i suoi pezzi abbandonati. Ma per noi ora significano anche altro. Ciò che vedete davanti a voi è l’immobile relitto della società attuale. (…)

Qui parte della riflessione realizzata dagli studenti per la performance

L’intervista

Ho parlato con Maria Spazzi, scenografa dell’associazione teatrale Atir, che si è occupata della parte scenografica, per saperne di più di questa performance (che purtroppo non ha ricevuto dai media l’attenzione che meritava).

Maria, come ha pensato a una barca?

In realtà l’idea è venuta a Rita Pelusio (attrice, regista e cofondatrice di PEM habitat teatrali, in prima linea nell’occupazione del Piccolo), che ha dato come spunto di riflessione il tema della nave Argo. E una barca (a volte la casualità delle coincidenze!) c’era! Era stata realizzata per un progetto di teatro sociale di Atir (in collaborazione con gli studenti dell’Accademia di Brera) per uno spettacolo sull’Odissea – da un anno in stand by a causa della pandemia e che dovrebbe debuttare nei mesi estivi. Così, una volta recuperata la barca bisognava darle un senso, capire cosa si voleva raccontare e come.

La barca è indubbiamente un simbolo molto forte e potente: qual è stata la vostra chiave di lettura per questa performance e da chi è nata?

Più che una barca si trattava di un relitto, simbolo di una società arenata: a questa barca serve una spinta nuova, come se arrivasse sul bagnasciuga un’ondata che la rimetta in mare, verso un futuro nuovo, luminoso. La nave, all’inizio a brandelli, era tenuta insieme dagli studenti, che hanno dato senso nuovo a questo relitto, imprimendogli un’unità e un’energia nuova.

Abbiamo lavorato insieme: da un lato i “vecchi”, io, Arianna Scommegna (che ha coordinato l’azione performativa) e Domenico Ferrari (per la drammaturgia), dall’altro gli studenti. E abbiamo subito realizzato di condividere lo stesso punto di vista.

Gli studenti sono stati quindi protagonisti?

Si, assolutamente! Anzitutto questa performance è nata proprio per la giornata dedicata alla scuola e all’istruzione. E la voce degli studenti è stata fondamentale per capire cosa si voleva far raccontare alla performance. Tutto è stato sviluppato con loro. Hanno voluto scrivere di loro pugno il testo che è stato letto durante la manifestazione, noi li abbiamo solo aiutati a cucire i pezzi…si sentiva che avevano bisogno di far valere il loro punto di vista. Fino all’ultimo minuto c’è stato un passarsi di fogli con frasi appuntate e pensieri.

Una performance che non aveva solo la pretesa di lanciare un messaggio, ma è stata una vera e propria azione rituale!

Esatto! Quello che è successo giovedì non è stata solo una manifestazione. Si è creata una dimensione collettiva e rituale. Dal cortile del Piccolo (centro della città, un teatro storico, simbolico per il suo ruolo culturale) un gruppo di studenti ha preso i pezzi di un relitto, li ha rimessi insieme ed ha portato questa barca ricostruita per le vie della città, camminando sempre più forte, fino a correre, come se questa avesse preso velocità dopo la spinta iniziale. Dietro di loro, una processione di manifestanti che man mano accelerava il passo sull’onda di quell’energia. Una sorta di via crucis se vogliamo. In un momento tragico come questo, in piena zona rossa abbiamo creato questa performance, tragica e festosa allo stesso tempo… che poi è quello che fa il teatro.

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Sono un ragazzo di campagna con la testa tra le nuvole immerso tra mille progetti, se fossi una canzone sarei Confessioni di un malandrino di Branduardi. Dopo la laurea in Scenografia a Brera ho intrapreso un corso di specializzazione presso i laboratori della Scala. Quello che più mi piace è raccontare punti di vista: lo faccio disegnando, scrivendo, progettando. Più che le storie mi attraggono le persone, la loro psicologia, come vengono resi sullo schermo o su un palco il loro dramma interiore e la loro personalità (fantasticando su come le renderei io).

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